mercoledì 30 gennaio 2008

Rapporto Attali: Un misto tra Bersani e Colbert


di Mario Seminerio


da LiberoMercato



E’ stato finalmente reso pubblico il "rapporto Attali per la liberazione della crescita francese". Si tratta di un documento complessivamente piuttosto modesto, che al solito incide al margine sulle rigidità sociali ed economiche transalpine, e dalla cui eventuale attuazione si produrrà scarso o nullo beneficio per una crescita che deve essere liberata perché presa in ostaggio da un modello di cultura politica ultracorporativa, peraltro largamente condiviso dalla maggioranza dei cittadini-elettori.
Tra le linee-guida segnaliamo la lodevole intenzione di introdurre l’insegnamento di quelli che vengono definiti "rudimenti di economia" già dalla scuola primaria. Volesse il cielo, a patto di non eccedere nei soliti dérapages francesi, che invocano l’alibi dell’insegnamento delle discipline economiche per tirate ideologiche contro l’economia di mercato, cosa di cui i libri di testo delle scuole superiori francesi sono inzeppati. Tra gli altri suggerimenti più o meno operativi, si conferma la tradizione dirigista francese, espressa attraverso la creazione di dieci poli di eccellenza nell’insegnamento superiore; il sostegno ai settori tecnologicamente più avanzati (digitalizzazione, salute, ecologia, turismo, nanotecnologie) attraverso la leva fiscale della concentrazione dei crediti d’imposta su questi settori; sviluppo della dotazione infrastrutturale; la grandeur viene poi titillata e verniciata con una mano di verde suggerendo la creazione di dieci écovilles, non meglio definiti "spazi urbani durevoli" (sic) di almeno 50.000 abitanti, veri e propri "laboratori ambientali". Certo, se uno di questi secteurs d’avénir dovesse dimostrarsi non più coerente con l’evoluzione tecnologica globale, i francesi scoprirebbero che le loro tasse sono state dilapidate. Anche per questo motivo è preferibile concentrare lo sforzo fiscale sulla ricerca di base e non immediatamente su quella applicata.

Altri suggerimenti della commissione guidata dall’ex consigliere politico di François Mitterrand (come noto, se gli advisor non sono di sinistra Sarkozy non li prende in considerazione), sono peraltro molto simili ad iniziative intraprese dal governo Prodi, quali la riduzione dei contributi sociali salariali. Né manca l’abituale "agenzia" che serva ad "accompagnare" le piccolissime imprese (TPE, très petites entreprises, nella tassonomia francese quelle con meno di 20 dipendenti) nei loro adempimenti amministrativi. Evidentemente, eliminare o ridurre grandemente tali adempimenti sarebbe stato troppo sovversivo per un paese come la Francia. Suggerita anche la riduzione dei tempi di liquidazione del regime Iva a non più di dieci giorni, per agevolare la tesoreria delle imprese, soprattutto di quelle piccole, che dovrebbero poi poter contare su uno statuto fiscale semplificato simile al "forfettone" introdotto da Prodi e Visco nella Finanziaria italiana del 2008. Nel caso francese, la soglia di fatturato per poter accedere al regime fiscale semplificato verrebbe posta a 50.000 euro annui.

Interessante è poi la proposta di riforma della rappresentanza sindacale per ridurne la frammentazione, mettendo una soglia di sbarramento del 15 per cento dei voti conseguiti nelle elezioni sindacali a livello di singola impresa. Da noi basterebbe dare attuazione concreta all’articolo 39 della Costituzione italiana, che giace inapplicato da sempre. Strano a dirsi, ma anche la nostra carta fondamentale contiene in sé elementi di forte innovazione e funzionalità alla crescita. Non a caso il sistema di potere sindacal-politico ha provveduto per tempo a inattivarli, salvo genuflettersi di fronte alla costituzione a ogni occasione celebrativa più o meno solenne. Attali suggerisce poi la ridefinizione drastica del concetto di licenziamento economico, estendendone le cause non solo alla eventualità di "riorganizzazione d’impresa", ma addirittura ad una fattispecie la cui indeterminatezza tautologica equivarrebbe a liberalizzare il licenziamento: "miglioramento della competitività d’impresa". Auguri.

A conferma dell’ipernormazione francese, il Rapporto suggerisce anche l’eliminazione del concetto di rivendita "in perdita" (cioè sottocosto) per il commercio al dettaglio, dopo che una legge entrata in vigore alcune settimane fa ha compiuto un piccolo passo avanti includendo nella determinazione del margine di rivendita sottocosto la retrocessione che i grossisti corrispondono ai dettaglianti. Proseguendo in queste "spericolate" liberalizzazioni, il Rapporto suggerisce anche l’eliminazione delle barriere amministrative all’entrata nel settore alberghiero e della ristorazione, oltre che nel commercio al dettaglio. Come si può facilmente constatare da questi arcaismi, in Francia pare che l’era delle tessere annonarie non sia mia realmente terminata. Né manca l’abituale retorica della liberalizzazione delle professioni. Come in Italia, anche al di là del Fréjus si prendono di mira i taxi (Sarkozy, con scarsa originalità e palese plagio del dibattito politico italiano, ha già scolpito che "Parigi è la sola città al mondo dove si fatica a trovare un taxi"), farmacisti, notai, veterinari.

Altra "ispirazione" che pare mutuata di peso dal dibattito pubblico italiano è la richiesta di eliminazione dei dipartimenti (l’equivalente delle province), per rafforzare correlativamente il ruolo di regioni e comunità intercomunali. Ma qui Sarkozy ha già detto di no.

A conclusione di questo bel "libro dei sogni minimi", citiamo l’auspicio a ridurre "già dal 2008" l’incidenza sul pil della spesa pubblica, per partire dal 2009 a produrre risparmi annui di 1 punto percentuale di pil, oggi nell’ordine di 20 miliardi di euro, con l’obiettivo dichiarato di eliminare l’eccesso di spesa pubblica francese rispetto al "modello" tedesco, stimato in 150 miliardi di euro.

La nostra impressione è che, con simili proposte, i francesi non si siano neppure avvicinati al covo dove essi stessi tengono segregata la crescita. Il cavaliere bianco può attendere.

Cosi cambierò la politica americana







• da La Repubblica del 30 gennaio 2008, pag. 21


di Barack Obama



Dopo l’11 settembre, il nostro compito era di scrivere un nuovo capitolo del­la storia americana, di individuare nuove strategie e costruire nuove al­leanze, di mettere al sicuro la nostra patria e salvaguardare i nostri valori, e di servire una causa giusta fuori dai nostri confini. Eravamo pronti. Gli ame­ricani erano uniti. I nostri amici in ogni parte del mondo si stringevano at­torno a noi. Avevamo la forza e il convincimento morale ereditati da gene­razioni di americani. L'onda della storia sembrava sul punto di volgere, di nuovo, verso la speranza.



Ma poi tutto è cambiato. Non abbiamo portato a termine il lavoro con­tro al Qaeda in Afghanistan, non abbiamo sviluppato capacità nuove in grado di sconfiggere un nemico nuovo, non abbiamo lan­ciato una strategia complessiva in grado di bonificare le basi che fo­raggiano i terroristi. Non abbia­mo riaffermato i nostri valori es­senziali, né messo al sicuro la no­stra patria. Al contrario, ci siamo ritrovati con una politica della paura, codificata dai colori. Il patriottismo come patrimonio di un solo partito politico. La diploma­zia come rifiuto di parlare agli al­tri paesi. Una rigida ideologia da XX secolo che ha insistito sulla convinzione che il terrorismo senza Stato del XXI secolo potesse essere sconfitto attraverso l'inva­sione e l'occupazione di uno Sta­to. Una strategia deliberata di tra­visare l'11 settembre, per poter vendere una guerra contro un paese che nulla aveva a che fare con l'11 settembre.



Il Congresso appose il suo tim­bro alla corsa alla guerra, dando al presidente la più ampia e incon­dizionata autorità di cui gode tut­tora. Con quel voto, il Congresso divenne corresponsabile di una guerra catastrofica. E noi siamo partiti per combattere sul campo di battaglia sbagliato, senza alcu­na valutazione di quanti nemici ci saremmo fatti, e nessun piano di rientro. Grazie a una guerra in Iraq che non avrebbe mai dovuto essere autorizzata né sferrata, noi siamo oggi meno sicuri di quanto non fossimo l'11 settembre.



È tempo di voltare pagina. Quando sarò presidente, sferre­remo la guerra che deve essere vinta, con una strategia comples­siva in cinque punti: fuoriuscita dall'Iraq e trasferimento sul vero campo di battaglia in Afghanistan e in Pakistan; sviluppo delle capa­cità e delle alleanze di cui abbia­mo bisogno per snidare i terroristi e le armi più letali del mondo; spingere il mondo a bonificare le basi di supporto al terrore e all'e­stremismo; rimettere in campo i nostri valori; e rendere più sicuro il nostro territorio nazionale. Il primo passo dev'essere la­sciare il campo di battaglia sbagliato in Iraq, e intrapren­dere la lotta ai terroristi in Afgha­nistan e in Pakistan. In Iraq non c'è alcuna soluzione militare. So­lo i leader iracheni possono seda­re i rancori che sono il cuore della guerra civile. Noi dobbiamo eser­citare una pressione su di loro affinché lo facciano, e la migliore le­va che abbiamo è la riduzione della presenza delle nostre trup­pe. Dobbiamo anche compiere un duro e intenso lavoro diplo­matico per la pace e la stabilità in tutta l'area. Mettere fine alla guerra aiuterà a isolare al Qaeda e a dare agli iracheni l'incentivo e l'opportunità di liberarsene. Consentirà anche a noi di sposta­re in Afghanistan risorse indispensabili. Le nostre truppe han­no combattuto valorosamente laggiù, ma l'Iraq le ha private del sostegno di cui avevano bisogno, e che avevano meritato. Di conse­guenza, intere zone dell'Afghani­stan stanno finendo nelle mani dei talebani, e un misto di terrori­smo, droga e corruzione minac­cia di travolgere il paese. Da pre­sidente, dispiegherò in Afghani­stan almeno due brigate aggiun­tive per rafforzare le nostre ope­razioni anti-terroristiche e soste­nere gli sforzi della Nato contro i talebani.



