mercoledì 28 novembre 2007

Riunione di DecidereBologna il 4 Dicembre 2007

Ti aspettiamo Martedi 4 Dicembre alle ore 21.00 in via S. Stefano 43 a Bologna, per discutere dei nuovi sviluppi politici di Decidere.net e della probabile partecipazione attiva di Capezzone alla costruzione del nuovo partito-network di centrodestra, ("partito delle liberta"). Inoltre parleremo delle nostre future attivita'politiche a livello locale, che in vista di questo nuovo scenario vanno consolidate e potenziate.

La partecipazione e' libera ed anzi vi invitiamo ad essere numerosi.

A presto

William Ottaviano

Welfare. Capezzone: Governo e maggioranza trascinano il Paese sempre più a fondo

martedì 27 novembre 2007


"Sempre più evidente", per Daniele Capezzone, "che Governo e maggioranza non esistono più, e trascinano il paese in un tunnel da cui non sarà facile uscire. Possono anche cavarsela, più o meno per il rotto della cuffia, ma resta il dato politico: un'agonia costante, uno spietato accanimento terapeutico, con il solo scopo di durare un minuto, un'ora, un giorno in più. E sia chiaro: anche la versione iniziale del protocollo è inaccettabile, soprattutto sul piano pensionistico. Anziché alzare l'età pensionabile (come si fa in tutta Europa), qui la si abbassa, con un costo di 10 miliardi di euro!" "Una scelta sciagurata", prosegue Capezzone: "E la cosa peggiore è che 3,6 di quei 10 miliardi vengono messi a carico proprio dei lavoratori flessibili, a cui i contributi previdenziali vengono alzati fino al 26,5 per cento! Morale: un ragazzo 25enne cocopro dovrà versare un quarto del suo stipendio in contributi, per finanziare l'operazione che manda in pensione i 58enni, molti dei quali si metteranno a lavorare in nero... Come si vede, è una scelta assurda, di cui Governo e maggioranza portano tutta intera la responsabilità".

martedì 27 novembre 2007

Capez (popolano della libertà in ascesa) parla di Fini, Casini, W.

martedì 27 novembre 2007

(Il Foglio, 27/11/2007)

Roma. Daniele Capezzone entra nel brand new Pdl berlusconiano portandovi "un sacco di impegno liberale" e il suo "mai sopito" - giura - radicalismo. Il primo a iscriverlo era stato, con piglio sprezzante, Marco Pannella in persona. Ma adesso è cosa fatta.

I rumori di Palazzo lo hanno già eletto portavoce della nuova creatura, anche se lui preferisce ironizzare: "Questo è il paese in cui se giri per via del Corso e urli 'presidente!' si girano tutti". Ed è un modo capezzoniano per dir che gli incarichi non contano, "io conosco soltanto la categoria dell'impegno". Così il trentanciquenne fondatore di "Decidere" quasi ripropone il suo adagio preferito: contenuti non contenitori. Ovvero l'insieme di proposte "liberali e radicali" che rendono goloso il suo coté personale: abbassare le tasse, fare le riforme di sistema, superare l'impasse istituzionale imposta da "questo governo immobile". Passaggi "essenziali" verso i quali la mossa di Silvio Berlusconi, con il nuovo partito, rappresenta - dice ricorrendo all'anglofilia radicale – uno "step decisivo". Capezzone, da par suo, auspica una formula che s'ispiri all'americano partito repubblicano: un "gigante dalle tante anime" che coinvolga anche Fini e Casini, i due alleati (per adesso) lontani. "Con il contributo di tutti - spiega - può nascere una formazione capace di segnare la politica italiana per lustri. Berlusconi ha avuto grande coraggio e generosità - puntualizza - adesso i liberali devono venirgli incontro". Con un sistema proporzionale o maggioritario? "Attraverso un sistema di democrazia competitiva - se la cava - assecondando lo sviluppo di due grandi partiti che in modo non consociativo, ma competitivo, si contendano la guida del paese". E infatti Capezzone, poi lo chiarisce, resta un sostenitore del sistema maggioritario e spera nel successo del referendum (di cui è promotore). Tuttavia, spiega, l'opzione di una riforma parlamentare, auspicata in questi giorni dal Cav. (in senso proporzionale), non lo vede affatto contrario "purché si salvaguardi il bipolarismo". Ma bipolarismo, riforme e nuova legge elettorale forse non possono prescindere dal dialogo con il centrosinistra, dunque con Walter Veltroni. E su questo punto Capezzone un po' apre, un po' chiude. Proprio come il Cav.: riforma elettorale sì, riforme istituzionali non con questa maggioranza, Il fatto è che secondo Capezzone "c'è un clima che rimanda alla gioiosa macchina da guerra – spiega - ovvero il sistema attraverso il quale, nel '94, si identificò il complesso sistema mediatico-giudiziario-economico che si abbattè su Silvio Berlusconi". Una corporazione dello "status quo" rappresentata oggi da Veltroni, ma anche da quanti (contro Veltroni) si sentono minacciati dall'ipotesi che si possa concordare una progressione verso le elezioni. Parliamo di Romano Prodi? "E dei poteri consolidati che lo sostengono". Dunque, secondo Capezzone, con W "si deve parlare", ma tenendo ben presente che "rappresenta le forze della conservazione", mentre è il centrodestra berlusconiano a spingere "verso la novità". Pertanto: riforma elettorale (o referendum) e poi "subito" elezioni. Perché questo Parlamento, dice l'ex segretario radicale, "è bloccato e non ci si può far niente". Il Rubiconde è varcato e l'ex radicale sembra già parlare da portavoce del nuovo partito. Paragona il Pdl a Sarkozy, mentre il centrosinistra altro non è, ca va sans dire, che la versione maccheronica di Ségolène Royal. E' pronto a lavorare al fianco di Michela Vittoria Brambilla? "Non vedo l'ora - confessa - ma per adesso – aggiunge - ho conosciuto più a fondo i circoli di Marcello Dell'Utri". Pare sarà un partito più giovane e femminile. "Sì, ma senza la preziosa esperienza di uomini come Sandro Bondi - ci tiene a ricordarlo - non si va da nessuna parte".

