venerdì 29 febbraio 2008

Capezzone: Programma del PdL, ottima l'impostazione liberale



Mi è parsa davvero ottima e di chiarissima impronta liberale l'impostazione del programma illustrato da Silvio Berlusconi. In particolare, è ormai chiaro che con il Governo del Popolo delle Libertà finirebbe la sciagurata jihad fiscale lanciata da Vincenzo Visco contro le famiglie e le imprese italiane. Le misure annunciate da Berlusconi (penso, in particolare, a tre esempi: drastica riduzione della pressione fiscale, detassazione degli straordinari, rapidità dei rimborsi Iva) vanno nella direzione giusta.

In particolare - lo ripeto - sarà possibile una svolta fiscale: ed è significativo che proprio oggi anche l'Istat abbia accertato quello che gli italiani avevano constatato a proprie spese, e cioè un livello di pressione fiscale divenuto insopportabile nel periodo in cui (con il silenzio-assenso di Veltroni) Prodi, Padoa Schioppa e Visco hanno letteralmente imperversato.

"Via Ici e straordinari detassati"



Berlusconi: "Programma Pd è statalista"




"Il programma del Pd è la versione statalista del programma del centrodestra". Lo ha detto Silvio Berlusconi presentando il programma del Pdl. Il leader del Pdl precisa poi alcuni punti cardine del suo progetto, soprattutto in materia economico-fiscale: su tutti l'abolizione dell'Ici sulla prima casa e la detassazione degli straordinari. "Sono i provvedimenti che saranno presi nel primo Consiglio dei ministri", ha detto Berlusconi.

Ecco punto per punto i temi toccati da Berlusconi all'Auditorium della conciliazione:

FISCO
Un "nuovo fisco delle imprese" e' indicato, nel programma Pdl, al primo punto della missione dedicata al rilancio dello sviluppo. Oltre alla preannunciate detassazione di straordinari, premi e incentivi legati a incrementi di produttivita' e alla graduale e progressiva detassazione delle tredicesime o di una mensilita', Berlusconi propone, sottolineandone il valore di "assoluta novita'" il versamento Iva solamente dopo il reale incasso della fattura, insieme ai rimborsi Iva in tempo commerciale (da 60 a 90 giorni).

Misure, spiega, orientata all'obiettivo di "lasciare liquidita' nelle imprese". L'ex presidente del Consiglio ribadisce quindi l'impegno in favore della eliminazione di adempimenti burocratici e fiscali superflui e costosi, una misura questa che dovrebbe rientrare, in un piu' ampio piano di digitalizzazione della pubblica amministrazione, con benefici anche per i cittadini e capace di produrre risparmi per almeno 20 miliardi l'anno.

Ancora sul piano fiscale il programma prevede la riforma degli studi di settore, partendo dalle realta' economiche territoriali e coinvolgendo anche i Comuni; la graduale e progressiva abolizione dell'Irap, a partire dall'abolizione della parte relativa sul costo del lavoro e sulle perdite; la graduale e progressiva riduzione dell'Iva sul turismo. Il programma promette, inoltre, per i giovani imprenditori un periodo "no tax assoluto" per le nuove imprese giovanili, il prestito d'onore, e, per le giovani coppie, un bonus locazione.



Il Pdl delinea inoltre con maggiore dettaglio il Piano Casa annunciato nei giorni scorsi da Berlusconi, nel quadro di una politica familiare basata sull'abolizione dell'Ici sul primo alloggio. Il Popolo della liberta' punta quindi alla costruzione di alloggi per i giovani e per le famiglie che ancora non dispongono di una casa in proprieta' attraverso lo scambio tra proprieta' dei terreni e concessioni di edificabilita'. Ogni Regione, si legge nel documento, determinera' i criteri di assegnazione su cui costruire le graduatorie, con un piano di riscatto concordato con le Regioni a favore degli inquilini di alloggi pubblici. Viene inoltre prospettata la riduzione del costo dei mutui bancari delle famiglie, rendendone conveniente la ristrutturazione da parte delle banche.

GIUSTIZIA
Se dovesse tornare al governo Berlusconi "perfezionerebbe" l'azione intrapresa nei cinque anni del suo governo dal 2001 al 2006 in materia di giustizia. "Più giustizia, più sicurezza" è infatti il titolo della terza missione del programma elettorale del Cavaliere che promette un "rafforzamento della distinzione delle funzioni nella magistratura, come avviene in tutti i paesi europei; un confronto con gli operatori della giustizia per una riforma di ancor maggiore garanzia per i cittadini, che riconsideri l'organizzazione della magistratura, in attuazione dei principi costituzionali".

Il programma del Pdl prevede anche "una limitazione dell'uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali al contrasto dei reati più gravi; il divieto della diffusione e della pubblicazione delle intercettazioni con pesanti sanzioni a carico di tutti coloro che concorrono alla diffusione e pubblicazione".

Il Pdl promette anche "il completamento della riforma dei codici, la definitiva razionalizzazione delle leggi esistenti e l'attuazione dei principi enunciati dalle sentenze della Corte costituzionale, non ancora trasposti in legge; l'attuazione dei principi costituzionali del giusto processo per una maggiore tutela delle vittime e degli indagati; un aumento delle risorse per la giustizia, con un nuovo programma di priorità nell'allocazione delle risorse".

Berlusconi ha sottolineato c che "serve certezza della pena" e "ci deve essere l'esclusione di sconti di pena per i recidivi e per gli autori di reati particolarmente odiosi".

AMBIENTE
Il programma del Pdl prevede l'introduzione di un 5 per mille per l'ambiente. Lo ha reso noto il leader del Popolo della Liberta', Silvio Berlusconi chiarendo che questo progetto non era solo un ''pallino'' di Giulio Tremonti.


NUCLEARE
"Credo non ci sia alternativa se non di andare in maniera decisa verso un progetto di fonti energetiche nucleari per il paese". Scelta obbligata, secondo Berlusconi, vista la "decisione sciagurata degli anni '80, quando abbiamo abbandonato il nucleare", col risultato che oggi "compriamo energia nucleare da chi vicino a noi la produce".

SICUREZZA
Aumenteremo il numero dei Centri di permanenza temporanea per l'identificazione e l'espulsione degli extracomunitari clandestini". Lo ha detto il leader del Pdl Silvio Berlusconi durante la presentazione del programma elettorale spiegando che una volta tornato al governo il centrodestra "dara' piu' risorse e mezzi alla polizia per far ritornare le citta' quelle che ora non sono piu' dopo che la sinistra ha spalancato le porte ai clandestini extracomunitari".

FINANZA PUBBLICA
Nel programma che Silvio Berlusconi presenta si prevede il taglio di un punto di pil della spesa, nell'ambito del piano straordinario che si estendera' nei 5 anni di legislatura, cui e' previsto sommarsi un punto di pil di maggiore crescita. Veltroni ha invece indicato una riduzione della spesa di due punti e mezzo in tre anni (mezzo punto nel 2008 e 1 punto in ciascuno degli anni 2009 e 2010) per poter utilizzare il maggior gettito dalla lotta all'evasione interamente all'abbattimento delle tasse su famiglie e imprese. Sia Il Pdl che il Pd propongono di ridurre i costi della politica e della burocrazia, un'azione che in entrambi i casi prevede il taglio delle province.

L'azione straordinaria di finanza pubblica inserita nel programma del Pdl si realizza attraverso il federalismo fiscale e la riduzione del debito "immettendo sul mercato una quota corrispondente di patrimonio pubblico, offrendo a risparmiatori e operatori economici maggiori e migliori opportunita' di investimento". Per quanto riguarda la lotta all'evasione fiscale, il Pdl si affida alla riforma delle esattorie, all'effettiva partecipazione dei Comuni all'accertamento, al potenziamento dell'amministrazione finanziaria, alla riforma 'dal basso' degli studi di settore.

Va frenata la spesa pubblica





Francesco Ravoni intervista Benedetto Della Vedova per Il Giornale del 29 febbraio 2008 pag. 4



Siamo tutti liberisti?

È così Benedetto Della Vedova, presidente del Riformatori liberali, deputato di Forza Italia? Non c’è un’inflazione di liberismi in questa campagna elettorale?
«Sono pienamente d’accordo. Forse è il caso di uscire dai vari "asmi", e andare sulla sostanza. Vale a dire, capire quali sono le soluzioni previste rispetto ai problemi».
Partiamo dal recupera del potere d’acquisto dei sala
«Ma davvero si può pensare che la soluzione al problema dei salari bassi deve o può venire dallo Stato? Eppure è quel che dicano, con sfumature diverse, sia Bertinotti sia Veltroni. Oppure che lo Stato può intervenire per favorire la crescita economica? Noi crediamo che le soluzioni non siano queste; ma passino per una graduale riduzione delle imposte. Solo in questo modo, attraverso la vecchia ricetta liberale, è possibile favorire il recupera del potere d’acquisto e il recupero dell’economia».
Già, ma chi paga?
«E arriviamo alla spesa pubblica. È il problema o può essere la soluzione? Secondo me, la spesa pubblica ed il suo livello è il problema, non la soluzione, come invece pensa la sinistra. Ed ancora. Da tempo è oramai scattata una sorta di rivolta contro la "casta". Io credo che sia necessario ridurre l’intermediazione politica e sindacale sulla società: intermediazione che alimenta i costi. Non si può continuare a difendere la spesa pubblica, il sistema esistente. Bisogna cambiare».
Beh, anche a sinistra c’è fermento di cambiamento, come dimostra il dibattito sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori..
«Certo che c’è dibattito, sulla scia delle proposte del professor. lchino: ha ragione. L’articolo 18 deprime i salari e danneggia i più deboli. Ma il caso dell’articolo 18 dimostra come la sinistra non sia credibile. Non lo è quando parla di riduzione della spesa pubblica, non lo è quando parla di riforme dello Statuto dei lavoratori. In fin dei conti, è sempre questa sinistra, che oggi si professa europeista aparole, a criticare il Trattato di Maastricht ed era contraria allo Sme. È questo il crinale che differenzia il centrodestra dal centrosinistra: la credibilità. Loro queste posizioni (europeismo, taglio della spesa pubblica,riforma dello Statuto dei lavoratori) le tirano fuori in campagna elettorale; noi le abbiamo nel nostro dna di liberali».