La lezione degli anni di Bush è che l'assenza di dialogo non paga. Basta scorrere l'elenco dei paesi che abbiamo ignorato, per con­statare il successo di questa stra­tegia. Non abbiamo dialogato con l'Iran, e loro proseguono con il programma nucleare. Non ab­biamo dialogato con la Siria, e lo­ro continuano a sostenere il terro­rismo. Non abbiamo tentato il dialogo con la Corea del Nord, e adesso loro hanno materiale a sufficienza per costruire sei, otto armi nucleari in più. Il presidente Kennedy lo diceva nel modo mi­gliore, citando il presidente Franklin Roosevelt: «Non dobbiamo mai negoziare per paura, ma non dobbiamo mai aver paura di negoziare». Solo conoscendo i tuoi avversari puoi sconfiggerli o insinuare dei cunei in mezzo a lo­ro. Da presidente, lavorerò insie­me ai nostri amici e alleati, ma senza mai delegare agli europei l'azione diplomatica con Tehe­ran, o ai cinesi quella con Pyongyang. Preparerò a dovere il terreno, e farò in modo che questi paesi sappiano da che parte sta l'America, per cui non potranno più avere l'alibi dell'intransigen­za americana. Ma conosceranno le nostre condizioni: nessun so­stegno al terrore e no alle armi nu­cleari.



L'America è in guerra con dei terroristi che hanno ucciso in ca­sa nostra, non siamo in guerra contro l'Islam. L'America è una nazione compassionevole che vuole un futuro migliore per tutti i popoli. La grande maggioranza del miliardo e trecento milioni di musulmani del mondo non sa che farsene di Bin Laden o delle sue idee fallimentari. Ma troppo spesso dall'11 settembre, sono stati gli estremisti a definire noi, non il contrario. Quando sarò presidente, le cose cambieranno. Saremo noi a firmare la nostra storia. Entro i primi cento giorni della mia amministrazione, mi recherò in uno dei principali fo­rum islamici per tenere un discor­so che ridefinisca la nostra batta­glia. Chiarirò che non siamo in guerra contro l'Islam, che siamo sempre dalla parte di quanti vo­gliono difendere il proprio futuro, e che abbiamo bisogno del loro impegno per sconfiggere i profeti dell'odio e della violenza. Quan­do sarò presidente, l'America ri­fiuterà la tortura senza eccezione alcuna. L'America è un paese che si è battuto contro quella pratica, e lo farà ancora.



Rifiuterò anche un appa­rato giudiziario che non funziona. Da presidente chiuderò Guantanamo, ripu­dierò la legge sulle Commissioni militari e confermerò la nostra adesione alla Convenzione di Gi­nevra. La nostra Costituzione e il nostro Codice di giustizia milita­re garantiscono quel che serve per far fronte ai terroristi.



L'attuale amministrazione propone anche una falsa scelta tra le libertà che tanto amiamo e la sicurezza che pretendiamo. Io doterò le nostre agenzie di sup­porto all'intelligence e alla legge degli strumenti necessari per sco­vare e catturare i terroristi senza per questo minare la nostra Costituzione e la nostra libertà. Il che significa mai più intercettazioni telefoniche illegali di cittadini americani, mai più spionaggio nei confronti di cittadini che non siano sospettati di un crimine, mai più cittadini sotto controllo solo perché protestano contro una guerra sbagliata, mai più ignorare la legge qualora questa risulti scomoda. Non siamo così, e non è questo che serve per scon­figgere i terroristi.

La separazione dei poteri funziona. La nostra Co­stituzione funziona. Torneremo a essere l'esempio nel mondo che la legge non è soggetta ai capricci di governanti testardi, e che la giu­stizia non è un arbitrio.Gli americani dovranno unirsi e cambiare radicalmente la rotta di questo paese. Ci vorrà l'azione di una nuova generazione di gio­vani. Bisognerà affrontare la tra­gedia a viso aperto, per trasfor­marla nel trionfo della prossima generazione. È una sfida che io ac­cetto volentieri. Perché quando avremo compiuto questa svolta, avremo fatto ben più che vincere una guerra: saremo stati capaci di rispondere all'appello per rende­re l'America e il mondo più sicuri, più liberi e più ricchi di speranza di quanto non li abbiamo trovati.

Capezzone: il Quirinale non può avallare soluzioni furbesche



martedì 29 gennaio 2008



Non sarebbe accettabile una tesi, furbesca e truffaldina, secondo cui un qualche governicchio va messo in campo comunque, con il compito di andarsi avventurosamente a cercare i voti in Senato, pur di evitare con qualsiasi mezzo la probabile vittoria elettorale della Cdl.

Ricapitoliamo. Può essere razionale - chi scrive lo ha fatto e continua a farlo - sostenere l'opportunità di un ricorso immediato alle elezioni anticipate, per risparmiare al Paese altri mesi di sterile e costoso trascinamento. Sul versante opposto, può essere altrettanto razionale - lo ha fatto e continua a farlo la maggioranza dei giornali mainstream italiani - sostenere l'opportunità di una breve stagione di collaborazione tra gli schieramenti, per ritoccare tutti insieme la legge elettorale, e poi andare al voto.

Queste erano e sono le tesi in campo. Dopo di che, hanno un loro peso le obiezioni che si possono avanzare rispetto all'una e all'altra tesi. Ai sostenitori del voto subito si può segnalare il rischio che anche stavolta la coalizione vincente nelle urne possa ritrovarsi con una maggioranza numericamente precaria e politicamente troppo composita; ai sostenitori del rinvio si può ricordare che troppe volte, in passato, fasi teoricamente transitorie si sono tramutate in qualcosa di permanente e quasi inamovibile. Ma insomma - lo ripetiamo - queste sono le tesi in campo, con i rispettivi pro e contro.

Ciò che non sarebbe accettabile è invece l'affacciarsi di una terza tesi, furbesca e in ultima analisi truffaldina, secondo cui un qualche governicchio va messo in campo comunque e a qualunque costo, con il compito di andarsi avventurosamente a cercare i voti in Senato, pur di evitare "todo modo", cioè con qualsiasi mezzo, la probabile vittoria elettorale della Cdl.

Traduciamo le cose in termini più chiari: se Forza Italia (a mio avviso giustamente) non sostiene l'idea di un Governo tecnico-istituzionale, e se non la sostiene neppure l'Udc (magari a malincuore, dal suo punto di vista), il governicchio potrebbe reggersi solo su 1-2-3 voti di qualche dissidente sparso e sperso (magari proprio nell'area Udc).

E sarebbe questo il modo di "pacificare" il clima? Sostituire ad un Governo barcollante che si reggeva su un voto di maggioranza un altro Governo, ancora più barcollante, e neppure legittimato dal voto popolare? E per giunta sarebbe una maggioranza del genere quella che dovrebbe "riscrivere le regole"?

Non possiamo e non vogliamo credere che il Quirinale, nella sua saggezza, possa avallare una ipotesi politica tanto spericolata e fragile. Un simile disegno può appartenere a qualche avventuriero, o a qualche speranzoso retroscenista dell'Unità, ma non certo alla massima sede di garanzia istituzionale.

Anche perché ciascuno immagina il potere di avvelenamento del dibattito pubblico e del clima nel Paese che una escogitazione del genere potrebbe determinare. E sembra davvero sconsigliabile farne la prova.

Con il porcellum Silvio non governa





• da Il Riformista del 29 gennaio 2008, pag. 1


di Tommaso Labate



Il foglietto nascosto recita: «153 senatori per la Ca­sa delle libertà, 139 per il Partito democratico in soli­tària, 19 per Rifondazione e compagnia, 3 per la Sudtiroler Volkspartei e uno per gli autonomisti valdosta­ni». Cronache dalla prossima legislatura? Quasi.



La proiezione del «Senato che verrà» è finita proprio ieri mattina sulla scrivania di Walter Veltroni. Non solo: pare che una molto simile nei numeri ce l'abbiano gli sherpa berlusconiani, che l'hanno già consegnata al Cavaliere, il quale a sua volta l'ha riposta in un cassetto di palazzo Grazioli. Dietro quelle cifre si nasconde una sola verità: anche vin­cendo nettamente le prossime elezioni politiche, Sil­vio Berlusconi non avrebbe una maggioranza stabile a palazzo Madama. Il "meri­to" (virgolette d'obbligo)? Tutto del porcellum, che non a caso era stato conge­gnato da Roberto Calderoli per narcotizzare la vittoria del centrosinistra (che nei numeri poi si dimostrò mol­to inferiore alle attese).Di primo acchito, guardando al misero dato di 153 senatori a vario titolo berlusconiani, si pensare a una proiezione elaborata ad ar­te su sondaggi che favorirebbero il Pd e la sinistra. E invece no. Il conteggio del "foglietto nascosto", che si basa sulle prime analisi di Swg e di Mannheimer, da il centrodestra per vincitore in Liguria, in Campania e in Sardegna (oltre che nel Piemonte amministrato dall'Unione).

Traduzione: vincendo in dieci regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli, Liguria, Abruzzo, Campa­nia, Puglia, Sicilia e Sardegna) e pareggiando la disfi­da degli eletti col Pd in altre tre circoscrizioni (Trenti­no, Molise e estero), la Cdl dovrebbe comunque fare i conti con un Senato aritmeticamente traballante. Sul fronte opposto, al Pd basterebbe "semplicemen­te" conservare le regioni rosse, mantenere Basilicata e Calabria e conquistare il veltroniano Lazio per imbrigliare la prossima legislatura del Cavaliere.La proiezione, inoltre, tiene conto dell'alta capa­cità attribuita al Pd solitario di intercettare consensi. «Sia alla sua sinistra, tra il 2 e 3 per cento a regione, sia al centro», sostiene uno stretto collaboratore del segretario del Pd.Ma il foglietto veltroniano sul "Senato che verrà" tiene conto di altre due variabi­li.

La prima contempla una possibile vitto­ria "bulgara" di Berlusconi. Se la Casa del­le libertà riuscisse ad aggiudicarsi financo il Lazio e la Calabria, oltre alle regioni di cui prima, il Cavaliere al Senato arrivereb­be a 161 senatori (un mese prima della ca­duta, Romano Prodi - che era però soccor­so dai senatori a vita - arrivò a 162), man­tenendo intatti i rischi collaterali di una coalizione eterogenea.



La seconda variabile (puro wishful thinking dei veltroniani) è quella che in­vece assegna Liguria, Campania e Sarde­gna (oltre a Lazio e Calabria) al Pd. Se co­sì fosse, il Pd arriverebbe a 148 senatori, il centrodestra si fermerebbe a 144 e il Se­nato rimarrebbe comunque senza una maggioranza chiara.Oggi la delegazione forzista salirà al Quirinale per le consultazioni. I tempi sono strettissimi, soprattutto per Veltroni. Tra i pensieri fissi del segretario del Pd, c'è so­prattutto una data: il 4 febbraio. Fino a quel giorno, Walter è in tempo per rimettere il mandato da sindaco di Roma e mandare la città alle urne in primavera. Altrimenti, il prezzo che il Campidoglio dovrà pagare per le elezioni politiche anticipate è tutto in una parola: commissariamento. C'è sem­pre l'ipotesi che nei prossimi mesi non suc­ceda nulla e che il voto sia rinviato al 2009. Ma è un'ipotesi di scuola, almeno al mo­mento. E nulla di più. Eppure, nonostante le proiezioni non proprio rassicuranti, il centrodestra ha con­tinuato ancora ieri a invocare «elezioni su­bito». Delle due l'una: o Berlusconi sta stu­diando il classico coup de théàtre, e quindi riflette su una clamorosa apertura sul ter­reno di un governo istituzionale, o è tal­mente pronto al tutto per tutto da poter di­gerire anche il trappolone del porcellum.