Italians for Rudy Coalition

Roma, Martedì 27 Novembre 2007

Sala Lettura - Hotel Aleph, Via San Basilio 48



"Se fossimo americani - ha dichiarato Benedetto Della Vedova - voteremmo Rudolph Giuliani, che è un paladino dei valori dell’Occidente, un difensore dell’ordine e della sicurezza e quindi, in concreto, della libertà dei cittadini, un autentico liberista nemico del “tassa
e spendi” e un efficientissimo uomo di governo, come ha dimostrato da Sindaco di New York.
Accanto a tutto questo (e senza alcuna contraddizione) sui temi “eticamente sensibili” Giuliani ha anche una visione che in Italia definiremmo libertaria, aperta all’innovazione e al pieno riconoscimento dei diritti individuali. Creare un movimento di opinione a sostegno della candidatura di Rudolph Giuliani a presidente degli Stati Uniti è una esperienza che riteniamo di grande interesse e significato, anche al di fuori dei confini statunitensi.

Per questo motivo abbiamo deciso di lanciare l’Italians for Rudy Coalition, la coalizione degli italiani in supporto delle sfide del "Sindaco d’America": prima all’interno del Partito repubblicano per la nomination e quindi, auspicabilmente, per la presidenza Usa."

Hanno già aderito all’iniziativa, promossa da Benedetto Della Vedova, diversi politici e parlamentari tra cui Sandro Bondi, Antonio Martino, Salvatore Ferrigno (eletto nella circoscrizione America del Nord), Antonio Martusciello, Gustavo Selva, Nino Paravia, Chiara Moroni, Daniele Capezzone, Emerenzio Barbieri, Guglielmo Picchi, Marco Taradash e Peppino Calderisi, oltre ad esponenti del mondo economico ed imprenditoriale, dell’informazione, del giornalismo, della “blogosfera”.

lunedì 26 novembre 2007

Riforme: Di quale progetto parlano Casini e Fini, se hanno linee politiche opposte sul bipolarismo?

E’ forse lo stesso progetto che portò al blocco della riforma fiscale del governo Berlusconi ?