Declino





• da Il Foglio del 29 febbraio 2008, pag. V


di Enrico Cisnetto



L'euro sopra il massimo storico di 1,5 sul dollaro. Il petrolio che sfonda quota 100 dollari al barile, candidandosi a costarci nel 2008 me­diamente un terzo in più di quanto lo abbiamo pagato l'anno scorso. Le pre­visioni più ottimistiche che ci assegnano una crescita del pil per quest'anno di pochi decimi di punto sopra lo. ze­ro, mentre quelle più realistiche parlano or­mai di recessione. Lo spread con i bund te­deschi dei nostri titoli di stato, già da tempo in rialzo, che ora ha raggiunto i 44 punti ba­se (top dal 2001), segnale tra i più preoccu­panti che i mercati internazionali considera­no il "rischio Italia" in aumento. Il tutto avendo sullo sfondo uno scenario mondiale in cui la crisi finanziaria innescata dallo sgonfiamento della bolla immobiliare, e la conseguente discesa dei corsi borsistici, fa temere un rallentamento dello sviluppo pla­netario (recessione negli Usa, crescita quasi zero in Europa), o un suo dipendere esclusi­vamente dall'Asia, che diventerebbe così la nuova locomotiva dell'economia globale.



Queste poche note riassumono la congiun­tura economica nella quale ci troviamo. Es­sa, a sua volta, si colloca nel contesto di un "declino italiano" che dura da almeno quin­dici anni e che tende a rendere strutturale anche i fenomeni più volatili. Avete forse qualche sentore di tutto questo nella campa­gna elettorale ormai avviata? Ci sono leader che s'interrogano sulla complessità del qua­dro che chiunque vinca si troverà di fronte dopo le elezioni? Neppure i inedia e gli opi-nion leader, salvo qualche rara eccezione, sono interessati a sollecitare il confronto po­litico su questi temi dì fondo. Si dirà; è nor­male che per la ricerca del consenso si usi­no messaggi semplificati e sì cerchi di non spaventare gli elettori. Vero, anche se sareb­be altrettanto normale poter intravedere dietro agli slogan analisi un po' più sofistica­te, e che a queste ultime ci si attenesse nel­la selezione della classe dirigente.



Eppure, qualcuno ha detto che dietro la prudenza con cui si starebbe muovendo Berlusconi - riassumibile nel concetto: possia­mo vincere solo noi o il Pd, e comunque va­da dopo bisognerà "collaborare" - è leggibi­le la preoccupazione di ritrovarsi a palazzo Chigi senza la forza, le idee e gli strumenti (a cominciare dagli uomini) che sono necessa­ri per evitare che la barca affondi. E altri hanno letto in Veltroni il desiderio di accor­ciare la forbice del distacco tra Pd e Pdl per mettersi nella condizione di offrire al Cava­liere una sorta di patto di legislatura, e non solo sulle questioni istituzionali e della leg­ge elettorale. Insomma, nessuno affronta il tema della crisi strutturale italiana - econo­mica e non solo - nessuno evoca lo spettro di una grave recessione, che avrebbe gravi conseguenze sulla tenuta sociale e sulla finanza pubblica, ma tutti terrebbero in caldo la possibilità di una grande coalizione.



Magari. I lettori di questa rubrica sanno quanto io abbia suonato questo tasto, di co­me consideri indispensabile, ineludibile, un passaggio politico di unità nazionale tra riformisti e moderati che consenta a quel­le due componenti della classe politica - fi­nora costrette del bipolarismo coatto ad es­sere divise, anzi nemiche - di assumersi in solido la responsabilità delle scelte impo­polari {o presunte tali) che sono necessaire al paese. Ma siamo sicuri che questi due "partiti non partiti", che questi leader che tutto sono meno che nuovi (nel senso di non logorati dai risultati di governo, del paese come della capitale, fin qui conseguiti), che questi programmi all'acqua di rose che di­pingono un paese che non c'è, siamo sicuri che siano gli strumenti giusti per fare un governo di salvezza nazionale e non un brutto inciucio di potere? L'impostazione della domanda tradisce la risposta: io non ci credo. Anzi, per la verità io non credo neppure che la grande coalizione, bella o brutta che sia, si faccia, salvo il (solo) caso che l'eventuale attribuzione all'una forza della Camera e all'altra del Senato non co­stringa alla coabitazione.



Per essere credibile, questa dovrebbe es­sere una scelta politica, non uno stato di ne­cessità. E come tale, andrebbe proposta ai cittadini. Ricordo che l'idea del "compro­messo storico" nacque quando Dc e Pci as­sommavano oltre i due terzi delle forze par­lamentari, e che intorno a quell'ipotesi si agitò un dibattito politico intensissimo. Oggi il primo che ne accenna fugacemente il gior­no dopo smentisce, per paura di perdere vo­ti. Pensate cosa succederebbe se Veltroni e Berlusconi decidessero dì recarsi insieme a Napoli, e solcando qualche marciapiedi ri­colmo di spazzatura, dicessero all'unisono "noi prendiamo solenne impegno che, qua­lunque sia l'esito del voto e qualunque go­verno si formi dopo, affronteremo di comu­ne accordo il problema dei rifiuti e insieme lo risolveremo anche a costo di imporre a quei cittadini che fin qui hanno protestato, occupando strade e persino scontrandosi con le forze dell'ordine, le scelte degli stru­menti necessari (discariche, inceneritori, termovalorizzatori) e le loro ubicazioni". Questo gesto, normale in qualunque altro si­stema politico, da noi, dopo quindici anni di bipolarismo armato, avrebbe una carica di­rompente, sarebbe la certificazione che si è davvero voltato pagina, che si vuole sul serio recuperare la sfiducia e l'antipolitica.

Ma così non è. E ci si avvia a conquistare palazzo Chigi con beata superficialità di chi non capisce in che guaio si sta mettendo.

La tentazione protezionista







• da Corriere della Sera del 29 febbraio 2008, pag. 1


di Francesco Giavazzi



E’ cominciata male la campagna elettorale del Popolo della libertà (Pdl): «Dazi e quote per difendere le nostre produzioni dalla concorrenza asiatica», «protezione delle nostre industrie e dei nostri capannoni », «riduzione della regolamentazione comunitaria », «affidare al governo il compito di comprare i beni di prima necessità e distribuirli ai Comuni per aiutare chi non arriva a fine mese». I ricercatori della Banca d’Italia hanno studiato un campione di 4.200 piccole e medie imprese per capire come sono cambiate negli ultimi 5 anni.

Quella che ne emerge è un’Italia molto diversa dai capannoni che il Pdl, e l’estensore del suo programma economico Giulio Tremonti, vorrebbero proteggere con i dazi. E’ il ritratto di un mondo pieno di vita: alcune aziende marginali sono uscite dal mercato ma quelle che sono rimaste hanno investito, soprattutto a monte (in ricerca e sviluppo) e a valle (marchi e distribuzione). Ad esempio l’Eurotech, che da Udine ha conquistato una nicchia mondiale nei nanocomputer, un settore che sembrava precluso a chi non risiedesse in California. Un anno fa Eurotech ha comprato un’azienda in Cina, la Chengdu Vantron Technology, un acquisto che le autorità di Pechino probabilmente non avrebbero gradito se l’Italia avesse imposto dazi sulle loro esportazioni. «Di fronte alla globalizzazione abbiamo bisogno di uno Stato più forte» scrive Tremonti.

Sì, ma per abbattere le rendite e creare più concorrenza, non per sostituirsi al mercato. I prezzi scendono con la concorrenza, non con i supermercati di Stato (a meno che Tremonti non pensi ai magazzini Gum della Mosca sovietica, dove i prezzi erano bassissimi, ma gli scaffali vuoti). E quel poco di concorrenza che c’è in Europa la dobbiamo tutta a Bruxelles (altro che ridurre «la regolamentazione comunitaria»!): chi ha eliminato la tassa di roaming sulle telefonate cellulari internazionali? Chi ha obbligato Microsoft a sbloccare i suoi codici consentendoci di ascoltare musica con programmi diversi da Windows Media Player? Per il Mezzogiorno il Pdl propone una Banca del Sud, immagino pubblica. Ne abbiamo già sperimentate due, il Banco di Sicilia e quello di Napoli.

Prima di ripercorrere quella strada occorre almeno chiedersi che vantaggi ne siano venuti per i cittadini del Mezzogiorno (non per i politici che le controllavano) e quanto siano costati ai contribuenti i fallimenti delle due banche (solo nel caso di Napoli quasi un punto di Pil). Il programma del Pdl proietta l’immagine di un Paese impaurito che si difende alzando barriere e rifugiandosi nello Stato. È proprio quello che desidera chi ha una rendita da proteggere e teme che il mercato gliela sottragga. Il governatore della Lombardia, esponente importante del Pdl, si batte perché lo Stato venda Alitalia ad AirOne. Non lo preoccupa il fatto che la nuova linea aerea godrebbe di un monopolio su molte tratte nazionali e che ciò consentirebbe ai dipendenti di Sea e Alitalia di continuare a godere dei loro molti privilegi, sulle spalle dei cittadini. E allora sorge naturale una domanda: ma il Pdl crede davvero in queste proposte, oppure sono solo uno schermo per ottenere protezione e garanzie per alcuni suoi probabili elettori

Il giudice paghi i suoi errori.



Michele Brambilla

da IlGiornale




È vero che siamo abituati a vederne di tutti i colori: ma certe decisioni della magistratura ci farebbero venire il dubbio, se non stessimo assistendo a delle tragedie, di essere su «Scherzi a parte».
Prendiamo ad esempio il caso di Gravina. Quando il giudice ha ordinato l’arresto del padre di Ciccio e Tore, per motivare la sua convinzione che i due piccoli non potevano essere spariti per disgrazia (ipotesi che invece ora appare la più probabile), ha scritto: «Resta il fatto insuperabile che Gravina di Puglia non è un comune di alta montagna, con crepacci, burroni e slavine pronti a seppellire per sempre i corpi dei malcapitati». Peccato che un luogo adatto a seppellire i corpi c’era, ed era lì a un palmo di naso. Ma non solo: basta aprire un vocabolario - o anche solo digitare su Internet, se proprio non si ha voglia di alzarsi dalla seggiola - per vedere che alla voce «gravina» si legge: «Profondo crepaccio eroso in terreni calcarei; ve ne sono in Puglia e in Lucania». Può un magistrato che lavora in Puglia non sapere che Gravina si chiama Gravina proprio perché pieno di gravine? Insomma era possibilissimo che i due fossero scomparsi per disgrazia. Eppure il magistrato l’ha escluso a priori e ha messo in galera il padre per omicidio. Per lui, c’era un fatto «insuperabile».
Di «insuperabile» sembra esserci invece la tranquillità con cui si possono prendere le decisioni più assurde senza timore di pagarne il dazio. Ieri, altro esempio, è stato scarcerato il figlio di Totò Riina, Salvuccio, condannato in appello a 8 anni e 10 mesi per mafia. «Scadenza dei termini di custodia cautelare», è stata la motivazione. «La Cassazione ha applicato la legge», ha commentato il presidente dell’Associazione Magistrati. Certo: i termini erano scaduti. Ma chi non ha chiuso il processo in tempo, se non i magistrati?
Anni fa un sostituto procuratore del tribunale dei minori di Milano accusò un povero papà di avere sodomizzato la figlia di due anni, che invece aveva un cancro al retto, del quale morì. Ma quel magistrato fu promosso per anzianità e, da sostituto che era, divenne capo del suo ufficio.
Certo: in tutti i lavori c’è gente che sbaglia, più o meno colpevolmente. Ma chi sbaglia di solito paga: ovunque, tranne che in magistratura, un mondo che vive di autocontrollo, un mondo dove non c’è distinzione di carriera tra persone meritevoli e incapaci. Qualche tempo fa il professor Pietro Ichino, che ora si candida con Veltroni, ha meritoriamente introdotto il tema dei «fannulloni» nella pubblica amministrazione. È tempo che la questione venga estesa alla magistratura. Difficile che il Pd riesca a convincere il suo alleato Di Pietro a seguirlo su questa strada. Ma è una strada che è indispensabile percorrere: non per un interesse di destra o di sinistra, ma per la sicurezza di tutti gli italiani.