Divisi da Pannella uniti dal Cavaliere






• da Liberal del 29 gennaio 2008, pag. 6


di Susanna Turco


Non si può certo dire che il loro passato li abbia aiutati ad amarsi, eppure in prospettiva sarà proprio la politica a voler­li insieme. Daniele Capezzone e Bene­detto Della Vedova, il fondatore del network Decidere.net e il presidente dei Riformatori liberali, l'iperattivo talentuoso e il bocconiano tenace, sono diversi in tutto tranne che nella storia politica. Già radicali di belle speranze, ultimi in ordine di tempo tra "soprav­vissuti" al distacco da Pannella l'ex pupillo e l'ex oppositore del gran capo dopo aver incarnato il bianco e il nero della politica di Torre Argentina si ri­troveranno insieme, nelle prossime elezioni, nel centrodestra del Popolo delle libertà, o comunque gravitanti nell'area di Forza Italia. Entrambi ne­gano di voler fare i «capetti di partiti-no», e certamente - scarsa affinità ca­ratteriale a parte - non hanno in pro­gramma di fondere le rispettive crea­ture. Eppure, quando si tratterà di de­cidere modi e forme della prossima corsa al voto, non è da escludere che potranno trovarsi a dover rappresenta­re, magari con una lista di bandiera, le posizioni e le ragioni dei radicali di de­stra («sempre che Berlusconi faccia posto a tutti e due», malignano gli ex compagni di partito).



«Sono sicuro che finiremo inevitabil­mente e felicemente per lavorare insie­me», dice assicura Della Vedova. «An­che se, in realtà, spero sempre che sia l'intero gruppo radicale a scegliere di schierarsi da questa parte», aggiunge. Oggi deputato di Fi, lui il gran salto fuori da via di Torre Argentina, verso via dell'Umiltà, l'ha fatto nell'estate del 2005, creando il movimento dei Riformatori liberali - collegato da un patto federativo con Forza Italia alle ultime elezioni - dopo aver sostenuto per anni che i radicali dovessero «giocarsi le lo­ro carte» non fuori, ma dentro una coa­lizione: «Lo dissi per l'ultima volta in un'assemblea del giugno 2005, mi ri­sposero che non era ancora aria», racconta, «Allora incontrai Berlusconi, nel momento in cui tutti scappavano in di­rezione opposta, e gli comunicai che volevo contribuire a rafforzare il connotato liberale e liberista del centrode­stra». Detto, fatto. E visto che nello stesso periodo la leadership radicale stava maturando la scelta di buttarsi a sinistra, Della Vedova si è trovato di lì a poco nella ottima posizione di incarna­re il dissenso degli scontenti per la svolta pro-Prodi.

Di qui la nascita, con il contributo anche economico di Berlusconi, del movimento dei Riformatori liberali guidato da Della Vedova con Marco Taradash, Peppino Calderisi e Carmelo Palma. Un movimento «liberale, liberi­sta e libertario», come vuole lo slogan, che però a dispetto del battesimo inco­raggiante, finisce per arenarsi, eletto­ralmente parlando, nelle secche della scarsa visibilità. Alla Camera, l'unica candidatura "sicura" dentro le liste di Forza Italia è alla fine soltanto quella di Della Vedova. Al Senato, per via del­le difficoltà nella raccolta delle firme su nuovo simbolo "Riformatori liberali-Radicali per le libertà", il movimento riesce a presentarsi con liste autonome soltanto in Veneto, Puglia e Sicilia, otte­nendo così 7.768 voti e nessun eletto. «Se Berlusconi avesse mandato Bene­detto più spesso in televisione, il risul­tato sarebbe stato ben diverso», è il commento di Marco Pannella.Comunque sia, mentre quello dei Riformatori liberali rimane sostanzial­mente un movimento di opinione, atti­vo soprattutto nell'ambito referendario (prima per il sì alla riforma costituzionale, poi nel comitato promotore di Guzzetta), Della Vedova, «unico so­pravvissuto» di RL in Parlamento, in questi due anni ha lavorato «più dentro che a fianco di Forza Italia», «rappresentando una specificità che non vuole differenziarsi, ma arricchire la propo­sta».

In prospettiva si vede come una delle tante «anime» che graviteranno nel Popolo delle libertà: «Non ho mai pensato di fare il leaderino di partitino, è un'idea mi fa venire l'orticaria. Riten­go che si debba superare la frammen­tarietà e intendo il centrodestra come un grande partito in cui ci sia competi­zione tra tante anime che si ritrovano attorno a una serie di obiettivi precisi di politica e di governo».

Piuttosto lon­tana da lui è quindi l'ipotesi di fare, se non un partito, quanto meno una lista liberal-radicale: «Mi sento parte del Pdl e di Forza italia e chiederò certa­mente il voto dei radicali per la coali­zione guidata da Berlusconi. Il resto è strategia e tattica elettorale di cui è presto parlare», dice. Ed è, il suo, lo stesso atteggiamento con il quale si accosta al tema Daniele Capezzone.Parecchio impegnato sia con Decidere.net, il network di elabo­razione di proposte economiche che a breve lancerà una nuova iniziativa sul private equity, sia con la recente dire­zione politica dell'agenzia di stampa "il Velino", l'ex enfant prodige, deputato del gruppo misto dopo un faticoso distacco dai radicali, conferma «il desiderio di dare una mano al progetto del Popolo libertà» e si augura che «alcune nostre proposte siano giudicate inte­ressanti». Qualcosa di più preciso circa la sua collocazione non è per ora dato sapere: «Ho il mantra dei contenuti», spiega, «e sono convinto che rispetto a questi due nuovi partiti che nascono, Pd e Pdl, sarebbe importante portare ciascuno i propri contenuti e cercare di lavorare insieme».

I redditi soffocati da euro e tasse

martedì 29 gennaio 2008



di Federico Punzi



Quante volte ci è capitato di non riconoscere la nostra quotidiana esperienza di consumatori nelle statistiche ufficiali sull'inflazione? Ebbene, per una volta la percezione comune dei cittadini sembra trovare una corrispondenza statistica e una spiegazione logica nel rapporto diffuso ieri dalla Banca d'Italia sui bilanci delle famiglie.

Già da un'indagine di qualche giorno fa risultavano in Italia i redditi più bassi tra quelli percepiti nei Paesi Ue. Ora la Banca d'Italia avverte che nel periodo 2000-2006 il reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente è rimasto sostanzialmente fermo, con un aumento impercettibile dello 0,96%, mentre nello stesso periodo ha fatto registrare una crescita sostanziosa, del 13,86%, il reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore autonomo.

A fronte di un aumento di reddito solo dello 0,96% in un arco di tempo così lungo, è ovvio che anche i dati più ottimistici e confortanti sull'inflazione rappresentino un'oggettiva sofferenza per le famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente e si prestino quindi ad essere percepiti come falsi. Basta osservare i dati Istat sull'inflazione nello stesso periodo, 2000-2006: +2,5% nel 2000; +2,7% nel 2001; +2,5% nel 2002; +2,7% nel 2003; +2,2% nel 2004; +1,9% nel 2005; +2,1% nel 2006. L'intero aumento di reddito che le famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente hanno percepito nell'arco di sei anni non è sufficiente a recuperare il potere d'acquisto eroso dall'inflazione durante uno solo di questi anni.

Tra le interpretazioni che abbiamo letto oggi sui giornali, quella di Fabrizio Galimberti, su Il Sole 24 Ore, ci è parsa la più convincente, anche perché fa riferimento all'introduzione dell'euro (gennaio 2002). «Gli effetti sui prezzi, e soprattutto la differenza fra inflazione effettiva e inflazione percepita, hanno dato origine a molti studi, che hanno sostanzialmente confermato la correttezza delle rilevazioni dei prezzi e avanzato altre spiegazioni di quella discrasia. Ma non vi è dubbio che il change-over ha permesso a molte categorie, che hanno il controllo sui prezzi dei propri servizi (prezzi che non fanno parte necessariamente delle rilevazioni dell'Istat) di "approfittare" del nuovo metro monetario per appropriarsi di altre fette di reddito. Insomma, l'euro non ha influito sull'inflazione ma sulla distribuzione dei redditi».

Proprio in concomitanza con il passaggio dalla lira all'euro, mentre gli uni ritoccavano verso l'alto i prezzi di merci, beni e servizi - rincari che il mercato ha assorbito, visto che la gente ha continuato ad acquistarli - gli altri hanno visto il livello delle loro retribuzioni rimanere inviariato per anni, acutizzando in questo modo la percezione di un'elevata inflazione e determinando un reale impoverimento.

Ciò non autorizza a criminalizzare i lavoratori autonomi, che hanno lecitamente "approfittato" di un aumento dei prezzi reso possibile e indotto dal nuovo metro monetario e dalle conseguenti difficoltà di orientamento nella spesa da parte dei consumatori. Probabilmente hanno solo sfruttato la prima occasione buona per recuperare parti di reddito che gli erano precluse a causa di una tassazione troppo elevata e di una burocrazia asfissiante.

Rimane il problema: come permettere alle famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente di recuperare il potere d'acquisto perduto in questi anni? Certa sinistra vetero-marxista, e purtroppo anche il Pd, potrebbero essere tentati di massacrare di tasse e studi di settore i lavoratori autonomi nel tentativo di redistribuire il reddito, in parte trasformandolo in servizi pubblici.

Non solo le famiglie, anche le imprese e lo Stato percepiscono redditi. Mentre dal 2000 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato di poco, il Pil (che comprende il reddito disponibile delle imprese) è cresciuto di più, ma ancor più nettamente è cresciuto il reddito disponibile della Pubblica Amministrazione, quella parte della pressione fiscale che serve ai servizi pubblici. Insomma, concludeva ironicamente Galimberti, «in teoria le famiglie si possono consolare pensando che hanno ricevuto maggiori redditi virtuali attraverso i servizi pubblici. Ma non è affatto sicuro che ritrovino nella quotidiana esperienza questi benefici...» Infatti, quel reddito di cui i cittadini avrebbero dovuto usufruire tramite servizi pubblici efficienti è rimasto a dir poco virtuale.