Dichiarazione di Peppino Calderisi

La reazione di Casini e Fini alla svolta promossa da Berlusconi potrebbe essere compresa se essi spiegassero quali sono i progetti politici di cui hanno posto la necessità. Sul piano istituzionale ed elettorale essi sono infatti portatori di linee politiche diametralmente opposte, il primo vuole un sistema proporzionale per dire addio al bipolarismo e porsi come partito di mezzo con le mani libere, il secondo difende a spada tratta l’attuale sistema bipolare. Sul piano programmatico immagino che essi non intendano ripercorrere le linee che caratterizzarono il “sub-governo Follini-Fini” e che portarono al blocco del terzo modulo di riforma fiscale del governo della Cdl.
L’operazione politica lanciata da Berlusconi non è né una improvvisazione né una sortita populista, ma nasce dalla presa d’atto di queste difficoltà della Cdl, oltre a rappresentare una risposta politica alla nascita del Partito democratico.
La svolta impressa da Berlusconi mira a costruire un bipolarismo diverso basato su due grandi partiti a vocazione maggioritaria, così come avviene in tutti i più grandi paesi in cui il bipolarismo funziona.na scelta strategica che non nasce da intenti punitivi e che pertanto deve portare ad un nuovo dialogo nel centrodestra, in particolare con Fini che deve comprendere che la possibilità di preservare il sistema bipolare passa oggi solo attraverso la costruzione di un nuovo bipolarismo, quello del progetto politico lanciato da Berlusconi, a cui An deve dare un contributo decisivo

La malattia che frena il socialismo in Europa

• da La Repubblica del 23 novembre 2007, pag. 1


di Anthony Giddens

I socialdemocratici e gli altri partiti della sinistra stanno attraversando un momento difficile. Il breve pe­riodo in cui questi partiti hanno dominato verso la fine degli an­ni Novanta, ora sembra davvero lontano. Mungo periodo di ege­monia socialdemocratica in Scandinavia si è concluso, al­meno per il momento. Nelle ele­zioni danesi della scorsa setti­mana, i socialdemocratici sono stati sconfitti, seppure per un margine esiguo. La destra è al potere in due dei più potenti Stati europei, Francia e Germa­nia, così come nella maggior parte dei paesi più piccoli. I so­cialisti governano la Spagna, ma le elezioni [generali] incombo­no e la loro posizione è vulnera­bile. In Gran Bretagna, il labour, al momento il governo di sini­stra di più lunga durata, ha di fronte un futuro incerto con un nuovo leader, Gordon Brown, mentre l'opposizione, i conser­vatori, lavora alla possibilità di un ritorno al governo.



Perché sono in difficoltà i par­titi di sinistra e di centrosinistra? Quando si getta lo sguardo sull'Europa, è chiaro che il vecchio spauracchio della sinistra, le di­visioni e la litigiosità interna, è ancora vivo e vegeto. L'Italia sarà pure uno dei pochi Paesi della Ue governati dalla sinistra, ma la sua capacità di tenere saldo il potere è esile proprio per questa ra­gione. Con la creazione di un Partito democratico nuovo ed inclusivo, la coalizione tenta di superare i suoi problemi di fram­mentazione. I francesi hanno problemi molto simili, ma sono lungi dal contemplare una solu­zione analoga. Ségolène Royal ha perso le elezioni presidenzia­li perché non è stata in grado di presentare un programma con­vincente e coerente e ciò è il ri­sultato dell'aver dovuto fare i conti con gruppi che hanno vi­sioni del mondo contrastanti.



La principale ragione dei recenti travagli della sinistra, tut­tavia, è la mancata modernizzazione. Stare a sinistra un tempo significava avere la propensione a pensare in ma­niera progressista - criticando le istituzioni esistenti e di­mostrando che sarebbero dovute essere trasformate. Destra im­plicava conservatorismo, vale a dire, una difesa dell'ordine delle cose esistente di fronte al cambiamento. Oggi la modernizzazio­ne non è una prerogativa della sinistra. Vi sono due dimensioni sulla scena politica: tra sinistra a destra e tra modernizzatori e conservatori. I partiti o le coalizioni di destra e centrodestra oggi presenti nella Ue sono per buona parte modernizzatori, nel sen­so che tentano di cambiare l'ordine delle cose esistenti per meglio allinearlo alla realtà contemporanea dell'economia e della so­cietà più in generale; mentre vi sono almeno tanti "conservatori" nella sinistra quanti ve ne sono a destra: vorrebbero lasciare im­mutate le istituzioni (i sistemi del welfare, i diritti alla pensione, i mercati del lavoro, per esempio) invece di riformarle.



La sinistra non è riuscita nella modernizzazione in parte per­ché si è piegata a gruppi di interessi con i quali, nei fatti, occorre frequentemente confrontarsi, come i sindacati, i pensionati, gli studenti o altri gruppi. Questa è una situazione presente fino a un certo punto in tutti i paesi, ma che è particolarmente importante in quelli dell'ex Est Europeo. Qui i socialdemocratici sono accu­sati di essere la vecchia guardia camuffata e dunque si scontrano con particolari difficoltà nell'affermare l'idea che rappresentano il futuro.