Bloomberg si schiera. Per tutti e nessuno



di MATTEO GUALDI





[29 feb 08] Alla fine Michael Bloomberg è sceso in campo. Il sindaco di New York, uno degli uomini più ricchi del mondo (la rivista specializzata Forbes lo pose nel 2005 fra i primi cento), irrompe nella campagna elettorale, non candidandosi direttamente, come alcuni speravano ed altri temevano, ma lanciando una iniziativa politica importante. In un editoriale pubblicato dal New York Times, Bloomberg mette fine alle tante voci che si sono rincorse negli ultimi mesi e che davano come probabile una sua candidatura alla presidenza, come indipendente. “Ho ascoltato attentamente quelli che hanno cercato di incoraggiarmi a correre, ma io non sono – e non sarò – candidato alla presidenza”, ha scritto Bloomberg che però non rinuncia a lanciare la sua battaglia politica. Ma in favore di chi? Di Hillary, di Obama, di McCain? Il sindaco di New York si è schierato con tutti e con nessuno, perché ha deciso di schierarsi per un’idea: un approccio sciolto da vincoli ideologico per risolvere i problemi che affliggono l’America. “Se un candidato applicherà un approccio indipendente e proporrà soluzioni pratiche che non obbediscano alla semplice ortodossia di partito io lo supporterò e convincerò altri ad aiutarlo a vincere nella corsa alla Casa Bianca”, ha scritto Bloomberg che ha aggiunto che “la partita è troppo importante per rimanere a guardare ai bordi del campo”.

Il sindaco di New York conosce bene i problemi della gente, quei problemi per risolvere i quali lavora ogni giorno da quando è stato eletto nel 2001. Sono problemi semplici ma concreti, dalla crescita economica alla disoccupazione, dall’immigrazione alla sicurezza, all’istruzione. Sono tutte sfide che, secondo Bloomberg, richiedono un approccio non ideologico ma pratico da parte dei candidati, i quali dovrebbero affrontarli con quelle “soluzioni di buon senso” che non appartengono solo ad una parte politica. Alcune di queste soluzioni, infatti, sono tradizionalmente associate ai repubblicani, altre ai democratici. “Da uomo d’affari non ho mai creduto che uno dei due partiti da solo avesse tutte le risposte e, come sindaco, ho constatato quanto questo fosse vero”. La ricetta secondo Bloomberg, dunque, è una sola: abbandonare le visioni di parte, le ideologie, gli slogan e riscoprire il semplice buon senso, il valore dell’unità, la concretezza. Certo Bloomberg non è un ingenuo e sa che “ci saranno sempre interessi particolari decisi a opporsi ad ogni tentativo di modifica dello status quo”, così come ci saranno sempre “persone più interessate alla propria rielezione piuttosto che al futuro del Paese”, ma benché “le forze che lottano contro il cambiamento siano forti e si annidino in entrambi i partiti”, il sindaco di New York pensa che solo “il candidato che saprà riconoscere che le posizioni di parte devono essere accantonate potrà vincere le elezioni di novembre e guidare il Paese verso un grande futuro”. Non bisogna cadere però nell’errore di confondere l’approccio di Bloomberg con l’antipolitica.

Il primo cittadino della Grande Mela, che da anni è impegnato in prima persona a cercare di risolvere i problemi quotidiani dei suoi concittadini, non è contrario alla politica, né ai politici e nemmeno ai due principali partiti, ma è semplicemente contrario alle contrapposizioni ideologiche che costringono ad accantonare le giuste soluzioni ai problemi, soltanto perché proposte da “altri”. In definitiva riconosce che ci sono proposte sensate da entrambe le parti, ma ritiene che bisognerebbe operare una sintesi per risolvere i problemi dell’America e che per fare questo ci vorrebbe un candidato indipendente, un candidato pratico che sappia andare oltre gli steccati. Insomma Bloomberg sembra lanciare la propria candidatura nello stesso giorno in cui decide di escluderla pubblicamente.

giovedì 28 febbraio 2008

Purché sia liberista






• da Il Giornale del 28 febbraio 2008, pag. 1


di Mario Giordano



Sognavamo la rivoluzione liberale, non possiamo finire a Fanfani. Lo diciamo con un po' di preoccupazione. Ma visto che il centrodestra vara le primarie sul programma, ci permettiamo di dire la nostra: che sia un programma liberista. L'Italia sta ancora aspettando le riforme della Thatcher, di Reagan, o almeno di Aznar. Adesso sentiamo che in alcuni ambienti del centrodestra si pone come modello Fanfani. E poi? Dopo Fanfani? Rumor e Clelio Darida? Remo Gaspari? Le partecipazioni statali e la Cassa del Mezzogiorno?

Varare un piano per la casa ai giovani, come ha annunciato ieri Berlusconi, va benissimo. Ma ipotizzare un nuovo piano di edilizia popolare di massa, come negli anni Cinquanta, ci spaventa. Così come ci spaventano il ritorno del protezionismo e tutto quel parlare di dazi, lo scarso entusiasmo sulle liberalizzazioni e i toni timidi sul fronte della riduzione dello Stato.

Se si crede al libero mercato (e noi ci crediamo), non si può smettere proprio adesso. Anche davanti alla crisi. Anche coi cinesi alle porte, la recessione che incombe e i disastri di Prodi da rimediare. Anzi, forse proprio per quello. L'unica via per risollevarsi è un programma liberale. E non si può, su questi temi, lasciare campo aperto al centrosinistra, che fa di tutto per sembrare, con una riverniciatura, due prof e alcuni slogan copiati, il vero garante del liberalismo.

Ciò che sta succedendo è assurdo. Veltroni, che parlava di Lenin, ora va in giro a raccontare di tasse da tagliare e di articolo 18 da abolire, facendo sue le battaglie del centrodestra, al quale invece rischia di restare appiccicata, complici i giornali, solo l'immagine appannata dello statal-assistenzialismo in salsa fanfaniana.

Il Pdl nasce per difendere la libertà. E allora avanti: che un programma sia davvero liberale e liberista. Bisogna ridurre le tasse e tagliare le spese, a cominciare da quelle degli enti locali, che hanno mal interpretato il federalismo come un raddoppio di burocrazia e una licenza di spreco.

E se proprio si vuole fare qualcosa di sociale, perché non si pensa, per esempio, a eliminare il divieto di cumulo fra pensione e stipendio? È un'assurdità che costringe una fetta consistente della nostra popolazione, ancora attiva, a lavorare in nero o a sedersi ai giardinetti senza sapere come passare le giornate. Si parla tanto di precarietà e flessibilità: quanti di questi anziani sarebbero disposti a lavorare con contratti flessibili? E quante risorse qualificate si rimetterebbero in circolo in questo modo? Quanto beneficio ne trarrebbe il Paese? Non sarebbe meglio, e più liberale, questo piuttosto che morire fanfaniani?

Addio pilastro verde




• da La Stampa del 28 febbraio 2008, pag. 1


di Mario Deaglio



Da circa sessant’anni, ossia dal secondo dopoguerra, le economie dei Paesi ricchi si muovono in un contesto internazionale che poggia su tre pilastri: il ruolo centrale del dollaro, l’accessibilità delle materie prime energetiche a prezzi tali da non scatenare inflazione, i prodotti alimentari a buon mercato.

Il pilastro energetico era stato lesionato negli Anni Settanta e Ottanta, ma successivamente riparato. Nella giornata di ieri, però, tutti e tre i pilastri si sono messi a tremare in maniera preoccupante. Il prezzo del frumento ha toccato livelli da primato, anche perché le riserve mondiali di cereali sono al punto più basso da trent’anni (quando la popolazione mondiale era all’incirca la metà dell’attuale). Il petrolio ha toccato nuovi massimi, consolidandosi poi oltre la soglia psicologica di 100 dollari al barile.

Soprattutto, però, la quotazione della moneta americana si è indebolita sotto la soglia psicologica di 1,5 dollari per un euro con un ribasso a velocità crescente: in cinque anni il «biglietto verde» ha perso oltre il 30 per cento del suo valore rispetto alla moneta europea e metà di questa perdita è concentrata negli ultimi mesi. Il dollaro scende nei confronti non soltanto dell’euro ma, sia pure in maniera attenuata, anche dello yen, della sterlina e delle altre monete più importanti. E se un euro che sale troppo è un problema dei soli europei, un dollaro che scende troppo diventa un problema per il mondo intero.

Questi tre movimenti sono sufficienti a provocare un deciso disorientamento.

Einducono a domandarsi se sia possibile uscire da una situazione del genere con gli strumenti dell’economia di mercato oppure sia necessario un intervento diretto dei governi.

La risposta più semplice riguarda il frumento (e, più in generale, tutti i cereali). Lo stimolo dell’aumento del prezzo dovrebbe essere sufficiente, nel giro di un anno o due, a far salire la produzione e a risolvere nel breve periodo la situazione, in assenza di forti anomalie climatiche che, come è successo con le recentissime gelate cinesi, possono causare disastri per i raccolti. Tale risultato sarà più rapido e più sicuro se si utilizzeranno sementi geneticamente modificate, il che può provocare dibattiti gravi e scelte dolorose. In questo periodo di tempo, non è escluso che i governi dei Paesi esportatori cerchino di formare una sorta di «Opec del grano» per tener alto il prezzo e quelli dei Paesi importatori, specie se con situazioni di povertà diffusa, impongano temporaneamente qualche forma di prezzo massimo e/o di razionamento.