Sarebbe un errore far leva sull'invidia sociale, scatenare nuove e fuorvianti lotte di classe tra lavoratori autonomi e dipendenti. L'unica soluzione, a nostro avviso, è tagliare radicalmente le tasse: detassare subito e completamente i nuovi aumenti salariali, gli straordinari e i premi di produttività, e magari introdurre una flat tax al 20% in 5 anni, che costringerebbe anche a ridurre la spesa pubblica. In ogni caso, tagliando in modo coraggioso le aliquote, si restituisce subito reddito nelle buste paga e si rimettono in moto i meccanismi della crescita economica in grado di produrre ulteriore reddito

L'isola di Pannella





• da L'Opinione del 29 gennaio 2008, pag. 1



A.A.A. Cercasi esponente radicale malinconicamente. E non perché Marco Pannella od Emma Bonino o Rita Bernardini e le altre componenti della segretaria non siano andati al Quirinale a partecipare il rito inutile delle consultazioni del Capo dello Stato. In questi casi è lecito che gli esponenti di un partito minore, che ha sempre cercato occasioni di visibilità per non venire cancellato dai partiti maggiori, si com­porti sulla base del famoso interrogati­vo morettiano: "Si nota di più se ci so­no o se non ci sono?". Ma perché tra le tante rovine provocate da meno di due anni di governo prodiano c'è anche quella rappresentata dalla scomparsa politica del Partito Radicale. Che ha fornicato con il governo, ha perso la sua proverbiale verginità e che oggi si trova sedotto ed ab­bandonato tra i rottami del centro sinistra senza avere la­sciato una sola e minima traccia del proprio operato e senza avere alcuna prospettiva per il futuro tranne quella di una misera e difficile sopravvivenza elettorale. Valeva la pena barattare la primogenitura dell'area laica terzopolista per il misero piatto di lenticchie di un mini­stero marginale? Boh! Si dirà che se nel 2006 i radicali non avessero compiuto questa scelta non solo non avrebbero avuto la poltroncina ministeriale ma non sareb­bero nemmeno rientrati in Parlamen­to.



Tutto giusto, tutto vero. Ma che biso­gno c'era di trasformarsi nei difensori più strenui e disperati del governo dei fallimenti definendosi gli "ultimi giap­ponesi" disposti a combattere nell'iso­la deserta anche dopo la resa dell"imperatore" Prodi? Ha voluto l'isola? E adesso combatti!

venerdì 25 gennaio 2008

...Ecco i primi Sondaggi ,dopo il voto di sfiducia di ieri in Senato, al Governo Prodi


Dal sito Affari Italiani


Che cosa succederebbe se si votasse nelle prossime settimane con l'attuale legge elettorale? Vittoria del Centrodestra (se si presentasse unito) e maggioranza sia alla Camera sia al Senato per Silvio Berlusconi, anche se il Partito Democratico e la sinistra radicale corressero insieme. Sono i risultati dell'ultimo sondaggio realizzato dall'Swg e spiegato dal presidente Roberto Weber in un'intervista ad Affari. "Se il Partito Democratico si presenta da solo ha molte più possibilità di ottenere un buon risultato. In termini di voti raccolti, l'ipotesi che il Pd vada da solo è positiva. In questo caso, andrebbe certamente oltre il voto dell'Ulivo nelle Politiche del 2006, arrivando al 32-33%. Invece, se si presentasse in coalizione con la sinistra radicale, prenderebbe tra il 25 e il 27%. Sarebbe un'altra partita, un'altra storia".

E il Centrodestra? "Attualmente viaggia tra il 52 e il 53%, tutto assieme però. E compreso Mastella è sicuramente più vicino al 53%. Il Popolo delle Libertà di Berlusconi si attesta sul 26% circa, poi probabilmente prenderà di più, perché adesso An appare molto forte. L'Udc di Casini è sul 5,5%. Alleanza Nazionale è sempre un'incognita, ora è abbastanza alta, sul 13-14%. Quindi, per il momento, La Destra di Storace non sembra avere un particolare peso, è una questione di radicamento territoriale".

Discorso a parte per la Lega. In base ai dati dell'Swg, il movimento guidato da Umberto Bossi "sta sicuramente sul 6,5%. Ma se si presentasse da solo alle elezioni arriverebbe anche al 9-10%, tornando ai massimi registrati nel 1996. Comunque la Lega è in netta crescita e in coalizione con le altre forze del Centrodestra potrebbe anche ottenere il 7%. Ma se prende voti Bossi non li prende Berlusconi, e viceversa".

E gli altri partiti? "La Cosa Rossa, se si presentassero tutti assieme, potrebbe arrivare massimo al 10-11-12%. Non oltre. Di Pietro ha un grosso serbatoio di voti, almeno nei sondaggi. Credo che valga il 4,5-5%. Però da solo sarebbe dura superare la soglia di sbarramento".

Ma la domanda che tutti si pongono è se l'ex Casa delle Libertà riuscirebbe ad avere una maggioranza anche al Senato con questa legge elettorale. "Se fosse diviso (Pd e Cosa Rossa non alleati, ndr), il Centrosinistra non vincerebbe da nessuna parte. Divisi perderebbero praticamente dappertutto e il Centrodestra avrebbe una maggioranza molto grande anche a Palazzo Madama".

E se invece Pd e sinistra radicale fossero alleati (compresa l'Italia dei Valori)? "Certamente non riuscirebbero a tenere molte regioni conquistate a fatica la volta scorsa. Non la Campania, neanche il Piemonte. E probabilmente nemmeno la Puglia, il Lazio e la Calabria. Avrebbero il premio di maggioranza in Emilia Romagna, Umbria e Toscana. Si batterebbero come leoni in Liguria e nelle Marche".

Insomma, non ci sono dubbi. Il Centrodestra avrebbe la maggioranza al Senato anche se il Centrosinistra si presentasse unito. "Certo, non ci piove. Non c'è alcun dubbio", afferma Weber. "Avremo certamente un riavvicinamento. Supponiamo che siano queste le coalizioni, non credo che la distanza sia di 6-7 punti. Il gap è destinato a ridursi, perché c'è un mercato di Centrosinistra che non è così friabile. Però, nonostante la contrazione, comunque vincerebbe il Centrodestra anche al Senato. Ovviamente parliamo di oggi, dopodiché può succedere di tutto".

È la fine (ingloriosa) di un'epoca





• da Il Sole 24 Ore del 25 gennaio 2008, pag. 1


di Stefano Folli



Ieri sera non è solo caduto un Governo, uno dei tanti. È fini­ta un'epoca. L'uscita di scena di Romano Prodi segna la con­clusione di una fase storica. Era cominciata nel '96, con il primo Ulivo. Il professore di Bologna era l'uomo nuovo, allievo e ami­co di Nino Andreatta. Un innovatore: il centro-sinistra era a pezzi dopo la batosta subita da Berlusconi nel '94 e Prodi lo rico­struisce delineando per la pri­ma volta l'opportunità e la con­venienza di andare oltre i vec­chi partiti. È l'intuizione su cui la sinistra moderata italiana ha vis­suto per dieci anni, attraverso al­terne vicende, fino all'avvento del Partito democratico.

Tuttavia la parabola di Pro­di come uomo di Governo è as­sai travagliata. La prima volta resta a Palazzo Chigi poco più di due anni, fino all'autunno del '98. Affiancato da un mini­stro dell'Economia che ha il prestigio di Carlo Azeglio Ciampi, porta l'Italia nell'eu­ro. Poi viene travolto da una congiura di palazzo.

Ora l'esperienza è durata ven­ti mesi ed è assai meno memora­bile. Mancano le risorse, mancano i voti e viene meno qualsiasi visione riformatrice di grande respiro. Alla fine la caduta non si deve a un complotto politico, bensì allo sfilacciamento di una coalizione troppo improbabile per riuscire a governare. Prodi ha fatto quel che poteva lungo una strada sempre più imper­via, a costo di un'impopolarità via via più estesa e alla fine si è reso inviso ai suoi stessi alleati. Del resto, è diffìcile chiedere ai partiti di perdere consensi, so­prattutto quando c'è di mezzo una forza con le ambizioni e le impazienze del Pd veltroniano. Certo, la vicenda è emblema­tica. La fine dell'innovatore Pro­di è cominciata con la nascita di quel Partito democratico che avrebbe dovuto essere la sua creatura. Viceversa, si è subito tramutato in uno straordinario fattore di instabilità per la coali­zione di centro-sinistra. Quel che più colpisce, il Prodi dina­mico del '96 si è tramutato nel Prodi conservatore del 2007.


Un po' troppo propenso ai compromessi, paladino dei mi­cro-partiti suoi alleati privile­giati, sospettoso di tutto, deciso a durare comunque: anche quando «durare» diventava si­nonimo di «galleggiare».

Ma forse il suo destino era se­gnato in ogni caso. In apparenza il Governo è scivolato sui casi giudiziari di Mastella, ma nessuno dubita che la causa dèi decesso ri­sieda almeno in parte altrove. E cioè nel negoziato di Veltroni con Berlusconi sulla legge eletto­rale, in quel tentativo di riforma­re il sistema facendo fuori i partitini mentre costoro avevano in mano le sorti dell'Esecutivo.Comunque sia, il presidente del Consiglio ha ritrovato il piglio e il coraggio nel passo d'addio. L'idea di cadere a viso aperto a Pa­lazzo Madama, respingendo i con­sigli istituzionali e politici di chi lo voleva prudente fino alla sotto­missione, gli fa onore. Può darsi che la scelta non fosse dettata so­lo da scrupolo costituzionale, ma anche dal desiderio di fare un di­spetto ai suoi "alleati", gli stessi che non vedevano l'ora di metter­lo da parte. In ogni caso, il pre­mier merita rispetto. Nell'uscita di scena ha riguadagnato forse un po' di quella popolarità presso gli italiani che in venti mesi di Gover­no aveva dissipato.


Ora è facile speculare sui ran­cori e le rivalse destinati, si presu­me, a sballottare il Partito demo­cratico. Cosa faranno Prodi e i prodiani? Dove cominceranno a consumare le loro vendette con­tro i vertici del Pd? Interrogativi legittimi, ma ci sarà tempo per cercare una risposta. Per il mo­mento è più interessante restare ai fatti. E i fatti dicono che nelle ultime ore, al Senato, si è supera­ta la soglia del grottesco. Dei tre senatori dell'Udeur, uno (Barba­to) ha aggredito l'altro (Cusumano) in modo selvaggio perché aveva tradito la consegna votan­do a favore di Prodi. Il terzo, cioè il leader Mastella, si ispirava a Neruda e alla sua malinconia del vivere nel tentativo, invero scon­certante, di volare alto. Bisogna ammettere che, in tale contesto, la trasparenza istituzionale di Prodi ha riscattato una pagina pe­nosa di storia parlamentare. Ora è chiaro che il professore lascia il campo. Per lui non c'è all'orizzonte un'altra possibilità di formare il Governo. La sfiducia lo esclude dal gioco, non meno della fretta dei suoi "amici" nel vol­tare pagina. Ma il compito di Gior­gio Napolitano si presenta com­plesso come mai negli ultimi anni. La legislatura è stata ferita in modo forse mortale. Ma prima di tornare alle elezioni il capo dello Stato dovrà fare ogni sforzo per capire se è possibile percorrere ancora un tratto di strada. Parlare di riforme costituzionali sembra assai velleitario, date le circostan­ze, ma all'orizzonte c'è un refe­rendum per modificare la legge elettorale. Quindi è tutt'altro che stravagante verificare se le forze politiche sono disposte a sostene­re per un breve tratto e in forma "bipartisan" un Governo di tre­gua, senza profilo politico, la cui unica ragion d'essere sarebbe proprio il nodo della legge eletto­rale. Attraverso un'iniziativa parlamentare, se c'è la possibilità, op­pure lasciando svolgere il refe­rendum fra tre mesi. Del resto, il faticoso dialogo Veltroni-Berlusconi non mirava a questo scopo? Il problema è che il quadro ora si è molto logorato, anche per la caparbietà di Prodi. E Berlusconi è ovviamente tentato di fare l'"en plein". Tornare alle urne con l'attuale legge elettorale met­terebbe in grave difficoltà il Parti­to democratico veltroniano, ri­portando l'ex Casa delle libertà a Palazzo Chigi sull'onda di un suc­cesso politico, e forse anche elet­torale, senza precedenti. Vedre­mo. La partita è appena comin­ciata. Ieri sera nel centro-destra era il momento dei fuochi d'artifi­cio. Da oggi non è escluso che si ascoltino toni diversi.