La modernizzazione deve essere in prima istanza sociale ed economica, in ragione della doppia domanda, dal mercato glo­bale e dal cambiamento demografico nelle nostre società. Sol­tanto quelle società che riformano il welfare, il mercato del lavo­ro e il sistema pensionistico hanno la possibilità di combinare la prosperità con un sistema di protezione sociale efficace. Le so­cietà scandinave hanno tracciato la strada in questo campo. Han­no dimostrato che è possibile far quadrare il cerchio - occupano tutti i posti più alti nelle graduatorie internazionali sulla efficacia economica, ma al tempo stesso sono le più ugualitarie. Questo ri­sultato ha poco a che fare con i livelli di tassazione e si spiega, in­vece, con la loro maggiore propensione a riformare.



In ogni caso, la modernizzazione deve contemplare anche del­le politiche riguardanti l'identità, nonché la sicurezza dei cittadi­ni, aree dove la sinistra è stata in generale assai debole, così come politiche in materia di cambiamento climatico. Molti partiti so­cialdemocratici sono stati spiazzati dalla sempre maggiore im­portanza tra i temi elettorali della questione dell'immigrazione e dalla conseguente ascesa del populismo di destra. In linea gene­rale hanno migliorato le loro politiche in questo settore, ricono­scendo che specie l'immigrazione illegale richiede unaparticola-re attenzione nell'elaborare le politiche. Ciò che non hanno fatto è sviluppare un'idea progressista di identità nazionale. Hanno commesso l'errore di sostenere che il multiculturalismo doveva prevalere sull'impegno verso il conseguimento degli obiettivi della nazione, mentre, in effetti, è vero il contrario. Un senso del­la nazione coerente è condizione per politiche che permettano di far funzionare il multiculturalismo. Le differenze culturali si ri­conciliano meglio all'interno di una struttura di ideali comuni e di una struttura di diritto condivisa da tutti.



E poi vi è la modernizzazione in senso ecologico. Rosso-verde è stato sempre un abbinamento non facile. Posti di fronte alla scelta, i socialdemocratici hanno messo la crescita economica davanti agli obiettivi per la tutela dell' ambiente. Questa è una posi­zione che non può più essere sostenuta. Le questioni sovrappo­ste del cambiamento climatico e della sicurezza energetica devo­no avere una collocazione prioritaria nella politica contempora­nea. I socialdemocratici dovrebbero stare all'avanguardia, ma dovrebbero anche a coltivare un consenso trasversale ai partiti ovunque ciò sia possibile, perché le questioni in gioco sono trop­po serie per essere lasciate a un solo gruppo politico, quale che es­so sia.



Possono i socialdemocratici elaborare una nuova agenda a partire da tutto ciò - e una che conti nelle urne? Sono convinto di sì, anche se è qualcosa che richiederà un enorme impegno. Una ta­le agenda deve rappresentare sia i paesi dell'ex Est Europeo sia gli Stati europei di più lungo consolidamento. Non ritengo affatto che sia una proposizione irrealistica. Si prenda ad esempio l'am­biente. I paesi che hanno un settore agricolo importante, come la Polonia o la Romania, potrebbero apparire, di primo acchito, co­me quelli che presentano maggiori handicap riguardo a una mo­dernizzazione in senso ecologico. Ma, al contrario, ciò che appa­re come un problema potrebbe essere usato come un vantaggio. La domanda per prodotti agricoli biologici cresce e il trasporto di alimenti cederà sempre più spazio al rifornimento locale e, inol­tre, parte della terra potrebbe essere adatta alla coltivazione di biocarburanti. Tali paesi dovrebbero tentare di fare un vero salto.



È chiaro che una tale agenda dovrà differire dal pensiero che ha contribuito a tenere i socialdemocratici al potere nei tardi anni Novanta. La sinistra modernizzatrice allora si definiva quasi inte­ramente in termini di modernizzazione economica e del welfare. Oggi invece incombono altri fattori di altrettanto peso, se non più grandi ancora.