Per le materie prime energetiche, i Paesi dell’Unione Europea possono certo stabilizzare i prezzi rinunciando a parte delle entrate derivanti da un carico fiscale eccessivo; la vera stabilizzazione, però, può derivare soltanto da una diversa regolamentazione del mercato petrolifero. Dalle contrattazioni, infatti, dovrebbero essere esclusi gli operatori puramente finanziari, i quali contribuiscono all’instabilità dei mercati determinando caratteristiche ondate speculative. Secondo l’Unione Petrolifera, senza le contrattazioni speculative (di scarsa utilità nel quadro globale dell’economia) i prezzi del greggio potrebbero essere del 20 per cento più bassi e si tratta di una stima ragionevole.

Il vero problema riguarda però il dollaro, da sempre stella fissa del nostro firmamento finanziario, attorno a cui ruotano tutte le altre monete. È tempo di domandarci serenamente se la moneta americana possa ancora occupare a lungo questa posizione di centralità, di «metro universale» dell’economia mondiale. I ribassi a catena del costo del denaro dello scorso mese paiono motivati più dalla preoccupazione di evitare una recessione nell’anno delle elezioni americane che da una visione lungimirante del ruolo degli Stati Uniti nel mondo: per evitare una recessione, probabilmente di breve durata, gli americani si stanno giocando un predominio durato oltre mezzo secolo.

Per molte transazioni finanziarie il dollaro è già oggi utilizzato assai meno di qualche anno fa, pur rimanendo ancora largamente la moneta prevalente. Nella determinazione dei prezzi delle materie prime potrebbe utilmente essere sostituito da un paniere delle principali monete (in cui il dollaro continuerebbe, peraltro, a essere largamente rappresentato). I prezzi espressi in questa nuova unità di misura risulterebbero molto più stabili di quelli espressi in un’unica moneta e rifletterebbero assai meglio l’economia mondiale multipolare che si va delineando con l’irrompere sulla scena mondiale de grandi paesi asiatici.

Nell’attuale situazione, una «stella fissa» non può essere sostituita da un’altra «stella fissa». Il nostro universo economico ha «perso il Nord», ossia un punto di orientamento stabile; per evitare il caos servono interventi diretti, accuratamente meditati, preparati e coordinati, dei governi dei singoli Paesi. I problemi del governo dell’economia mondiale non sembrano però interessare i ceti politici dei vari Paesi, che ragionano pressoché soltanto in termini di appuntamenti elettorali, di conquista e conservazione a breve del potere. Un potere politico conquistato o conservato a breve può però valere ben poco in un’economia resa caotica dalla mancanza di interventi appropriati.

Nei 12 punti di Walter manca la libertà





• da Il Giornale del 28 febbraio 2008, pag. 1


di Renato Brunetta



Finalmente il Partito democratico si dota di una dottrina internazionale quasi berlusconiana. Come in campo economico, «l'Italia nel mondo che cambia» che immaginano Walter Veltroni e compagni è una scopiazzatura della politica estera del governo Berlusconi e delle migliori proposte avanzate negli ultimi anni dal centrodestra europeo: dall'Afghanistan all'Europa, passando per i rapporti con gli Stati Uniti e gli eurobond per finanziare ricerca e infrastrutture europee. Tuttavia, quanto fatto dagli esponenti nel Pd nel governo Prodi invita all'estrema prudenza: le belle parole contenute nel programma sono una scatola vuota. All'interno manca coerenza, mancano le vere sfide, manca una vera dottrina di politica estera che dia al nostro paese una direzione precisa e restituisca all'Italia il suo ruolo di protagonista al tavolo dei grandi del mondo.
L'esempio più evidente del plagio veltroniano e del wishful thinking democratico è l'Afghanistan. Nel 2001 fu Berlusconi a schierarsi con determinazione al fianco degli Stati Uniti vittime dell'11 settembre, lanciando la missione italiana al fianco degli alleati della Nato. Per il governo di centrodestra la sconfitta di Al Qaida e dei talebani in Afghanistan è sempre stata uno degli elementi centrali per arrivare alla vittoria delle democrazie sul terrorismo islamista e per la stabilizzazione della regione. Le parole del Pd echeggiano la politica berlusconiana: «L'Italia deve confermare il suo impegno nella missione in Afghanistan, decisiva per vincere la guerra al terrorismo jihadista e nella riflessione strategica sul Medio Oriente». Peccato che manchi un chiaro impegno a vincere questa guerra afghana.
Sulla questione dei rapporti con gli Stati Uniti, dopo il contraccolpo subito per l'antiamericanismo del governo Prodi, il Pd dice di essere favorevole «alla proposta di costruire uno spazio comune transatlantico in campo economico oltre che politico, che rafforzi il nucleo di base per il governo della globalizzazione e della liberalizzazione e diminuisca il rischio di crescenti protezionismi». L'idea non è di Veltroni. Ma della cancelliera tedesca e cristiano-democratica Angela Merkel e del primo ministro liberale danese Anders Fogh Rasmussen. Solo che tutti gli atti di Romano Prodi e Massimo D'Alema sono in netto contrasto con le belle parole del Pd: le barriere protezionistiche per evitare l'ingresso di AT&T in Italia, il rifiuto di sanzioni sull'Iran, le molte ambiguità sul Kosovo, le perplessità sullo scudo antimissilistico americano in Europa, la virulenza delle accuse sull'Irak. La lista è lunga, ma è chiaro che se c'è qualcuno che è in grado di riallacciare i rapporti con Washington, non è il centrosinistra antiamericano.

Anche sull'Europa, il Pd pesca nel bacino di idee del centrodestra italiano ed europeo. «Il Mediterraneo deve essere la porta sud dell'intera Unione Europea», spiegano i democratici, dimenticandosi di citare la fonte: il presidente francese, Nicolas Sarkozy, che ha lanciato l'Unione per il Mediterraneo. Nel programma è addirittura ripresa alla lettera la proposta del governo Berlusconi di finanziare le reti infrastrutturali europee e della ricerca attraverso gli eurobond. Come sempre, però, la sostanza è assente. La «solida politica di sicurezza comune», evocata dal Pd, non è realizzabile senza investimenti massicci per modernizzare l'esercito italiano. La «politica dell'energia coerente con la strategia del 20/20/20» (l'idea è di Josè Manuel Barroso, il popolare portoghese che presiede la Commissione) non si può fare senza il nucleare. La «rappresentanza unitaria sui mercati esterni» dell'energia è in contraddizione con gli accordi bilaterali firmati da Prodi con la Russia. Più in generale il Pd dice di «voler rilanciare il processo di integrazione politica dell'Europa» senza specificare quali riforme siano necessarie, e «crede nell'Europa massima possibile, non in quella minima indispensabile».
Il programma di politica estera del Pd è carente su un sacco di altre cose. Sull'Irak si continua a parlare di tragico errore dell'amministrazione Bush, quando la situazione non è mai stata così buona grazie all'invio di altri soldati americani. Questa non è l'ora del disimpegno dall'Irak, ma del rafforzamento del processo di stabilizzazione in atto. Dire di volere la denuclearizzazione del Medio Oriente nel momento stesso in cui l'Iran sta lavorando all'acquisizione dell'arma atomica è un pio desiderio, tanto più se il ministro degli Esteri del Pd è contrario a sanzioni serie contro Teheran. Semmai, l'Italia dovrebbe schierarsi pienamente a favore dello scudo antimissilistico degli Usa e della Nato, perché è la sola garanzia che l'Iran o qualsiasi altra potenza nucleare non avranno un'arma di ricatto nucleare nei confronti dell'Europa. Il Pd rimane silente sulle grandi potenze emergenti come Cina, India e Russia, rispetto alle quali occorre elaborare delle strategie per non subire passivamente il loro arrivo sulla scena internazionale.
Non mancano altre belle vuote parole sulle Nazioni Unite che, come l'Europa, sono il totem della politica estera del Pd. Peccato che l'Onu, grazie a un Consiglio di sicurezza che non riesce a decidere su Iran, Kosovo e Darfur e a un Consiglio dei diritti umani la cui unica attività è condannare Israele, sia sull'orlo del fallimento. Occorre pensare a un'organizzazione internazionale che, per quanto non alternativa all'Onu, rafforzi il campo occidentale e democratico, come la Comunità delle democrazie.
Ecco, la democrazia... Nel programma del Pd la parola «democrazia» compare una sola volta, a proposito dell'Africa. Del tutto assente, invece, è la parola «libertà». È significativo: le idee, i valori e i diritti guidano la politica estera di un paese. Sul terrorismo, sull'islamismo, sul comunismo, sull'autoritarismo, sull'economia sono la difesa e l'affermazione del nostro modo di vivere democratico e liberale - «way of life», dice un democratico molto più visionario come Tony Blair - che fanno forte l'Occidente. Le due parole assenti dal programma veltroniano fanno cadere il palco di una politica estera che non c'è.

Ecco perché il Pdl conviene alle tute blu





• da Il Giornale del 28 febbraio 2008, pag. 6


di Lodovico Festa




Nelle elezioni del 2006, al Nord il centrodestra conquistò la maggioranza relativa del voto operaio. Il fenomeno si sta consolidando. Come negli anni Ottanta negli Stati Uniti quando il voto operaio si indirizzò verso i repubblicani. Questi nuovi elettori vennero chiamati Reagan democrat (democratici per Reagan) o anche «Reagan blue collar» (tute blu per Reagan). Al centro della svolta negli Stati Uniti vi furono più elementi: la crescente attenzione dei Democratici verso il pubblico impiego, in particolare gli insegnanti, la loro attrazione, a un certo punto quasi esclusiva, verso quello che Paul Ginsborg ha definito il ceto medio riflessivo. Che sarà riflessivo, ma che con i suoi velluti, botton down, gonne a fiori, ville nel Chiantishire (negli States, a Martha’s Vineyard), appare a vasti settori popolari intrinsecamente fighetto.
Mentre il sanguigno ex attore alla Casa Bianca si occupava di generalizzati e profondi tagli alle tasse, i Democrat da Carter in poi trasmettevano invece l’idea che il popolo, quello un tempo al centro dei programmi rooseveltiani, desse quasi fastidio.
Se si esaminano le liste veltroniane con milioni di «figli di...», bravini, capacini di ottimini discorsini, con gli occhialini o stivalini (da ragazze bene) giustini. Quando si constata che l’unico operaio valorizzato non è scelto perché dirigente delle lotte o del Pd in fabbrica, ma come tragico testimonial (naturalmente a lui personalmente va tutta la solidarietà) di un terribile dramma, riesce difficile non condividere la sensazione crescente di larghi settori popolari: questi ci hanno abbandonato. L’esperto del lavoro candidato Pietro Ichino - bravo commentatore che vedremo se sa fare il politico, come dice Massimo D’Alema - non è uno che ha lavorato in squadra per formare l’appena costituito Pd: no, è gentilmente prestato dal Corriere della Sera per piacere alla gente che piace. L’ispirazione del programma del Pd, poi, è dettata da uno dei luoghi più astratti dell’universo, il sito di economisti della «voce.info», che fa sembrare la facoltà di Teologia di Tubinga un posto in cui ci si occupa solo di problemi pratici. E poi, in realtà, l’uomo forte del «lavoro» nelle liste del Pd sarà Paolo Nerozzi, leader del pubblico impiego in Cgil. Come volevasi dimostrare.