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Le «avances» a Nuccio tra 007 e pentiti





• da Il Giornale del 25 gennaio 2008, pag. 4


di Gian Marco Chiocci



Poltrone e pressioni sul senatore Nuccio Cusumano per cambiare il voto al Senato? Maurizio Gasparri e Domenico Gramazio di An lo lasciano intendere in due interrogazione parlamentari dove chiedono lumi sull’assunzione-lampo del segretario particolare di Cusumano alla Spa ortofrutticola Agencontrol che fa capo al ministero delle politiche agricole. L’assunzione del segretario Filippo Bellanca denota, secondo Gasparri, «una tempistica singolare in relazione al voto che il senatore dell’Udeur ha espresso al Senato». Tempistica ancor più singolare se si pensa che il presidente dell’Agecontrol, Cesare San Mauro, spiega che «la decisione è stata presa dal direttore generale in assenza di preventiva informazione al presidente stesso e in assenza di preventiva autorizzazione dal parte del presidente, per quanto ad egli risulti, da parte di alcuno dei componenti del Cda»
Il direttore generale 007. Ma chi è il «Dg» che, senza dir niente a nessuno, avrebbe regolarizzato il segretario particolare di Cusumano? Il suo nome è conosciuto più nei servizi segreti che tra le componenti sindacali ortofrutticole: Claudio Versienti. Fino a quattro mesi fa, infatti, era uno 007. L’intera carriera l’ha svolta nell’intelligence, in special modo nel Sisde. Agli inizi degli anni Ottanta è transitato - come si dice in gergo - «nei ruoli della presidenza del consiglio dei ministri» rimanendovi fino a settembre 2007. Una conferma indiretta la si trova nel curriculum pubblicato sul sito internet dell’Agecontrol. Versienti andò via dal Sisde nel periodo in cui a guidare il servizio di sicurezza civile era il generale Mario Mori, col quale Versienti non sarebbe andato troppo d’accordo.
Il pentito Campanella. Dal Sisde il futuro direttore generale di Agecontrol passa al coordinamento dei servizi segreti (Cesis) guidato da quel Giuseppe Cucchi, fedelissimo di Romano Prodi nonché componente del gruppo di lavoro dell’Osss (Osservatorio scenari strategici di sicurezza) della società bolognese Nomisma, molto cara al Professore. A settembre il direttore del Cesis gira Versienti all’Ucsi (l’ufficio centrale sicurezza) dopodiché dà il placet per il suo passaggio all’Agicontrol. Quanto ad altro tipo di pressioni, giudiziarie essenzialmente, le voci si rincorrono. Si parla di un verbale del pentito Francesco Campanella (consigliere comunale di Villabate, che procurò il falso passaporto al boss Provenzano) che lo tira in ballo per favoritismi politici ottenuti nell’ottenimento della prescrizione nel processo per le tangenti all’ospedale Garibaldi di Catania.
De Castro, l’intercettazione. Nel novembre del 2006 la voce di Cusumano è stata intercettata dal pm Woodcock, insieme a quelle di altri otto parlamentari, in un’inchiesta sulla malasanità. Le chiamate sono state inviate al Parlamento che deve pronunciarsi per la loro utilizzazione. Cusumano si attiva per informarsi su nomine in enti e ministeri. Il 27 ottobre 2006 dice che chiamerà il responsabile della segreteria di un ministro per per la nomina all’Ente Irrigazione. Il 17 novembre successivo apprende da un interlocutore che «quella cosa all’Anci» non si sarebbe più fatta perché «il segretario della Cisl, indicato come colui che muove le carte», aveva risposto picche. Il 21 novembre «l’onorevole - scrive il Gip - rappresenta che il giorno seguente avrebbe avanzato il suo nome (di Potenza, Udeur, ndr) al ministro De Castro in qualità di vicecommissario all’Unire». Paolo De Castro, per la cronaca, è il ministro delle politiche agricole che ha la supervisione sull’Agecontrol.

giovedì 24 gennaio 2008

La sfida tra Pd e Pdl


Condividiamo pienamente lo scenario che descrive oggi Giuliano Ferrara sul IlFoglio, in caso di elezioni anticipate.



Qui l'articolo

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Sentenze di civiltà







• da La Repubblica del 24 gennaio 2008, pag. 1


di Umberto Veronesi


La sentenza del Tar del Lazio sulla diagnosi pre­impianto fa pensare come, alla situazione di inadeguatezza legislativa del nostro Paese sui grandi temi etici, rimediano le coraggiose decisioni dei giudici, che richiamano i valori originari della nostra Costituzione, in difesa dei diritti fondamentali dei cittadini e in risposta ai loro nuovi valori.

A ben riflettere è successo più di una volta, ultimamen­te. Lo scorso 16 ottobre, la Corte di Cassazione ha ria­perto il caso di Eluana Englaro (la ragazza in stato ve­getativo da 15 anni, per la quale il padre chiede di po­ter sospendere i trattamenti che la tengono in una vita artifi­ciale) richiamandosi all'articolo 32 della Costituzione, che trat­ta del diritto alla salute e all'articolo 13, che riguarda la libertà personale di tutti i cittadini. La sentenza del Tribunale di Ca­gliari che il 24 settembre dello scorso anno ha legittimato la dia­gnosi pre-impianto richiesta da una donna portatrice di talassemia, è stata motivata dal fatto che il diritto alla salute della fu­tura madre e quello dell'informazione per tutelarla, garantita dalla Costituzione, prevalgono sul divieto della legge 40.

Complimenti ai magistrati che ancora dimostrano di spin­gersi nel terreno della difesa delle idee, là dove il Parlamento non arriva neppure a muoversi. Anche dietro questa ultima sentenza c'è una decisione di grande civiltà. I giudici hanno ca­pito che la diagnosi pre-impianto è una straordinaria opportu­nità a favore della vita, che nasce per permettere a un uomo e una donna, minacciati da una malattia genetica, di poter aver un figlio sano. Già oggi sono 30.000 i bambini che nascono con malformazioni genetiche e il numero è destinato ad aumenta­re per le nuove caratteristiche della maternità.

Le donne tendono ad avere il primo figlio in età avanzata, quando il rischio di malformazioni aumenta. Dobbiamo poi te­nere conto che l'aver figli diventa più difficile in generale, per il calo della fertilità del maschio, che ha meno spermatozoi, e le mutate abitudini di vita della donna. Questo significa che il ri­corso alla fecondazione assistita diventerà sempre più ampio e la legge 40, era nata proprio per facilitare le coppie che, sem­pre più numerose, si trovano ad affrontare il percorso non fa­cile dei bimbi in provetta. In particolare la diagnosi pre-im­pianto è la via più intelligente per non chiudere la via della pro­creazione a chi ha difetti genetici. O, ciò che è ancora peggio, per non condannarlo alla decisione dell'aborto terapeutico nel caso la malattia venga scoperta nel feto durante la gravidanza. Una scelta psicologicamente drammatica, oltre che fisica-mente traumatica per la donna.

La diagnosi pre-impianto permette la scelta, tra gli embrio­ni prodotti in vitro, di quello che non porta il seme della malat­tia, per impiantarlo. Che vuoi dire la certezza di un figlio sano e che nulla ha a che vedere con l'eugenetica. Anzi, pare persino una crudeltà vietarla. Anche Renato Dulbecco ha ammonito che nei casi di portatori di malattie genetiche il concepimento naturale può essere una condanna a morte, se nell'embrione sono presenti tare ereditarie.

Si può, per ragioni ideologiche, non applicare una conoscenza scientifica che aiuta la vita e il diritto a procrearla? Con la loro sentenza i giudici del Tar sem­brano aver risposto di no e con questa risposta ci allineano agli altri Paesi europei, dove la diagnosi pre-impianto è routine. In Gran Bretagna è addirittura consigliata per le donne che han­no una gravidanza dopo i 40 anni. C'è da sperare, come sem­bra, che questa sentenza smuova davvero le acque per una re­visione della costituzionalità delle linee guida della legge 40, per evitare la penosa migrazione delle coppie in cerca di figli, verso i Paesi dove la legislazione è adeguata. Non dimentichia­mo che solo nell'anno 2006 è quadruplicato, (passando da poco più di mille a oltre 4000) rispetto al periodo precedente al­l'introduzione della nuova legge 40/04, il numero delle coppie italiane migrate all'estero per effettuare la fecondazione assi­stita. Una migrazione che penalizza le coppie meno abbienti e relega l'Italia a un ruolo di Paese civilmente arretrato.

Equilibrista e cinico: vince solo se perderà





• da Il Giornale del 24 gennaio 2008, pag. 4


di Luca Telese


E meno male che adesso nel Pd c’è tutta una nuova geografia, il «correntismo esotico» ci sono «il Birmano» (Piero Fassino) e il «Thailandese» (Goffredo Bettini). Un tempo c’erano la destra e la sinistra del partito, c’erano il migliorismo di Giorgio Napolitano o la radicalità degli ingraiani adesso tutto è diverso, e il Pd è un calderone in cui fra teodem, bindiani, blogghisti e lettiani, è difficile comporre una qualsiasi anagrafe.
Questo per dire che il punto di forza del «veltronismo» è l’assenza di una classe dirigente strutturata, e che il suo tallone di Achille è però lo stesso. E che la zavorra di un nuovo partito che non decolla sono proprio quelli che nella sua squadra dovrebbero essere considerati «i professionisti della politica» a cominciare dall’impresentabile Goffredo Bettini, uno che ieri, per difendersi dall’accusa innegabile di Clemente Mastella di essere un lottizzato (prima all’Auditorium, e poi al festival del Cinema dove non è stato nominato dallo Spirito santo) si inventava patetici sponsor, elencati con prosopoea grottesca in una lettera a Dagospia: «Non i segretari dei partiti locali, ma personalità libere come Gianni Letta, Renzo Piano, Luciano Berio, Bruno Cagli, Innocenzo Cipolletta, Andrea Mondello, Cesare Romiti, mi hanno chiesto di continuare nel mio lavoro». Fantastico. Come l’altrettanto grottesco racconto sulla casa in Thailandia trasfigurata in una sorta di missione di beneficenza e addirittura nobilitata da una ridicola onorificenza: «Il Re della Thailandia - scrive Bettini - mi ha conferito la più alta decorazione di quel Paese: “Cavaliere comandante del nobilissimo ordine del Regno di Thailandia”».