venerdì 23 novembre 2007

L'Appello: il Dalai Lama alla Camera

La richiesta presentata da 165 deputati. Incerto l’incontro con Prodi. La Cina è contro anche alla visita in Vaticano
Il leader buddista sarà in Italia a metà dicembre

di Maria Antonietta Calabrò da Corriere.it

«Invitiamo il Dalai Lama a parlare davanti all’Assemblea della Camera dei Deputati, nell’Aula di Montecitorio, quando a metà dicembre sarà in visita in Italia». La richiesta è contenuta in una lettera firmata da 165 deputati dell’Intergruppo parlamentare per il Tibet, indirizzata al presidente della Camera, Fausto Bertinotti. L’iniziativa è stata promossa da Benedetto Della Vedova, presidente dei Riformatori Liberali e parlamentare di Forza Italia, e dai deputati Bruno Mellano, della Rosa nel Pugno, coordinatore dell’intergruppo, Zanella (Verdi), Iovene (SD), Motta (Pd), Forlani,(Udc) Zacchera (An), Folena (Rifondazione).
«Ho pensato che dopo quanto hanno fatto nei mesi scorsi Stati Uniti e Germania per il leader buddista, anche il nostro paese debba dare un chiaro segnale a Pechino. Il presidente Bush gli ha consegnato personalmente la medaglia d’oro del Congresso, la Merkel è stato il primo cancelliere tedesco a riceverlo», spiega Della Vedova. «A pochi mesi dall’arrivo della fiaccola olimpica sulla vetta del-l’Everest, se la visita in Italia del Dalai Lama — continua — dovesse mantenere il consueto cerimoniale, cioè la sola visita ai presidenti di Camera e Senato, l’Italia rimarrebbe indietro rispetto agli altri paesi: bisogna fare molto di più».

In particolare c’è uno spinoso capitolo Palazzo Chigi. «Il Tibet Bureau di Ginevra — afferma Mellano — ci ha chiesto esplicitamente di richiedere un’udienza al premier Romano Prodi che lo scorso anno non diede seguito alla richiesta e non vide il Dalai Lama. Su internet è partita anche una petizione telematica per sollecitare l’incontro ». Sembra, però, che, anche quest’anno, rimanga la «freddezza» di Prodi, deciso a non incrinare i rapporti con la Cina (che considera il Dalai Lama non un leader spirituale ma un pericoloso separatista).

Nel 2006 lo ricevettero solo i ministri Bonino e Pecoraro e il sottosegretario agli Esteri Vernetti. Infine c’è il delicatissimo aspetto della visita in Vaticano. Su questo punto il riserbo è massimo da parte di tutti gli interlocutori. Perché non più di dieci giorni fa la Cina ha fatto pubbliche pressioni sulla Santa Sede perché non venga confermato l’incontro del leader dei buddisti tibetani con il Pontefice, che dovrebbe avere il carattere di una visita privata. «Ne va delle relazioni bilaterali», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese. E ha aggiunto: «Il Vaticano deve dimostrare sincerità nel migliorare le relazioni con la Cina». Come data, fonti d’Oltretevere avevano parlato del 13 dicembre, ma l’incontro non è stato ancora annunciato ufficialmente. Di recente, il Vaticano ha ammorbidito le sue posizioni verso Pechino, in vista di un miglioramento della condizione dei cattolici nel paese e della questione della nomina dei vescovi.

Tornando all’Italia, secondo i firmatari della lettera a Bertinotti, un gesto significativo potrebbe essere proprio dare la possibilità al Dalai Lama di prendere la parola nell’emiciclo di Montecitorio. Lasciando da parte la storica visita di Giovanni Paolo II (che avvenne a Camere riunite), ci sono alcuni precedenti in proposito: il re di Spagna Juan Carlos, e il leader palestinese Yasser Arafat, che vi tenne un discorso ancora prima di essere insignito del premio Nobel per la Pace. Riconoscimento che il Dalai Lama ha ricevuto nel 1989 e che è il motivo per cui il mese prossimo viene a Roma, dal momento che in Campidoglio parteciperà al settimo summit mondiale dei premi Nobel per la Pace.

giovedì 22 novembre 2007

Bruno Leoni, riscoperta di un liberale!

di Salvatore Carrubba

Esattamente quarant'anni fa, a Torino, scompariva tragicamente Bruno Leoni. Non aveva ancora cinquantacinque anni: eppure si era già guadagnato notorietà e stima internazionali per la sua attività professionale (era avvocato), per i suoi studi nel campo della filosofia del diritto e della scienza politica (era stato allievo di Gioele Solari e poi docente all'Università di Pavia), per la sua straordinaria capacità editoriale e divulgativa (fondò la rivista 'Il Politico').
Soprattutto, Bruno Leoni fu un protagonista del dibattito liberale dei suoi anni, a fianco di studiosi del calibro di Friedrich von Hayek. Le sue riflessioni ne fecero un assoluto protagonista del rinnovamento del pensiero liberale, grazie anche all'intensa attività internazionale, come visiting professor in importanti università anglosassoni - da Oxford a Manchester a Virginia a Yale - e come protagonista di quella Mont Pelerin Society che raccoglieva (e tuttora raccoglie) il meglio del pensiero liberale a partire, per l'Italia, da Luigi Einaudi. Ne era stato eletto presidente pochi mesi prima della morte.