E il programma del Pd estratto a mala pena dalle macerie del governo Prodi, ha caratteristiche prevedibili: concede molto al centrodestra che ha con sé la maggioranza dell’opinione pubblica, ma resta infestato da dirigismo.
Dal centrodestra, invece, il lavoratore in carne e ossa è colpito anche dall’aspetto antropologico. Se uno pensa a un personaggio popolano, gli viene in mente un Bossi o magari il trafelato ed eccezionale parlamentare lavorista Maurizio Sacconi, non certo una delle signorine con gonna a fiori messa in testa di lista da Veltroni. Il lavoratore, consapevole di quanto sia importante una buona economia, se deve sceglier l’imprenditore punta su un Berlusconi, che si vede bene incapace di stare con le mani in mano. Non certo su un signorino come Matteo Colaninno.
E anche quando guarda i programmi, se gli si dice che c’è un problema di flexsicurity, se appena appena ha qualche bullone sotto mano, te lo tira subito. Così se si gli si propone un contratto d’ingresso, che ci vogliono tre giorni per spiegarlo e sei per capirlo. Quanto poi alle proposte più dirette, come il taglio dell’Irpef sul lavoro, l’operaio con esperienza non può non ricordare come è stato fregato con il taglio sul cuneo fiscale che non ha alleggerito d’un’acca la sua busta paga. E se pensa ai figli precarizzabili, avverte subito che la proposta di un salario minimo mensile di 1000 euro, senza porre problemi di orari e di contratti molteplici, è la solita bufala dirigista che se andasse in porto finirebbe per diminuire l’occupazione.
E sempre il nostro operaio in carne e ossa, quando legge le proposte dei berlusconiani capisce subito che c’è della polpa: detassare radicalmente gli straordinari, i premi di produttività (sarebbe invece un po’ pasticciato intervenire sulla contrattazione aziendale tout court che tende sempre più a essere parte strutturale del salario) e la tredicesima significa - il lavoratore «reale» lo comprende al volo - poter dare subito un bel po’ di soldi, aiutando la produttività e senza scombinare i conti dello Stato. Ecco perché - come direbbe Veltroni - gli operai diventano sempre più spesso Berlusconi's blue collar.

Veltroni candida i giovani, ma il governo targato Pd li ha bastonati





Roma, 28 feb (Velino) - Precari, operai, studenti. Nelle liste del Partito democratico Walter Veltroni ritaglia uno spazio per tutti. Oggi, al loft di piazza Sant’Anastasia, ha presentato le candidature di Antonio Boccuzzi, l’unico sopravvissuto al rogo della Thyssen di Torino, di Loredana Ilardi, operatrice di un call center di Palermo, e Franca Biondelli, lavoratrice in una Asl di Novara. I tre si aggiungono alla studentessa-ricercatrice ventisettenne Marianna Madia, che sarà capolista in Lazio, come personaggi “simbolo” della “società civile” che il leader del Pd ha voluto inserire in dosi massicce nel partito. Veltroni, poi, ha speso parole di elogio per il ministro del Lavoro, Cesare Damiano: “Ha fatto un lavoro straordinario e l’accordo sul welfare porta il segno della sua sensibilità e del suo lavoro”. Ma in realtà, sottolinea Daniele Capezzone, promotore del network Decidere.net, il segretario del Pd è “sul terreno sdrucciolevole della propaganda più sfacciata”. Parlare di Pd come “partito del lavoro” è “una vera e propria beffa”. Infatti, spiega Capezzone, “è proprio con Prodi, Tps e Visco (e con Veltroni silente!) che è stata approvata una controriforma delle pensioni che sarà devastante per le nuove generazioni”. E il conto di queste scelte “dissennate” lo pagheranno proprio i giovani. “L’errore sulla previdenza costa dieci miliardi di euro, e circa un terzo di questa somma è messo a carico dei ‘co.co.pro’ (su cui Veltroni piange lacrime di coccodrillo). A causa della mossa dell'Unione, un ragazzo o una ragazza ‘co.co.pro’ vedono schizzare fino al 26,5 per cento del loro stipendio i contributi previdenziali: in altre parole – spiega Capezzone –, un giovane deve versare un quarto del suo stipendio in contributi (più le tasse, ovviamente: e figurarsi cosa resta, quindi, del salario), e questo serve per coprire il buco determinato dall'abbassamento dell'età pensionabile”. Duro con Veltroni anche il senatore di Forza Italia, Maurizio Sacconi: “Siamo proprio ai riti del vecchio Pci che era solito presentare candidature simboliche dei più opposti ambienti sociali nel nome – si dice anche allora – di un retorico ‘patto tra produttori’. E così per decine di sindacalisti di provenienza Cgil ci saranno ‘ma anche’ un Pietro Ichino o un Matteo Colaninno impegnati a modificare l’articolo 18, perché come in uno scaffale del supermercato ci devono essere marche e sottomarche”.

L'incubo del segretario è un Pd modello Unione







• da La Stampa del 28 febbraio 2008, pag. 11


di Federico Geremicca



La faccenda la si potrebbe anche spiegare così: facendo finta di esser stati una settimana in vacanza, di esser partiti lasciando Veltroni e il Pd in buona forma - il primo, gasato per l’avvio della campagna elettorale; il secondo unito e convinto dietro il suo nuovo leader - e poi, una volta tornati, di aver ritrovato entrambi alle prese con una improvvisa e lacerante spaccatura. Tra “radicali” e “riformisti”? Nient’affatto, questa è storia - anzi - appena archiviata. Tra pacifisti e “realisti”? Nemmeno per idea, anche questa è roba passata. Allora, forse, tra “maggioritari” e proporzionalisti? Figurarsi, sul sistema uninominale a doppio turno il programma è chiaro e - si spera - condiviso. E cos’è, allora, che spacca il Pd costringendo il suo leader agli straordinari? Nientemeno che l’improvviso divampare di una “guerra” tra laici e cattolici: con i cattolici del Partito democratico nelle vesti di “parte offesa” nonchè minoritaria.

Cos’è dunque successo in questa settimana? Che Veltroni ha stretto un accordo con i radicali che prevede l’elezione di loro nove rappresentanti, tra Camera e Senato, nelle liste del Pd. Nove. Su un totale, nell’ipotesi peggiore per i democratici, di 260-270 parlamentari eletti. Senza star lì a calcolare percentuali, una goccia nel mare. Eppure una goccia capace - secondo la parte che si considera “offesa” dal patto con i radicali - di cambiare il profilo del Pd. Questa è la tesi. Che, applicata a un partito che ha Romano Prodi come presidente, il cattolico Franceschini come vicesegretario, che esprime in Franco Marini il presidente del Senato, che ha candidato a sindaco di Roma Francesco Rutelli - il leader che divise l’Ulivo nel referendum sulla fecondazione assistita - e che occupa tre ministeri chiave per il mondo cattolico (Istruzione, Famiglia e Sanità) con tre esponenti di provata fede come Fioroni, Rossi Bindi e Livia Turco, ecco, una tesi che - applicata ad un partito con tali equilibri - appare onestamente traballante.

Ieri, in ogni caso - anche grazie ad un paio di nuove importanti candidature cattoliche annunciate da Veltroni, il filosofo Mario Ceruti e il giornalista cattolico Andrea Sarubbi - le parti hanno firmato un armistizio. Il caso, naturalmente, non si può considerare del tutto chiuso: ma vale la pena di parlarne non tanto per la circostanza che nuove polemiche saranno comunque possibili, quanto per l’odore di antico che ha riproposto. Un già visto - su altri temi e con altri protagonisti - che ha prima determinato e poi accompagnato la lunga agonia del governo di Romano Prodi. La lite inspiegabile. La polemica che si sviluppa su un tema avendo però come obiettivo vero tutt’altra questione. La babele dei distinguo. La difesa dell’identità. Il personalismo e la ricerca di visibilità. Per intenderci: precisamente tutto quello a cui Veltroni, col suo Pd a vocazione maggioritaria, aveva voluto dire basta. E naturalmente non c’è nulla di peggio per i democratici - impegnati in una rimonta già di per sè difficilissima - che questa sorta di ritorno all’antico, con polemiche o esagerate o difficilmente comprensibili.

Difficilmente comprensibili, a dire la verità, anche per altri cattolici del Pd - da Monaco e Rosi Bindi - che non hanno condiviso il convegnone (“Educare al bene comune”) voluto ieri dai cosiddetti ex popolari e teso, a loro dire, soprattutto a contarsi e, magari, a strappare qualche candidatura in più. Stessero davvero così le cose, avessero cioè ragione Monaco e la Bindi, sarebbe certo preoccupante. Anche se ancor più preoccupante sarebbe la circostanza di cattolici impegnati in politica che cominciassero a sentirsi e a muoversi come “minoranza”. Poco importa che nulla giustificherebbe tale sensazione: né sul piano della rappresentanza nè, fin qui, su quello della produzione legislativa, con provvedimenti come il testamento biologico finiti su un binario morto e quello sulle coppie di fatto scritti, riscritti, cambiati di nome ma sempre fermi lì in qualche commissione.

Avendo fiutato il pericolo di un rischiosissimo ritorno al passato, Veltroni ieri si è precipitato al convegno spendendo parole di pace e di rassicurazione. Alla fine tutti si sono detti soddisfatti, da Marini fino alla senatrice Binetti: che ha anche molto apprezzato le nuove candidature cattoliche annunciate da Veltroni. Solo che, proprio sulla questione candidature, in serata è insorta l’ala laica del Pd, che ora teme uno sbilanciamento eccessivo a favore del fronte cattolico. «L’Italia non può esser condannata ad una eterna Porta Pia», aveva ammonito Veltroni al convegno. Teme, forse, un’adunata dei laici? Si spera di no. Perchè allora altro che “Educare al bene comune”: non si farebbe nemmeno il bene - certo assai più limitato - del neonato Pd...