Ecco, il Pd di Veltroni è anche questo, un impasto di vecchio e nuovo in cui ancora non si capisce chi comanda, se le facce dei giovani di Scampia o Bassolino, se Paolo Fresu o i «thailandesi». E lo stesso sindaco di Roma ancora non ha deciso cosa essere, se «il neokennedyano che corre da solo» contro tutto e tutti, o il politico che per convenienza seppellisce le unioni civili.

Ieri, a Radio24, un osservatore non certo tenero con la sinistra come Giampaolo Pansa riservava a Veltroni una sorprendente apertura di credito: «Sono andato a rivedermi le cose che aveva detto sei mesi fa, sono le stesse che ripete oggi. L’idea di lasciare a casa l’Unione, e di provare una campagna elettorale tutta nuova mi pare molto coraggiosa, e anche giusta». Ma non tutti nel Pd condividono una scelta che pur attirando sul Pd un fortissimo potenziale di attrattiva e di interesse, rendono «decoubertiniana», per dirla con Clemente Mastella, la sfida contro le corazzate della Cdl, fortissima soprattutto al Nord.

Dicono che Veltroni la sconfitta la metta già nel conto, e che abbia bisogno del lavacro di una sconfitta per ripulire la classe dirigente, e rottamare gli stati maggiori del passato. Ma farlo non sarà semplice, e nessuno dubita che dopo mesi di unanimismi posticci, stavolta si vedranno le facce cattive. Anche perché non pochi già rimproverano a Walter di essersi attardato nel dialogo con il Cavaliere, di aver fatto con Berlusconi una Bicameralina che si è chiusa come la prima ovvero con un nulla di fatto. E di aver ecceduto con Berlusconi proprio sul terreno della eccessiva fiducia che gli antidalemiani come lui rimproveravano a D’Alema.

Insomma, su Veltroni grava lo spettro del rinnovatore incompiuto, quello che lui stesso fu ai tempi dell’I care, quando provò ad innervare nuove culture del corpo esausto della Quercia, e si ritrovò rigettato, e costretto all’arrocco della sindacatura romana. Molti si chiedono se il «modello Roma» sia davvero esportabile sul piano nazionale, se cioè l’abilità di un sindaco tuttofare capace di supplire con il suo innegabile attivismo alle carenze degli assessori più brocchi (chi scrive ricorda una conferenza stampa in cui l’assessore all’Istruzione sbagliava il numero degli asili e il sindaco puntualizzava pignolo) possa reggere alla prova di un sistema ipercomplesso come la politica nazionale. La verità è che il vero tallone di Achille del veltronismo approdato alla leadership è stato invece la devastante sentenza satirica del ma-anche, l’idea che il coraggio riformista ci può anche essere, ma non confligge mai con nulla e con nessuno, l’idea che la modernità del Terzo millennio ha comunque bisogno dei riti unanimistici. Ieri il sindaco-leader si è diviso fra il Campidoglio e il suo loft, «dove - come racconta uno dei dirigenti a lui più vicini, l’ex leader dei giovani Vinicio Peluffo - è capace di stressare e di logorare due staff senza fare una piega». Ma anche il mito del superomismo veltroniano dovrà arrivare al tempo delle scelte e della verità, dovrà declinare i sogni sul terreno delle scelte non conciliabili, dovrà certificare che non si può stare contro Prodi ma anche con lui, per il rinnovamento in Campania, ma non anche con Rosa Russo Iervolino e Antonio Bassolino. Dovrà correre da solo «per». Ma anche con coraggio «contro» qualcuno.

L’Emilia rossa in difesa di Ratzinger





• da Il Riformista del 24 gennaio 2008, pag. 2


di em.ma.

Negli anni della guerra fredda, in cui il Pci svolse una dura opposizione, i suoi esponenti negli enti locali riprendevano i temi della battaglia politica nazionale - il patto atlantico, la legge truffa, l’uso della bomba atomica - presentando ordini del giorno nei consigli comunali, volti a mobilitare la base e a cercare alleanze. La scena mi è venuta in mente leggendo “l’Unità” che ci informa come a Bologna la vice-capogruppo Pd al consiglio comunale, la cattolica Lina Delli Quadri, si sia fatta «portavoce dei 22 consiglieri democratici per manifestare nell’aula del consiglio comunale l’appoggio a Benedetto XVI». La vicenda della Sapienza infatti per il Pd bolognese «è una sconfitta della cultura liberale e del principio di confronto delle idee». In verità qualche consigliere del Pd si è dissociato dalla protesta. Sempre “l’Unità” ci fa sapere che il sindaco Pd di Piacenza ha firmato un ordine del giorno di solidarietà al Papa imbavagliato insieme al capogruppo di Forza Italia. Come negli anni della guerra fredda, l’Emilia rossa è all’avanguardia nella mobilitazione in difesa della democrazia e della libertà minacciata, dicevamo col Pci, dall’imperialismo Usa. Oggi, col Pd, la minaccia invece viene dai 67 professori di fisica della Sapienza.

Tattiche e mediazioni, prima dello showdown!


Efficace, esaustiva e ricca di gustosi retroscena, la ricostruzione della giornata politica di ieri alla Camera di Romano Prodi ,fatta da Franco Bechis direttore di ItaliaOggi.



Qui l'articolo
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Il Radicale Della Vedova perde il pelo ma non il vizio della furbizia morale



da Il Foglio del 24 febbraio 2008, rubrica delle lettere all’Elefantino



La lettera di Benedetto Della Vedova
Al Direttore - Nella lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite che “traduce” la sua proposta di moratoria c’è, come aveva annunciato, l’emendamento all’art. 3 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, per riconoscere il diritto alla vita “dal concepimento fino alla morte naturale”. Manca, invece, l’emendamento che dovrebbe, per stare alle sue prime intenzioni, impedire che la moratoria sull’aborto divenga una radicale messa in mora della regolamentazione legale delle interruzioni volontarie di gravidanza facendo i conti con quel “rifiuto della maternità che incombe sul soggetto femminile come un problema millenario” (il Foglio, 5 gennaio). Di questo secondo e complementare emendamento, che lei aveva così formulato: “il diritto alla vita del concepito deve essere sempre bilanciato con il diritto alla salute fisica e psichica della madre”, nella sua proposta di lettera a Ban Ki-Moon non c’è traccia. A ragione veduta: se l’aborto è davvero un omicidio che può essere giuridicamente tollerato, in via di eccezione, solo alla stregua di quello per “legittima difesa”, tutte le legislazioni “abortiste” dell’occidente liberale (per non parlare delle altre) ne travisano o contraddicono l’eccezionalità e quindi non possono trovare spazio nello schema politico-morale della moratoria. Peraltro, lo stesso riferimento alla salute fisica e psichica della donna rimanda (al di là della sua testualità) ad un refrain che un orecchio allenato percepisce immediatamente come “abortista”.
Insomma, se si accettano le premesse del suo discorso (come le ho già scritto in una lunga lettera che ha avuto la gentilezza di pubblicare), non è solo la società, ma anche la legge ad essere “abortista”: entrambe espongono il concepito in gestazione all’omicidio sentenziato dalla madre.
In questa forma, la moratoria sull’aborto diventa una cosa forse meno ondivisibile - per me, come immagina, ancora meno condivisibile-, ma molto più chiara e coerente. Come la moratoria sulla pena di morte è la richiesta di sospendere le esecuzioni legalmente disposte, così la moratoria sull’aborto è la richiesta di sospendere “l’esecuzione dei concepiti” attraverso la sospensione delle norme che questa esecuzione consentono. Sull’aborto, in sede normativa, non si può essere insieme al 100% pro life e al 100% pro choice.
Questa “aritmetica” morale non le piacerà, ma alla fine anche lei ci sta facendo i conti.

La risposta di Giuliano Ferrara
Se l’aritmetica morale fosse una scienza, staremmo freschi. La sua aritmetica scientifica comunque è questa: siccome l’aborto è un omicidio, ma non lo si può di certo imputare a chi abortisce, bisogna dire che non è un omicidio. Nemmeno un sofista di strada sarebbe stato capace di un teorema morale così stupidamente atroce. Se mi consente, nella lettera all’Onu c’è la variante principiale, cioè la tutela della maternità e della vita dall’obbligo di stato di abortire e dall’indifferenza di stato di fronte all’aborto. Su questo non la vedo sensibile, lei non mi propone altre varianti. Da furbetto radicale lei usa il mio emendamento bis per invalidare l’altro, che è la clausola anti aborto clandestino e contrario alla persecuzione penale, che confermo e userò al momento opportuno. Aspetto sempre che lei mi dica qualcosa di serio, diretto e non indulgente intorno al miliardo di aborti in trent’anni e ai cinquanta milioni di aborti annui. Aspetto che, invece di cavillare da avvocaticchio, lei legga Marquard.

mercoledì 23 gennaio 2008

Casini prova a rilanciare il governo di transizione





• da La Stampa del 23 gennaio 2008, pag. 6


di Augusto Minzolini



Nel quartiere generale di Arcore le voci sull’iperattivismo di Romano Prodi per salvare la pelle hanno messo sul chi vive Silvio Berlusconi. Ieri sera, per non avere brutte sorprese, il Cavaliere ha lasciato il capezzale della mamma per scendere a Roma e fare il punto con i suoi strateghi.

Il problema è sempre lo stesso, l’ostinazione con cui il Professore tenta di sopravvivere a se stesso usando l’armamentario della politica nuova e vecchia: da una parte ha annunciato nell’aula di Montecitorio che dopo il suo governo ci sono solo le elezioni; dall’altra ha aperto la caccia al senatore a Palazzo Madama. «Prodi - ha spiegato ai suoi Berlusconi - per salvarsi ha trasformato di nuovo il Senato in un suk. Fa circolare la voce che è ottimista solo per creare l’atmosfera giusta per comprarsi qualcuno dei nostri. Per questo dobbiamo essere guardinghi: il personaggio ha dimostrato in questi mesi di saperne una più del diavolo. E poi è pervicacemente attaccato alla poltrona. So che questa notte si è proposto come candidato premier del centro-sinistra al posto di Veltroni».