La sorte del suo pensiero rappresenta una delle pagine più tristi della cultura italiana. Nonostante, infatti, l'ampiezza dei suoi interessi, la novità delle sue idee, gli stabili e duraturi collegamenti internazionali, alla sua morte, sulla sua opera in Italia piombò il silenzio più assoluto. Basti pensare che uno dei suoi libri più importanti, Freedom and the Law, pubblicato negli Stati Uniti nel 1961, non fu pubblicato in Italia che più di trent'anni dopo.
In quell'indifferenza della cultura italiana c'è, purtroppo, il senso del suo ritardo e del suo sostanziale provincialismo: un ritardo di cui scontiamo ancora le conseguenze quando ci chiediamo stupiti perché la cultura liberale sia rimasta sostanzialmente minoritaria nel nostro Paese. La ragione è che per quella cultura ci fu un sostanziale rifiuto da parte degli intellettuali italiani, che archiviarono Leoni e non si accostarono, nemmeno per la curiosità che dovrebbe essere la sostanza del loro lavoro, agli altri studiosi che in quegli anni rinnovavano dalle fondamenta il pensiero liberale, dallo stesso Hayek a Friedman a Buchanan, per non citare che tre premi Nobel per l'economia (ai quali molti altri sarebbero seguiti). Del resto, in quegli anni di sostanziale "tradimento dei chierici" nei confronti della libertà e del pluralismo, un velo d'oblio coprì Luigi Einaudi, tra i pensatori (non solo liberali) più moderni ed europei del suo tempo.

La cultura italiana si tagliò così fuori da filoni di pensiero che sono stati alla base della grande rivoluzione intellettuale che si produsse attorno alla metà degli anni 80. Tanto più colpevoli furono la sua disattenzione e il suo silenzio su Leoni quanto più attivo era stato quest'ultimo nel suo apostolato. Alle pubblicazioni scientifiche di altissimo livello, Leoni affiancò infatti un'attività instancabile di pubblicista e organizzatore culturale, come dimostra l'impegno, oltre che nella Mont Pelerin Society, nell'avvio del Centro Luigi Einaudi di Torino.
Di questa attività resta imponente testimonianza la lunga e prolifica collaborazione a "24 Ore", il nuovo quotidiano economico fondato nel 945, al quale egli iniziò a collaborare nel 1949. Fu una collaborazione lunghissima e felice, nella quale la sua verve polemica affiancò gli sforzi del direttore, Piero Colombi, di svecchiare l'informazione economica nella versione più paludata, allora rappresentata dal "Sole". La raccolta dei suoi articoli, opportunamente riproposta ora da Rubbettino, la coraggiosa casa editrice che è artefice della riscoperta in Italia del pensiero di Leoni, dimostra la ricchezza dei suoi interessi, il coraggio delle sue posizioni, la novità del suo liberalismo. E spiega come quella cultura - così fortemente intrisa di fiducia nell'individuo, di diffidenza verso la visione di uno Stato etico e onnipotente, di riconoscimento del valore morale della concorrenza e del mercato - non potesse che suonare estranea a un'Italia che progettava le nazionalizzazioni e scivolava fatalmente verso il compromesso storico. Gli interventi su "24 Ore" e poi su "Il Sole 24 Ore" di Leoni, a partire da quello qui pubblicato, ne dimostrano l'impressionante attualità, soprattutto in una fase in cui, di nuovo, il liberalismo deve riflettere su se stesso per confermarsi strumento di convivenza e tecnica di governo.