L'Italia del pregiudizio





• da Corriere della Sera del 28 febbraio 2008, pag. 1


di Piero Ostellino



Ora che i corpi di Salvatore e Francesco Pappalardi sono stati trovati in un pozzo, dove nessuno era andato a cercarli, emerge un volto della nostra giustizia penale a dir poco discutibile. Da un lato, il padre dei due bambini, Filippo Pappalardi, in carcere perché indiziato, sulla base solo di un’intercettazione ambientale e della fragile testimonianza (tardiva) di un bambino, di averli uccisi. Inoltre un' inchiesta che ha cercato Salvatore e Francesco nelle grotte di Matera, nelle campagne delle Murge, persino in Romania, lungo le piste delle sette sataniche e del traffico di organi. Dall'altro, il casuale ritrovamento dei loro corpi in un pozzo nel centro di Gravina, non lontano dalla piazza dove erano stati visti l'ultima volta. Da un lato, dunque, il volto di una giustizia metafisica, che cerca aprioristicamente la verità attraverso la speculazione intellettuale e gli indizi, anche i più inverosimili, costruiti nel laboratorio della mente inquirente. Dall’altra, la scoperta casuale dei corpi dei due bambini morti, ma per fame e per freddo, nella profondità di un pozzo.



Quale verosimiglianza logica si può rintracciare nel gesto di un padre presunto assassino che non avrebbe ucciso i suoi figli, ma li avrebbe gettati vivi in un buco, e non nella sperduta campagna, bensì in un luogo dove qualcuno avrebbe potuto ritrovarli prima della loro morte? Ma il procuratore di Bari, Emilio Marzano, ha detto: «L'impianto accusatorio per ora rimane, non abbiamo elementi per ripensarlo». Sotto il profilo formale, l'affermazione è ineccepibile. Sotto quello sostanziale, appare, però, incauta almeno per due ragioni. La prima: il ritrovamento dei due fratelli nel pozzo dove l’altro giorno è caduto il bambino e l'autopsia dei loro corpi aprono interrogativi nuovi che il dottor Marzano aveva evidentemente sbagliato a escludere a priori. La seconda: per ora, la colpevolezza di Filippo Pappalardi è confermata solo dalla sua carcerazione preventiva, direbbe il filosofo dei diritti civili «per mezzo del castigo», e dal carattere ferocemente arcaico della sua figura.



Forse non è inutile ricordare che l'esposizione prolungata dell'indiziato all'avvenimento minaccia di distruggerne l'immagine e, probabilmente, già l'ha distrutta. La verità mediatica, in questi casi, rischia di apparire più forte di quella vera e non è attraverso la prima che si può ragionevolmente sperare di pervenire alla seconda. Qui non è in discussione la colpevolezza o l'innocenza del Pappalardi. Sono in discussione un pregiudizio giudiziario e la stretta correlazione fra il sistema giudiziario e quello mediatico che sta diventando tale da rendere sempre più difficile capire dove finisca l'uno e incominci l'altro e viceversa. Scrive Daniel Soulez Larivière: «La magistratura scopre con delizia che accanto alle armi terrificanti che esistono già nel codice di procedura penale esiste anche lo strumento mediatico che lo completa efficacemente» («Il circo mediatico- giudiziario», ed. Liberilibri). Eppure, il rimedio a questa confusione dei ruoli che si è imposta in Italia da quindici anni a questa parte e che nuoce sia alla magistratura sia al giornalismo, ci sarebbe: scindere la fase istruttoria e investigativa, rigorosamente coperta da segreto, da quella giurisdizionale e dibattimentale, aperta invece al pubblico

Hillary e Obama si beccano e McCain riguadagna punti





• da Il Giornale del 28 febbraio 2008, pag. 14


di Alberto Pasolini Zanelli



È stato il ventesimo dibattito fra Hillary Clinton e Barack Obama nella corsa alla nomination democratica per la Casa Bianca e, per quanto serrato possa essere uno scambio di argomenti e di accuse e contraccuse, il tessuto comincia a mostrare la trama. Al punto che secondo alcuni osservatori americani, di quelli che «se ne intendono», uno dei punti cruciali del torneo oratorio di Cleveland è stato un cuscino. Quello su cui Obama sedeva e che la Clinton ha preso come esempio e pretesto per l'ennesima accusa ai moderatori, di trattare il suo avversario con un occhio eccessivamente benevolo.
«Chiedetegli - ha sibilato Hillary - se ha bisogno di un cuscino in più». Barack, insomma, come «cocco della maestra» dei mass media. Molti dei quali si sono precipitati su questa frase interpretandola come un ennesimo scatto di nervi e comparandola addirittura alle lacrime, spontanee o meno, che comparvero agli occhi della senatrice di New York alla vigilia del voto nel New Hampshire (e che forse contribuirono in modo determinante alla sua «resurrezione» in quel lontano martedì).
Hillary starebbe perdendo il controllo, Hillary sente che il vento è girato contro di lei, Hillary starebbe addirittura pensando alla rinuncia. Scarseggiano i fondi. Il marito Bill, l’ex presidente, ha lanciato l’sos: «Servono 2 milioni di dollari in 24 ore». Se non arrivano questi dollari, è contrario è ancora più a rischio il successo nelle decisive primarie del 4 marzo in Texas e Ohio, entrambi gli Stati hanno le caratteristiche più favorevoli alla Clinton, in entrambi lei sembra mantenere un minimo vantaggio, in entrambi questo suo margine si è drammaticamente assottigliato nelle ultime settimane, in entrambi è possibile il sorpasso da parte di Obama, soprattutto se non ci saranno i finanziamenti invocati di Bill.
Evidentemente, in quest’ultimo dibattito televisivo, la Clinton e Obama non avevano molte cose nuove da dirsi tre giorni dopo il penultimo duello a Dallas e hanno così spostato un poco il tiro: Hillary ha parlato soprattutto dell'assistenza sanitaria, dell'immigrazione illegale e della «concorrenza sleale» ai prodotti americani che minaccia i posti di lavoro. E ha fatto una concessione abbastanza importante: per la prima volta ha ammesso di avere sbagliato quando ha votato in favore della guerra in Irak.

Obama ha approfittato del dibattito per prendere le distanze dall’imbarazzante appoggio che gli aveva dato Louis Farrakhan, capo dei musulmani afroamericani. Il senatore dell’Illinois ha affermato il suo forte «sostegno a Israele» e ha etichettato come «inaccettabili e riprovevoli» gli attacchi verbali a ebrei e israeliani di Farrakhan. La Clinton ha ribattuto che non basta rifiutare le parole del musulmano a stelle e strisce, bisogna prenderne bene le distanze, proprio come fece lei nel 2000, nelle elezioni per il senato di New York, quando disse di no ai voti che le offriva il piccolo «Independence Party», le cui posizioni erano velatamente antisemite.

In Texas il vantaggio di Hillary sembra ridotto al 2-3 per cento, in Ohio appare più consistente, attorno ai 10 punti; ma in entrambi gli Stati Obama è in ascesa. Più interessanti sono i dati che prefigurano l'elezione che conta, quella di novembre. E qui le notizie sono buone soprattutto per il repubblicano John McCain, che avrebbe risuperato entrambi i possibili sfidanti democratici e condurrebbe ora con due punti di margine su Obama (in pratica un pareggio) e almeno 6 su Hillary.

Non è uno spostamento drammatico in sé, ma contiene due dati molti interessanti. Il primo è che il senatore dell’Arizona è considerato molto più «professionista» dei rivali e degno di maggior fiducia sui temi più urgenti, inclusa la guerra in Irak che pure la grande maggioranza degli americani continua a condannare.

È interessante però che la guerra, assieme alla minaccia terrorista, sia l'argomento ritenuto principale da coloro che sostengono McCain, prevalendo addirittura sulla situazione economica pur allarmante. I repubblicani, insomma, serrano le fila. E il cuscino più comodo, nella «seduta» politica di Cleveland, è toccato proprio a McCain.

mercoledì 27 febbraio 2008

Bene Silvio Berlusconi che non cade nella “trappola etica”





di Daniele Capezzone





- Tra le numerose cose azzeccate da Berlusconi in questo avvio di campagna elettorale c’è anche un atteggiamento accorto sui temi etici, che può davvero far convivere nel nuovo partito sensibilità diverse, senza che vengano meno coesione programmatica e rispetto reciproco.

Dapprima, infatti, il leader del Pdl ha evitato un insidioso apparentamento con la Lista no aborto, che avrebbe spaventato molta parte dell’elettorato femminile (e non solo).

Poi, stamattina a RadioRai, resistendo a quanti gli chiedevano di schierare il Pdl su posizioni oltranziste, Berlusconi ha ribadito il criterio fondamentale della libertà di coscienza.

È la scelta migliore. Da una parte, riflette la caratteristica dei grandi partiti occidentali, in ciascuno dei quali militano personalità di culture diverse. Dall’altra, si sintonizza con quanto accade tra i leader moderati e liberali, che (da Rajoy in Spagna a Cameron in Inghilterra, passando per McCain negli Usa) si guardano bene dallo schiacciarsi su posizioni che metterebbero in fuga gli elettori indipendenti e gli indecisi.

Infine, c’è anche un elemento di concretezza. In fondo, quanto all’aborto, tutti (a sinistra e a destra) convergono nel ritenere che la 194 non debba essere modificata ma interamente applicata; sul testamento biologico e sulle unioni civili (nelle Commissioni Sanità e Giustizia del Senato) si stava comunque ragionando in modo bipartisan; sulla Ru486, è lo stesso teodem Carra a ritenere equilibrata la soluzione che sta emergendo (uso solo nelle strutture pubbliche, evitando una pericolosa deriva di “aborto fai da te”).

Alla luce di tutto questo, perché mai bisognerebbe litigare

Cattolici in trincea per 120 posti,la Bindi non ci sta.





• da La Stampa del 27 febbraio 2008, pag. 8


di Amedeo La Mattina



Oggi arriveranno sul tavolo di Veltroni le candidature delle segreterie regionali del Pd e si cominceranno a contare morti e feriti. Ma a Piazza Santa Anastasia ad agitare le acque è sempre la pattuglia della Bonino che fatto venire il mal di pancia al mondo cat­tolico e ha scatenato la reazio­ne dell'Avvenire e di Famiglia Cristiana («Pasticcio veltroniano in salsa pannelliana»). Una reazione che ha spiazza­to Veltroni per il tono duro della polemica e lo ha costret­to a rintuzzare gli strali d'oltretevere. «Perché quando Pannella nel 2001 si candidò con il centrodestra non ci fu tut­to questo can can?», si è chiesto il leader dei Democratici. Il qua­le continua ripetere che divider­si in guelfi e ghibellini è un'idea superata: «In tutti i Paesi occidentali coesistono persone che hanno sensibilità religiose ed etiche diverse sulla base di un principio indiscutibile: la laicità dello Stato». Per il direttore di Famiglia Cristiana, don Anto­nio Sciortino, le cose non stan­no così: «La cultura e le batta­glie radicali sono sempre state da noi contrastate in quanto op­poste ai valori cattolici. Oggi, con l'impossibilità di esprimere preferenze e con le liste blocca­te, un candidato o un altro fa la differenza. È indubbio che l'arrivo dei radicali apra un contenzioso con i cattolici del Pd».