Poi arrivato nella capitale il Cavaliere per essere sicuro dell’epilogo finale si è lasciato andare alla solita iperbole: «Se il governo dovesse sopravvivere con degli espedienti o con degli escamotage, credo che l’Italia si riverserebbe a Roma, perché non accetterebbe una cosa del genere. Se non darà le dimissioni il governo sarà travolto da un movimento popolare irresistibile». Da ieri, quindi, l’«unità di crisi» di Forza Italia ha cominciato a monitorare costantemente il campo di battaglia, cioè Palazzo Madama. Sotto osservazione per scoprirne gli umori sono stati messi innanzitutto Domenico Fisichella (nel suo ultimo discorso al Senato aveva annunciato che non avrebbe più votato la fiducia al governo) e Luigi Pallaro (che più sottovoce aveva detto la stessa cosa ma che è ancora all’estero).

Poi, un messaggero ha tentato di capire se il «pressing» che Prodi sta facendo sul dissidente comunista, Turigliatto, per tenerlo almeno fuori dall’aula durante la votazione, ha sortito un qualche effetto, oppure no. Sul «dadaista» Cossiga i consiglieri del Cavaliere fanno poco affidamento: negli ultimi mesi ha parlato tutte le volte contro il governo ma nei momenti clou ha sempre votato a favore. Inoltre Berlusconi continua a tenere contatti con Dini. L’altra sera quando gli è stata portata la dichiarazione con cui Lambertow chiedeva un governo istituzionale dopo che Mastella aveva mollato la maggioranza, Berlusconi si è limitato a commentare: «È arrivato secondo». La sensazione, comunque, è che Dini per un motivo o per l’altro sia «sotto schiaffo». Si parla di un’inchiesta archiviata contro i suoi famigliari che improvvisamente a dicembre è stata riaperta, ma si tratta solo di una voce che circola nel centro-destra.

Questa è la strategia d’attacco. Poi c’è la difesa. In collaborazione con Casini, il Cavaliere ha tentato di bloccare le trattative che Prodi o i suoi ambasciatori hanno avviato con qualcuno del centro-destra. Ad esempio, nel mirino di Palazzo Chigi è finito l’udc Massimo Fantola. Un parlamentare ds ha tentato di convincere per un’ora in un bar di Piazza Farnese l’ex-leghista che si è avvicinato a Forza Italia, Albertino Gabana. Eppoi c’è la solita manfrina su un senatore della Dc delle autonomie, Pistorio. Insomma, di tutto e di più. «Siamo allo scontro bruto - faceva presente ieri sera Fabrizio Cicchitto - siamo alla compravendita senza ritegno con pacchi di nomine». «Eppoi - gli andava dietro Osvaldo Napoli, un altro azzurro - Prodi ci fa anche il moralista...». Fin qui la guerra di trincea al Senato. Sul resto Berlusconi sta valutando qualche aggiustamento sul piano tattico. Ad esempio, ci sono da capire le mosse del Colle. A Berlusconi, Fini e Casini risulta che Napolitano non è per nulla contento dell’accanimento terapeutico con il quale Prodi sta tentando di rianimare il suo governo. Qualcuno al Quirinale ha assicurato allo stato maggiore del centro-destra che Napolitano non accetterà una situazione nella quale i senatori risultassero decisivi nel voto di fiducia. Si tratta, però, più di una speranza che di una notizia. E proprio per evitare delusioni Fini ha ricordato pubblicamente al Capo dello Stato quell’impegno preso nel febbraio scorso.

Detto questo, per ingraziarsi il Colle, sia Berlusconi, sia Casini pur mantenendo come obiettivo prioritario le elezioni a primavera, hanno riconosciuto che alcune argomentazioni del Presidente, che non vuole andare a votare con l’attuale legge elettorale, hanno fondamento. Naturalmente il Cavaliere l’ha fatto a modo suo spiegando che si può modificare l’attuale legge in meglio in una settimana; oppure, promettendo che se un giorno ritornerà al governo coltiverà il dialogo con l’opposizione. Il leader dell’Udc, invece, ha ridato smalto alla proposta di un esecutivo di responsabilità nazionale, proiettando però l’ipotesi al «dopo elezioni». Insomma, si tratta di piccole correzioni di linea per tentare di togliere spazio a Prodi che con quella sua voglia di resistere ad oltranza ha messo in fibrillazione il centro-destra. A meno che - come ipotizza qualcuno - questa tecnica serva al Professore solo per raggiungere un obiettivo limitato: quello di guidare un governo dimissionario fino alle elezioni. «Prodi - fa presente l’ex-governatore della Puglia, Raffaele Fitto - vuole solo mettere bocca sulle centinaia di nomine che bisogna fare a primavera. In fondo se le gestisce da dimissionario è ancora più libero. Ciampi qualche anno fa, da premier dimissionario, nel suo ultimo giorno a palazzo Chigi ne fece 53».

Enti pubblici, poltronificio da 600 nomine







• da Il Giornale del 23 gennaio 2008, pag. 2


di Gian Maria De Francesco



Il liberal Daniele Capezzone ha invitato il centrodestra a fare attenzione «alla campagna acquisti che Prodi potrebbe scatenare in queste ore» ricordando che sono previste «600 nomine negli enti pubblici». L’azzurro Raffaele Fitto ha osservato che «l’accanimento terapeutico ha un unico scopo: sopravvivere fino alla scadenza dei principali consigli di amministrazione (Eni, Enel ecc.) per ridistribuire poltrone».
Forse non saranno proprio 600 posti, ma gli interessi in gioco sono molto alti. A partire proprio dai principali enti previdenziali (Inps, Inail, Inpdap) che in base al protocollo sul welfare dovrebbero essere accorpati per conseguire un risparmio di spesa. Come ha sottolineato l’esperto Giuliano Cazzola sul Giornale lunedì scorso, l’idea che si sta facendo largo è quella di commissariare la super-Inps con il presidente della commissione Lavoro del Senato, Tiziano Treu) nominando subcommissari i direttori generali dei tre enti accorpati. E soprattutto liberando uno scranno importante a Palazzo Madama, magari a favore di Rifondazione.
Si tratta di tre enti che movimentano ogni anno 500 miliardi di euro tra entrate e uscite. Ma è chiaro che la partita principale si giocherà sulle aziende controllate dallo Stato. Il settore energetico interesserà i movimenti principali. Sono in scadenza, infatti, i cda di Eni, Enel e Terna. I manager delle tre società: Paolo Scaroni, Fulvio Conti e Flavio Cattaneo hanno conseguito ottimi risultati e il mercato è favorevole a una loro riconferma. Ma l’emergenza politica potrebbe determinare spostamenti più rilevanti rispetto alle presidenze e ai singoli consiglieri.
Lo stesso discorso vale per Poste Italiane dove l’amministratore delegato Massimo Sarmi difficilmente otterrà una riconferma. Giovanni Ialongo (Ipost) è uno dei principali candidati. A Finmeccanica, invece, più che le poltrone sono in ballo le deleghe e il governo ovviamente dovrà giocare la propria parte. In estate, poi, dovrà essere nominato il nuovo consiglio di amministrazione Rai con conseguente valzer di cadreghini nei posti chiave della tv pubblica. Né bisogna dimenticare altre aziende come Tirrenia e come Alitalia. In quest’ultimo caso, la cessione ad Air France-Klm potrebbe spianare la strada a un ex-Iri come Francesco Mengozzi.
Allo stesso modo, un banchiere molto vicino al premier come Claudio Costamagna potrebbe essere uno dei protagonisti. Quel che più conta, tuttavia, è proprio l’ampio margine di manovra che potrebbe assicurare la sopravvivenza della maggioranza di centrosinistra. Al di là di tutti i contrasti. Perché il «nominificio» vale molto più di una crisi

Prodi alza lo steccato e minaccia l'Unione: o con me o al voto





Daniele Capezzone per Il Velino



Stretto in banchi governativi gremiti (tra i pochi assenti, non sapremmo dire se casualmente, i ministri Amato e Di Pietro), Romano Prodi ha pronunciato un discorso minaccioso nei confronti dell'Unione, e - crediamo - lunare nei confronti dell'opinione pubblica.

Intanto, forse senza far tesoro di alcuni autorevoli consigli ricevuti, il Premier ha scelto di tirare dritto: prima la fiducia alla Camera (domani pomeriggio), e poi la decisione di giocarsi il tutto per tutto al Senato, senza prima passare dal Quirinale.

In sostanza, Prodi si è rivolto alla sua (ex) maggioranza rivendicando l'esistenza di un patto di legislatura, e lasciando intendere chiaramente che la rottura del patto comporterebbe il ritorno alle urne. E' evidente che, nel suo disperato tentativo di salvarsi, il Primo Ministro vuole far leva su chi è disperato anche più di lui: e cioè i partiti del centrosinistra, che sarebbero così avviati ad una sconfitta quasi certa. Mostrando loro il baratro elettorale, Prodi confida evidentemente in qualche ripensamento dell'ultima ora. Ma - a ben vedere - non si capisce come l'operazione possa funzionare: soprattutto i "nanetti" sarebbero molto più spaventati dal referendum elettorale che non dal voto con le regole esistenti (più o meno ritoccate).

Ma ancora più sorprendente, specialmente rispetto all'opinione pubblica, è la ricostruzione quasi da fiction che Prodi ha fatto del proprio Esecutivo. E' parsa dagli accenti quasi autistici la ripetizione autoelogiativa di successi che è generoso definire presunti: e non si vede come la fotografia scattata da Prodi possa corrispondere a quella che ogni giorno è sotto gli occhi di larga parte del Paese. E forse, è proprio questo scollamento dalla realtà la responsabilità più grave del Capo del Governo, in questi due anni.

Ora, l'impressione è che il centrodestra debba maneggiare sapientemente l'argomento elettorale: è giusto tenere il punto e chiedere il voto, ma senza toni ultimativi che potrebbero ricompattare in extremis un centrosinistra a brandelli. Forse, come Il Velino suggeriva stamattina, la pressione della Cdl sarà utile per evitare che l'inevitabile - crediamo - Governo di transizione verso il voto sia di durata incerta e possa alimentare gli appetiti di chi vorrebbe trascinare una legislatura che non ha più molto da dire.

Per questo, sembra ragionevole lo scenario di un Governo istituzionale (quindi guidato da una personalità super partes, più che da un ministro dell'attuale Governo: questa terzietà appare indispensabile per gestire la fase elettorale, oltre che un fitto calendario di nomine) che abbia il mandato di effettuare pochi ritocchi alla legge elettorale, per andare subito dopo alle urne, già in questa primavera. È essenziale ottenere l'indicazione di un termine temporale, e di un termine temporale molto breve: solo questa sembra una condizione accettabile per evitare dilazioni, temporeggiamenti e inganni.