Da Il Sole 24 Ore, 21 novembre 2007

mercoledì 21 novembre 2007

«Dopo la mossa di Berlusconi sono pronto a dare una mano»

mercoledì 21 novembre 2007

di Luca Telese (Il Giornale, 21/11/2007)




Intervista a Capezzone, ex radicale che ha lasciato Unione e poltrone: «Spero nella rivoluzione liberale»

da Roma - Daniele Capezzone è su un divanetto a Montecitorio. Passa l'onorevole De Luca (Dc di Rotondi): «Complimenti, non ci credevo!». Non facciamo in tempo a riprendere l'intervista che sopraggiunge l'onorevole Airaghi, aennino: «Sei stato un signore!». Così, la prima notizia è che Capezzone - che era eletto nella Rosa nel pugno presidente di commissione, ma che ormai si sente fuori dal centrosinistra per la sua politica fiscale (le pensioni e tante altre cose) - per coerenza col mandato lasciala poltrona. La seconda: l'ex segretario radicale «guarda con attenzione» (anzi, «è pronto a partecipare») al nuovo partito di Berlusconi: «La più grande innovazione dal 1994 a oggi».

Leggi anche: Capezzone ultimo figlio del prolifico amore e odio tra il Cav. e Pannella (Il Foglio)
Onorevole Capezzone, sono dimissioni per... «avvenuto cambio di coalizione»?
«Sì. Ma anche per una questione di principio. Non è tutto Casta: i politici non sono tutti furbacchioni imbullonati alla propria poltrona».

Certo, «dimissioni» nel Palazzo della politica italiana è una parola magica. (Capezzone ride):
«Mi sono divertito a compilare una casistica: in Italia le dimissioni si... annunciano».

O si minacciano...
«Si possono anche ventilare! In tutti e tre i casi, si ritirano prontamente».

E se non si ritirano...
«Il Parlamento le boccia».

Vuol dire che le sue...
«Non appartengono a nessuna delle categorie citate. Sono già date, irrevocabili. E sono un punto di coerenza».

Ci perde anche qualcosa...
«Credo che economicamente, fra una cosa e l'altra, siano almeno 4mila curo di diaria mensile».

E poi c'è l'autoblu!
«Addio anche a quella!».

E i due collaboratori assunti dalla Camera con tanto di sedicesima?
«Quelli d`ora in poi, me li accollo io, non voglio mettere sulla strada nessuno».

Ma chi gliel'ha fatto fare?
«Semplice. Mi sono separato dal governo un anno fa. Da febbraio non voto più la fiducia. Era giusto lasciare quel posto, espressione politica di quella maggioranza».

E il Partito radicale?
«Non ho restituito la tessera un anno fa, quest'anno non la riprenderò».

E il suo ex Pigmalione Marco Pannella?
«Mi spara addosso tutti i giorni da Radio radicale... lo gli faccio tanti auguri».

Lei è cortese ma gelido.
«Sincero. Gli auguro gioie con i liberali "Prodi e Visco"».

Dice così perché lei è da Visco che fugge.
«Direi proprio di sì. Ritengo esaurita la stagione politica del centrosinistra. Il governo è un malato terminale...».

Ora lei è feroce.
«No, è una diagnosi datata: da mesi siamo all'accanimento terapeutico, direi».

Si dimette anche dal ruolo di opinionista in Markette?
(Altra risata): «Le rispondo seriamente: quello è davvero un luogo libero: da quando vado in onda, né Piero, né nessuno mi hanno mai detto una parola, un questo sì, quello no».

Più «liberale» Chiambretti di Pannella?
«Su Marco mi consenta di non ripetermi».

Il suo divorzio dal centrosinistra avviene sulle tasse...
«Propongo flat tax al 20%. Ho fornito dati e cifre, con la mia rete Decidere.it, su come tagliare spesa e imposte».

Risultato?
«Un calcolo presto fatto: i due decreti Tesoretto muovono 15 miliardi ciascuno in spesa pubblica; la Finanziaria 12 miliardi di curo; l'accordo sul welfare altri 10. Sa il totale?

Trentasette. miliardi?
«Esatto. Tutta spesa pubblica, nessun taglio. Non va».

Lei è infuriato per le politiche giovanili.
«In tutta Europa l'età pensionabile si riduce. Da noi aumenta. Per finanziare le pensioni dei 58enni, ogni cocoprò paga 1/4 del suo stipendio in contributi più le tasse. Non è accettabile, per me».

Lei è un buon partito, non accasato in nuove famiglie. Il suo movimento...
«Non diventerà mai un ennesimo partitino».

Non è un mistero che lei guardi anche a Berlusconi.
«Mi pare un atto politico coraggiosissimo, il suo, paragonabile solo al 1994».

L'ha «sedotta» Bondi?
«Lo stimo. Se uno di sinistra avesse scritto i saggi che ha pubblicato lui, avrebbero speso paginate di incenso».

Perché lei evoca il 1994?
«Perché intorno al Pd si consolida una nuova gioiosa macchina da guerra: un nuovo blocco di conservazione».