Ecco, è proprio questo con­tenzioso che i cattolici del Pd vogliono evitare. Soprattutto vogliono tranquillizzare il loro elettorato. «E' inutile nascon­dersi - dice il cristiano sociale Giorgio Tonini - che l'ingresso dei radicali sta creando proble­mi». Ieri, in un incontro al loft, i teodem Binetti, Carra e Bobba hanno chiesto a Veltroni garan­zie, maggiore visibilità e posi­zioni sicure nelle liste per i can­didati cattolici. Il segretario del Pd è stato «rassicurante», ma a Piazza Santa Anastasia esclu­dono che possa essere esaudita la richiesta della Binetti di esse­re capolista in Lombardia 2 per controbilanciare Umberto Ve­ronesi. Ci sarà, però, un'infor­nata di nomi del mondo cattoli­co: Vincenzo Menna delle Acli, il filosofo Mauro Ceruti (presi­de di scienza della formazione a Bergamo), Edo Patriarca (ex portavoce del Forum del Terzo settore), Maria Grazia Guida (direttore della Casa della Cari­tà di Milano). Potrebbe essere candidato anche uno dei relato­ri al seminario di oggi «Educa­re al bene comune», il conclave delle varie anime cattoliche del Pd organizzato dal deputato Francesco Garofani: o lo stori­co Guido Formigoni o il sociolo­go Franco Garelli. Sfumata invece la candidatura del fondato­re della Comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi. E' stata chiesta la disponibilità a Roberta De Monticelli, ma la docente all'università San Raffaele di Milano ha rifiutato la proposta. Attenzione, spiegano i colla­boratori di Veltroni, queste can­didature non sono «compensati­ve» dei radicali, come se ci fos­se qualcuno da risarcire. Eppu­re il problema c'è se i cattolici ex Margherita puntano, con difficoltà, a far eleggere 120-130 parlamentari uscenti. E se fan­no sapere che i 9 radicali, al contrario, non avranno posizio­ni sicure in lista: 4 di loro sì, gli altri 5 saranno candidati «in zone di confine». Inoltre, sarà sta­to pure organizzato da tempo, ma oggi il seminario «Educare al bene comune» cade proprio nel bel mezzo della bufera laici-cattolici. L'idea è di provare a fare una sintesi culturale tra cattolici democratici, teodem e cristiano sociali. Inevitabilmen­te sarà un modo per far vedere che la presenza cattolica nel Pd non è marginale: anzi è fondativa del partito, mentre i radicali sono degli ospiti che si adeguano al programma. «A parte Vel­troni che concluderà l'incontro - spiega Francesco Garofani - i politici rimarranno in platea ad ascoltare i relatori». Ma Rosy Bindi non ci sarà: «Il mio modo di stare dentro il Pd da cattoli­ca è diverso da quello di molti altri. Onde evitare di essere ac­comunata a chi la pensa diversamente da me (i teodem, ndr), preferisco non partecipare, an­che perché l'ultima cosa che penso di fare è contrapporre a nove radicali cento cattolici».

PdL: In campo sindaci , giovani professionisti e professori.



Gian Maria Di Francesco da IlGiornale







Di ufficiale, per ora, ci sono solo le candidature annunciate lunedì sera dal leader del Pdl, Silvio Berlusconi: l’ex governatrice di Nassirya, Barbara Contini, la portavoce del Family Day, Eugenia Roccella, la giornalista Fiamma Nirenstein e il generale Roberto Speciale. Di quasi ufficiale, come preannunciato dal capogruppo di An a Montecitorio Ignazio La Russa, ci sono il capolista alla Camera e il numero due alla Camera in tutte le circoscrizioni, ovvero Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Tutto il resto è ufficioso perché lo stato maggiore del Popolo della libertà sta ancora lavorando alla formazione delle liste.
La riunione di ieri a Palazzo Grazioli (alla quale hanno partecipato Cicchitto, Schifani ed Elio Vito per Fi e Matteoli e La Russa per An) si è incentrata maggiormente sui «pesi» da attribuire ai due azionisti di maggioranza della nascente formazione e sulla conseguente ripartizione dei posti per gli alleati più piccoli.
Alla tecnica si uniscono considerazioni tattiche: al Senato, come nella legislatura appena terminata, si prevede battaglia. Per questo motivo Berlusconi è determinato a chiedere al coordinatore Sandro Bondi che si candidi a Palazzo Madama. Insieme con quest’ultimo da Montecitorio arriverebbero Fiorella Ceccacci ed Elisabetta Gardini. Idem per An che nella Camera alta dovrebbe puntare su Maurizio Gasparri (indicato come probabile capogruppo). Il percorso inverso potrebbe essere attraversato da Beppe Pisanu, Lucio Stanca, Pietro Lunardi e Niccolò Ghedini.
Sempre aperto il discorso sulle candidature «eccellenti». «La linea - spiega La Russa - è quella di coniugare competenza, professionalità e radicamento sul territorio». Questa tendenza spiega il coinvolgimento di alcune amministratori locali di sicuro impatto come il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, alla Camera in Lombardia, l’ex sindaco di Lecce, Adriana Poli Bortone in Puglia al Senato e il capogruppo di An a Torino, Agostino Ghiglia. In Veneto, invece, il governatore Giancarlo Galan non ha ancora sciolto la riserva. Nel colloquio con Berlusconi «si è deciso di non decidere», ha detto il presidente della Regione aggiungendo di voler aprire una nuova fase politica «per portare un poco di Veneto a Roma».

Per quanto riguarda le cosiddette «candidature eccellenti» il discorso è ancora in fieri. Molto probabile l’inserimento in lista della presidente dell’Associazione donne marocchine, Souad Sbai. Mentre in Umbria è quasi certo l’inserimento in lista di Alessandro Campi, docente di Storia del pensiero politico all’università di Perugia e componente del comitato scientifico della Fondazione Farefuturo. La «pattuglia di valenti imprenditori», oltre ai presidenti dei giovani di Confartigianato, Maurizio Del Tenno, e di Confcommercio, Paolo Galimberti, potrebbe essere rinforzata dalla leader degli «under 40» di Confapi, Catia Polidori. Sempre in forse la candidatura del presidente di Assolombarda, Diana Bracco.
Di fondamentale importanza, quindi, la calibratura dei candidati a livello regionale. In quest’ottica si potrebbero interpretare le indiscrezioni che indicano uno spostamento della deputata Laura Ravetto, cuneese di nascita, dalla Lombardia in Piemonte.

Mìlleproroghe, sanatoria per i partiti ritardatari





• da Corriere della Sera del 27 febbraio 2008, pag. 13


di Sergio Rizzo



L'occasione era ghiot­ta. Soprattutto, era l'ultima. Inevita­bile perciò che nel cosiddetto de­creto milleproroghe, insieme alle norme sulla conservazione dei cor­doni ombelicali (!), insieme a una manciatina di euro per gli enti liri­ci e ai fondi per l'aeroporto della Malpensa, insieme al finanziamen­to di 900 mila euro per restaurare il blocco 21 del campo di prigionia di Auschwitz, e insieme alle disposi­zioni sull'«Autorità marittima per la navigazione nello Stretto di Mes­sina», sia finita anche l'ultima pic­cola sanatoria per i partiti. E' l'arti­colo 51 bis, che riapre i termini per chiedere i rimborsi elettorali relati­vi alle politiche dell'aprile 2006. Qualcuno si era dimenticato di pre­sentare la domanda e rischiava di perdere i soldi a vantaggio degli al­tri partiti, che si sarebbero spartiti i quattrini. Lo smemorato era in uno dei gruppetti autonomisti. Non a caso la proposta di sanatoria era stata graziosamente firmata, per primo, dal deputato trentino Siegfried Bruegger, presidente del gruppo, e giaceva da un anno e mezzo in Parlamento.



Ma questo è un peccato veniale. Che avrà conseguenze ben diverse da quelle dell'emendamento intro­dotto in extremis che impedirà alla magistratura contabile di ficcare il naso nelle società quotate di cui lo Stato possiede anche meno del 50% e nelle loro controllate. D'ora in poi lo potrà fare soltanto il giudi­ce ordinario: il che, secondo alcuni magistrati di spicco della Corte, equivale a una sorta di immunità. C'è poi da chiedersi perché ab­biano aspettato il milleproroghe per spolpare di 150 milioni Svilup­po Italia e passarli all'Istituto svi­luppo agroalimentare (Isa) e che potrà incorporare anche Buonitalia spa. Qualche indizio. Nel consiglio dell'Isa c'è un vicepresidente (tar­gato Udc ma con buoni rapporti fra i margheritini) che risponde al no­me di Francesco Samengo, ex com­ponente del comitato di gestione della Caricai ai tempi del crac, già ex vicepresidente di Sviluppo Ita­lia, di cui era considerato una spe­cie di «patriarca» della Calabria. Ma c'è anche Riccardo Deserti, ca­po della segreteria tecnica di Paolo De Castro nonché ex amministrato­re delegato della «prodiana» Nomisma, di cui il ministro dell'Agricol­tura è stato presidente. Azzardia­mo il risultato di questa partita: De Castro batte il suo collega Pierluigi Bersani uno a zero.



Mentre è chiaro il motivo per cui sia stato allungato di due anni il mandato dei componenti della Consob e delle autorità per la pri­vacy e la vigilanza sui lavori pubbli­ci. Con analoga magnanimità il provvedimento, che a meno di sor­prese sarà approvato oggi, consen­te l'assunzione in pianta stabile di 23 dirigenti dei tribunali, finora precari. Ma anche di riconoscere due candidati idonei, anziché uno solo, per ogni concorso universita­rio. E di far partecipare ai concorsi per il servizio sanitario nazionale chi ha un titolo di specializzazione rilasciato dall'Ordine degli psicolo­gi. Tutti emendamenti con nome e cognome. Come quello che preve­de la creazione dell'Autorità per la sicurezza alimentare a Foggia: 6,5 milioni in tre anni. Pare che il depu­tato socialista Lello Di Gioia, fog­giano di San Marco La Catola, per averla si sia battuto come un leone

Domande e dubbi sul programma di Veltroni






• da La Stampa del 27 febbraio 2008, pag. 31


di Franco Bruni






Sarà opportuno, più in là, cercare il pelo nell’uovo. Per ora è più utile constatare che il programma del Pd presentato lunedì è centrato con chiarezza sugli interventi strutturali dei quali l’Italia ha bisogno; e riflettere sulle difficoltà di realizzarlo.