Naturalmente, ci auguriamo che si faccia largo l'esigenza di dare un profilo costituente al nuovo Parlamento: e sarebbe quindi molto saggio che ciascuno, anche in campagna elettorale, avanzasse proposte concrete, e manifestasse un preventivo spirito di collaborazione. Per un compito, però, che apparterrà solo alla prossima legislatura

martedì 22 gennaio 2008

Il vero malaffare è lo statalismo


da L’Opinione del 22 gennaio 2008


di Carmelo Palma


Alla base della “congerie di illeciti” che hanno costretto alle dimissioni il Ministro Mastella (e che, peraltro, neppure sappiamo quanto reggeranno alla verifica processuale) c’è uno spaccato di Italia e di Sud assolutamente peculiare. Non sono però affatto sicuro che la ragione politica dello scandalo sia (solo) legata alla inconfondibile peculiarità dei suoi protagonisti. C’è, mi pare, una ragione più reale e più profonda, che chiarisce peraltro quanto sistemico sia il rischio del malaffare e vana l’illusione in un rimedio giudiziario. Questa ragione si chiama statalismo. Lo statalismo come postulato morale del potere e come “ideologia” del bene comune.
Se infatti, in senso “alto”, l’ideologia statalista ha comportato e imposto la progressiva espansione dell’intermediazione delle istituzioni pubbliche rispetto alla libera vita civile (e dunque la prevalenza politica dello stato sul mercato), in senso “basso”, ha consentito la progressiva identificazione del sistema politico con il sistema istituzionale – in poche parole, dei partiti con lo stato. Lo statalismo è stata e rimane la condizione necessaria (se non sufficiente) della partitocrazia, anche nella versione familiare e familista che ci consegnano, oggi, le cronache campane.
Il vero “sistema” è quello che impone l’identificazione tra pubblico e statale e, per trascinamento, tra statale e “partitico”. I partiti sono al centro del potere perché il loro potere è al centro della società. A Roma come a Ceppaloni.
Il caso della sanità è emblematico: non è affatto possibile ripristinare condizioni di efficienza o simulare forme di organizzazione aziendale (“caposaldo” della riforma sanitaria del ’92-‘93) in un campo occupato militarmente dalla politica e a volte conteso, in modo del tutto improprio, dalla magistratura “militante”. E’ del tutto inutile affidare alla magistratura il compito di fare, in nome della legge, piazza pulita del malaffare, quando la legalità e il malaffare sono, in realtà, due facce della stessa medaglia.
Si guardi agli esempi concreti, come quello – raccontatoci nel dettaglio – della penosa ricerca di un primario “targato Udeur” al posto di quello “targato Forza Italia” e improvvidamente avallato da un dirigente sanitario “sleale”. Fino a che sarà un principio istituzionale – pacificamente accettato e di fatto (a destra come a sinistra) incontestato – ad imporre la selezione (cioè la discriminazione) politica dei dirigenti della sanità pubblica, sarà inevitabile che le unghie della politica affondino nella carne dell’amministrazione sanitaria fino a dettare l’assunzione di primari, medici, infermieri e portantini. E’ del tutto inutile auspicare un cambio di rotta, che moralizzi, all’interno di questo quadro, le scelte dei players politici. Bisogna cambiare, per l’appunto, il quadro di riferimento. Fino a che, infatti, il mercato sanitario (in quanto finanziato, in parte preponderante, dalla fiscalità generale) sarà ritenuto appannaggio pressoché esclusivo della “sanità pubblica” – cioè di aziende speciali di proprietà delle regioni – è inevitabile che alle inefficienze proprie del “non mercato” si sommeranno le pretese di comando dei padroni del potere politico.
La difesa di Mastella (“Non ho mai chiesto né offerto denaro”) è da questo punto di vista disarmante ed esemplare. Al malaffare politico basta e avanza la benzina del denaro pubblico. Bastano e avanzano le nomine, gli incarichi, le assunzioni e gli appalti; bastano i piani regolatori e le varianti; basta una politica di bilancio disponibile e comunque espansiva.
Una politica che può contare sul serbatoio della spesa pubblica non ha bisogno di ricorrere - né per avere, né per dare - ai portafogli privati. Un malaffare che può contare sulla legge non ha alcun bisogno di ricorrere all’illegalità. Perché questa alla fine è la morale: è la devastata legalità di questo paese malato (non la scaltrezza “mariuola” dei Mastella) a consentire, tra le altre cose, l’uso privato di enti e società pubbliche.
E’ lo statalismo, in Italia, la madre feconda della “mala politica” e dello sperpero, della ridicola confusione tra poteri che si contendono il monopolio del potere e dell’eterno gioco delle parti tra presunti colpevoli e presunti innocenti.

venerdì 18 gennaio 2008

"E' lo Stato, bellezza".


venerdì 18 gennaio 2008


Dove è tutto lo scandalo per Mastella? E’ vero che la sua famiglia usava la burocrazia statale come casa propria? E’ vero che nominava i suoi amici e i suoi fidi a capo di enti pubblici e ospedali? Si chiama Stato.


di Stefano Magni


Dove è tutto lo scandalo per Mastella? E’ vero che la sua famiglia usava la burocrazia statale come casa propria? E’ vero che nominava i suoi amici e i suoi fidi a capo di enti pubblici e ospedali? Non è detto che queste cose su cui si sta indagando siano vere. Ma se lo fossero? Sarebbe ordinaria amministrazione: si chiama Stato. Lo Stato è l’insieme dei politici, ciascuno con i propri interessi privati, più o meno pericolosi per gli altri. Se affidi un’attività importante come la sanità allo Stato, non puoi aspettarti di meglio: saranno i politici a scegliere i dirigenti e anche i medici, in base a criteri che decidono loro (magari il merito, magari l’amicizia o la parentela). Se affidi la scelta delle aziende che devono fornire un servizio allo Stato e non ai consumatori, avrai per forza le tangenti sugli appalti. E vince l’azienda che paga di più il politico che deve scegliere. Tutto questo è perfettamente razionale, anche in una logica individualista. Una persona deve massimizzare i profitti, tutelare i propri interessi. Anche un politico tutela i propri interessi: dà posti di lavoro, anche importanti, in cambio di voti. Voti che gli servono per avere più potere, distribuire posti di lavoro e benefici a un maggior numero di persone che, in cambio, gli daranno ancora più voti.

Al di là degli slogan, è così che funziona gran parte della politica reale. Non occorreva attendere l’ultimo scandalo: che la politica funzionasse così lo sapeva anche John Calhoun, nell’America di un secolo e mezzo fa. Oggi la gente che non fa politica è indignata con questo genere di attività. Rigetta la politica. I politici, invece, si stanno chiudendo a falange. Hanno solidarizzato con Mastella e non potevano fare altro: oggi colpiscono il ministro di Ceppaloni, domani potrebbe toccare a chiunque altro di quelli che siedono in Parlamento. Si sta creando una divisione fortissima (ed è un fenomeno che sta diventando molto visibile da almeno due anni) tra la classe politica e l’opinione pubblica che non fa politica, una divisione che va oltre gli schieramenti di destra e sinistra.

Caso Mastella e Caso Italia...


Oggi splendido articolo di Vittorio Feltri sulla prima pagina di Libero.
I toni sono forti, ma come al solito efficaci nella descrizione della nostra inadeguata classe politica, che offende sempre piu l'Italia!

William Ottaviano



feltri.pdf

Dal caos dei conservatori non emerge "un nuovo tipo di repubblicano"



16 Gennaio 2008 Il Foglio



di Christian Rocca


New York. Il mondo conservatore è nel caos, quasi in guerra civile, nel giorno delle primarie repubblicane in Michigan. Manca un leader, un’idea, una via d’uscita certa che consenta alla Right Nation di superare la rassegnazione alla sconfitta che si è diffusa negli ultimi tempi. I candidati in lizza per la Casa Bianca 2008 sono a grandi linee i rappresentanti di varie anime del partito, quella della sicurezza (Rudy Giuliani), quella della “national greatness” (John McCain), quella economica (Mitt Romney), quella cristiano-evangelica (Mike Huckabee), quella del vecchio sud conservatore (Fred Thompson), quella libertaria (Ron Paul). Nessuno riesce a sintetizzarle, a rinnovarle e a emergere come quel “nuovo tipo di repubblicano”, secondo la celebre definizione del 2000 di George W. Bush, di cui ci sarebbe bisogno per riaggiornare la coalizione reaganiana che ha dominato la scena politica americana.
Bush aveva trovato la formula del conservatorismo compassionevole, l’idea di utilizzare la leva dell’intervento pubblico odiato dai reaganiani e gli strumenti governativi cari ai liberal, ma senza rinunciare al taglio delle tasse, per promuovere politiche che fossero allo stesso tempo conservatrici e solidali. Con l’eccezione di Mike Huckabee, oggi nessuno dei candidati repubblicani segue quel modello. La gara repubblicana sembra così essere tornata indietro di vent’anni, al 1988, quando ci si chiedeva chi avrebbe potuto raccogliere l’eredità di Ronald Reagan. L’establishment del partito, formatosi in quegli anni, prova a tenere in piedi l’alleanza tra i conservatori sociali, i liberisti, gli isolazionisti e i neoconservatori costruita da Reagan per combattere all’estero il comunismo e in casa l’eccessiva ingerenza dello stato. Il prescelto era il senatore George Allen, prima che perdesse il seggio due anni fa alle elezioni di metà mandato. Poi, più timidamente, il candidato è diventato Mitt Romney, ma le prime sconfitte dell’ex governatore del Massachusetts hanno riaperto la partita.
La ricetta per risorgere tutto sommato è semplice, scrivono i principali analisti conservatori, ed è quella di trovare il giusto equilibrio tra le diverse anime, ma è più facile a dirlo che farlo, anche perché, finché non ci sarà, i liberisti e gli evangelici, i neocon e i paleocon, non sembrano comportarsi come alleati naturali. Allo stesso tempo c’è anche da aggiornare la tradizionale agenda politica reaganiana, perché nel 2008 ci sono urgenze e problemi diversi rispetto al 1980.
La battaglia non è solo nelle urne delle primarie, ma in libreria. C’è “Heroic conservatism” di Mike Gerson che propone una riedizione del bushismo, “Comeback, Conservatism that can win again” di David Frum che spiega come la crociata anti tasse non sia più decisiva come ai tempi di Reagan, perché venticinque anni di riduzione fiscale hanno portato le aliquote sui redditi personali a livelli accettabili. “Leave Us Alone: Getting the Government’s Hands Off Our Money, Our Guns, Our Lives” di Grover Norquist considera il male assoluto ogni tipo di intervento statale, mentre “Grand New Party: How Republicans Can Win the Working Class and Save the American Dream” dei due giovani Ross Douthat e Reihan Salam invita ad invadere il campo democratico e provare a offrire sicurezza sociale alla working class, invece che continuare ad attuare ricette liberiste in un paese già completamente liberalizzato.
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