Difficoltà economiche. Il programma cerca di rassicurare sul fronte della finanza pubblica. L’elenco delle «azioni di governo» comincia con la riduzione della spesa, insiste sulla lotta all’evasione, vuol ridurre il debito utilizzando il patrimonio delle pubbliche amministrazioni. Ci sono però tante promesse di riduzioni di imposta, variegati incentivi, numerose spese e misure preziose ma costose, come quelle per rendere sostenibile la flessibilità dell’occupazione. Nel migliore dei casi è un programma finanziariamente coraggioso, dove il Quintino Sella di turno dovrà usare rigore e farsi perdonare il cipiglio dimostrando che il governo, oltre a controllare la quantità della finanza, ne migliora la qualità. La congiuntura internazionale non aiuterà Quintino. Le previsioni continuano a peggiorare: oltre alla riduzione del gettito fiscale derivante dal rallentamento ciclico, c’è il pericolo di dover finanziare salvataggi eccezionali. Confortiamoci pensando che l’Italia va molto peggio della media europea e dunque, se un nuovo governo la sblocca, può crescere un filo di più anche se l’Europa rallenta. La quantificazione e la copertura degli oneri del programma vanno comunque chiarite al più presto.

Ci sono poi difficoltà politiche. Il programma pesta i piedi a gruppi di interesse agguerriti. Il che gli fa onore. Se l’elettorato riterrà che sia fattibile, potrebbero arrivare i voti per provare a governare. Per essere eletti i voti si contano. Ma quando poi si governa, i nemici si pesano. Bastano pochi prepotenti per creare gravi ostacoli.

Qualche esempio. Decentrare la contrattazione dei salari, differenziare i trattamenti territoriali, premiare la produttività, adoperare i contratti di lavoro per superare la dicotomia fra precari e inamovibili, evitare gli incidenti di lavoro con presidi locali accurati invece che con parole altisonanti: tutto ciò significa modificare il ruolo dei sindacati, sia dei lavoratori che dei datori di lavoro, riducendo l’influenza dei protagonisti dei grandi tavoli romani, carichi di suggestione e visibilità politica. Protagonisti che verranno ridimensionati anche se le politiche del lavoro saranno decise cercando il consenso più direttamente nel Parlamento e nel Paese e meno nelle estenuanti trattative corporative. Una bella frase del programma dice che per aumentare la produttività del sistema le parti sociali devono «cambiare comportamenti e riformare le regole della loro rappresentanza». Andrà detto ancor più chiaro?

Riformare il mercato finanziario significa urtare gli interessi di chi oggi vi opera con meno capacità, correttezza, trasparenza, ma con più protezioni e influenze lobbistiche. La riforma dell’Università, così come delineata nel programma, è una magnifica rivoluzione: ma significa grandi difficoltà e opposizioni degli atenei e dei professori meno capaci, per non parlare degli studenti cui sono indigeste, per esempio, le «rette fissate liberamente», anche se ben compensate da borse di studio. La liberalizzazione dei servizi pubblici locali significa togliere potere e denaro a enti e gruppi che li gestiscono in modo opaco e inefficiente. Fare riforme che coinvolgono tassisti, camionisti o agricoltori significa predisporsi a resistere alle loro proteste violente e illegali. Che cosa ci assicura che un governo Pd avrà la forza di procedere?

La realizzabilità del suo programma dipende anche da quella delle riforme elettorali e istituzionali che contiene: esse aumentano la forza con cui un governo può vincere la battaglia con i gruppi di interesse. Richiedono però un accordo con Berlusconi il cui programma, quando sarà dettagliato, è comunque cruciale per il destino di quello del Pd. Se pesterà i piedi anche lui (e non solo ai politici concorrenti), non potrà esser molto diverso: le cose da fare, a dirle chiare, son quelle che sono. Converrà allora che i due contendenti ne ribadiscano alcune insieme, prima delle elezioni, rendendo così più credibile l’impegno a farle davvero. Magari, se occorresse, governando per un tratto assieme. Se invece il programma del Pdl sarà altisonante, ma opaco e tranquillizzante, Veltroni avrà due reazioni possibili. Nascondere ancor più che il suo, invece, morde: sarebbe una disastrosa gara al ribasso, magari mascherata dietro i falsi muscoli di un ritorno alle reciproche insolenze. O criticare con didascalica precisione il buonismo dell’avversario, promettendo cooperazione per affrontare con coraggio i tanti, forti scontenti che nascono dalla realizzazione di qualunque buon programma.

Aborto, via libera alla pillola Ru486 Bonino esclude la candidatura di Viale





• da Il Sole 24 Ore del 27 febbraio 2008, pag. 17





Parere favorevole dell'Agenzia del farmaco alla commercializzazione in Italia della pillola Ru486: è la prima fase della registrazione della pillola abortiva da parte del comitato scientifico dell'Aifa che ne ha valutato positivamente il rapporto efficacia-tollerabilità. La registrazione non è ancora conclusa: servirà un parere del comitato tecnico scientifico e la ratifica del Cda dell'Aifa. La procedura terminerà c:on la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, non prima di maggio. «È un grande giorno per le donne italiane» ha commentato il ginecologo Silvio Viale, uno dei "padri" della Ru486. Emma Bonino ha escluso ieri che il medico possa essere candidarle per il Pd

martedì 26 febbraio 2008

La “rivoluzione liberale” che Ostellino chiede al Cavaliere



--IL VELINO SERA--


Roma, 26 feb - Lo scontro sui diritti civili e sulle questioni etiche, esploso nel centrosinistra con conseguenze potenzialmente devastanti, non è ancora deflagrato sull’altro versante. Mentre in Spagna il leader del Partito popolare, Mariano Rajoy, gioca contro i rivali socialisti una partita tutta all’attacco sui temi economici e sulla sicurezza ma assai poco aggressiva rispetto a questioni come aborto, divorzio breve e matrimoni gay, ci si interroga sul modo in cui in Italia il fattore diritti civili segnerà la campagna elettorale del Popolo della libertà. Piero Ostellino, studioso e interprete del pensiero liberale nel nostro paese, ha un suggerimento da offrire al centrodestra (identico a quello che rivolge al centrosinistra). La rivoluzione copernicana invocata da Ostellino consiste nel capovolgimento di un principio-base: “Da noi tutto è vietato tranne ciò che è espressamente consentito, nei paesi liberi vero il contrario”. Insomma, anche in Italia le leggi dovrebbero ispirarsi alla regola aurea secondo cui “tutto è consentito tranne ciò che è espressamente vietato”. Tradurre in fatti il principio caro a liberali come Ostellino significa attuare una “radicale semplificazione legislativa”. Un disboscamento che dovrebbe far scendere il numero delle leggi da 75mila – o addirittura centomila, secondo alcune stime – a livelli degni di un “paese libero”. In Francia e in Germania, segnala l’editorialista del Corriere della sera, il numero delle leggi non supera quota nove/diecimila. Se non seguiamo il loro esempio, “l’Italia resterà una nazione illiberale, totalitaria, che mortifica i diritti dei cittadini”. Non solo. Nessuno dei due leader – è il monito di Ostellino – riuscirà a realizzare i rispettivi programmi – tantomeno a ottenere i galloni del vero liberale – senza falciare la messe di “norme ottocentesche, poi fasciste e cattocomuniste”, che si sono accumulate nel corso degli anni.

VELTRONI, IL PROGRAMMA DEI "MA ANCHE"



Il Partito democratico ha presentato il suo programma elettorale in 12 punti. Indeciso fra liberalismo e statalismo, Walter rimane in mezzo al guado.


di STEFANO CALICIURI
(Ideazione.com)






[26 feb 08] Walter Veltroni ha presentato il programma elettorale del partito Democratico. In trentadue pagine sono contenute le azioni che il governo dovrà perseguire per risolvere “i quattro problemi dell’Italia: inefficienza economica, disuguaglianza, poca libertà di perseguire il proprio disegno di vita, scarsa qualità della democrazia”.

Stato: spendere meglio e meno
Tagliare di due punti e mezzo percentuali la spesa corrente in proporzione al Pil intervenendo soprattutto con la semplificazione dell’iter amministrativo: unificare gli uffici pubblici periferici, abolire le province e fondere i comuni piccolissimi, contratti pubblici rinnovati a scadenza e premi solo a chi consegue gli obiettivi. I propositi sono buoni, però Veltroni non spiega a chi spetterebbe l’onere di valutare (premiare, sanzionare o licenziare) il lavoro dei dipendenti pubblici e soprattutto secondo quali criteri. L’obiettivo è far scendere il debito pubblico al di sotto del 90 per cento del Pil anche attraverso la valorizzazione della quota non demaniale del patrimonio pubblico. Cosa che già, anche se in maniera molto più estesa, propose Giulio Tremonti e gli stessi attuali democratici definirono “incosciente”.

Per un fisco amico dello sviluppo
Dal 2009 costante diminuzione delle aliquote Irpef di un punto percentuale per tre anni e, da subito, detrazioni Irpef più alte per i dipendenti. In poche parole, quanto già Berlusconi dice da tempo, cioè abbassare le tasse a tutti. Veltroni aggiunge una proposta che potrebbe essere interessante: credito d’imposta alle donne lavoratrici, sia dipendenti che autonome, per le spese di cura. Prima alle donne del Sud, poi a tutte. A sostegno delle famiglie si prevede una dote fiscale di 2500 euro per i figli e detrazione per l’affitto pagato e aliquota più bassa su quello percepito. Le imprese, dal canto loro, sarebbero aiutate attraverso quello che viene definito un “vero federalismo fiscale”, garantendo una maggiore autonomia degli enti locali sulle scelte infrastrutturali; meno tasse sulla quota di salario derivante dalla contrattazione di secondo livello.

Cittadini e imprese più sicuri
Un settore, per così dire, nuovo della politica veltroniana. Tutto ruoterebbe sul Pacchetto sicurezza varato qualche mese fa dal governo Prodi. Già solo questo fatto dovrebbe essere indizio di inapplicabilità del provvedimento. Si parla poi di certezza della pena, dicendo soltanto che chi è stato condannato deve effettivamente scontare la pena. Per la prima volta una forza progressista non cita il ruolo rieducativo del carcere. Per garantire la sicurezza dei cittadini si propongono due strategiche linee d’azione: più agenti per le strade, liberandoli da attività amministrative (passaporti, permessi di soggiorno) che passerebbero agli uffici comunali, e applicazione delle nuove tecnologie per installare punti di richiesta soccorso nelle zone a rischio. Sembrerebbe un programmino leggero leggero, dettato più dalla necessità di dover dire qualcosa che da una reale intenzione d’intervento.

Diritto alla giustizia giusta
Tempi rapidi per i proc