Ovvero?
«La vecchia politica. Le maggiori banche. La magistratura. Il sindacato. L'establishment. I grandi giornali. Vogliono riprendersi tutto!».

E il partito popolare?
«Può essere la nuova rivoluzione liberale. È una iniziativa coraggiosa, può segnare una rottura sarkosyana».

E Capezzone, che farà?
«Se posso dare una mano la do volentieri».

martedì 20 novembre 2007

Annuncio di Berlusconi. Capezzone: fatto nuovo e grande opportunità, l'Italia ha bisogno di rotture

A DISPOSIZIONE GLI OBIETTIVI DI DECIDERE.NET, "LA ROTTURA" LIBERALE DI CUI L'ITALIA HA BISOGNO.


"Naturalmente, tutti attendiamo di sapere e capire di più dopo l'annuncio di ieri di Silvio Berlusconi. Ma quel che si può dire sin d'ora è che questa novità va salutata come una grande opportunità. In questo momento, infatti, contro la "gioiosa macchina da guerra" che va riorganizzandosi (sul piano politico, bancario, sindacale, giudiziario), e anche contro le molte tentazioni conservatrici che alimentano il dibattito politico italiano, serve proprio una iniezione di spirito liberale, riformatore, alternativo, come nel 1994. Per quanto mi riguarda, sono determinato a fare il possibile affinché gli obiettivi liberali del network Decidere.net siano a disposizione del nuovo soggetto politico annunciato da Silvio Berlusconi". Così Daniele Capezzone commenta la nascita del Partito del Popolo della libertà, annunciata da Berlusconi domenica scorsa.

"Già la scorsa settimana si è verificato un fatto estremamente positivo, e cioè l'invito rivoltomi dal coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi a contribuire al lavoro dell'Officina, che ho accolto come un importante segno di attenzione. Ora, di tutta evidenza, siamo dinanzi ad un salto di qualità e ad uno scenario fortemente mutato, e secondo me in modo assai positivo, dopo la rilevante pagina nuova aperta da Berlusconi.

A partire dal taglio delle tasse (che rappresenta, a mio avviso, la priorità delle priorità), desidero anch'io dare un contributo affinché il nuovo soggetto politico possa essere sintonizzato sulle esigenze di una parte rilevante della piccola e piccolissima impresa, degli outsider, dei non garantiti dal modello conservatore e immobilista incarnato dall'attuale Governo. E' la linea del "tassa e spendi" che va battuta, e va sostituita con la ricetta che in tutto il mondo ha successo: giù le tasse, giù la spesa. E' questa la "rottura" liberale di cui l'Italia ha bisogno.

Intanto, complimenti a Forza Italia e al coordinatore Bondi anche per la mobilitazione di questi giorni, che ha coinvolto tanta parte del Paese: solo una politica autoreferenziale e introvertita può sottovalutare (o fingere di non comprendere) questi eventi".

lunedì 19 novembre 2007

Il mistero del Cavaliere

• da Corriere della Sera del 19 novembre 2007, pag. 1


di Angelo Panebianco


L'annuncio è clamoroso: Berlusconi, forte del successo ottenuto con la raccolta di firme contro il governo Prodi, è pronto a sciogliere Forza Italia e a fondare un nuovo partito (il «partito del popolo italiano della libertà»), dicendo anche agli alleati: o con me o contro di me. È probabile che l'iniziativa maturasse da tempo nella mente di Berlusconi e che gli avvenimenti degli ultimi giorni ne abbiano accelerato i tempi. Al momento, Berlusconi è l'uomo più misterioso della politica italiana. La sua strategia è fino ad oggi fallita (il governo Prodi non è caduto), i suoi (ex) alleati sono in rivolta, la Casa delle Libertà è un cumulo di rovine, come dimostra anche la contestazione di Fabrizio Cicchitto ad Assisi da parte di militanti di An. Ma Berlusconi rilancia, continua a reclamare le elezioni anticipate. Sicuro, afferma, di essere in sintonia con la maggioranza degli italiani. All'apparenza, il suo è stato fin qui un comportamento irrazionale. Garantendo che avrebbe fatto cadere il governo sulla Finanziaria, Berlusconi si è comportato come quel tale che entra in un casinò e si gioca l'intera posta in un colpo solo, puntando tutto sul rosso o sul nero alla roulette. Ma è davvero così? Non è possibile che anche quella iniziativa fallita fosse parte di un più generale disegno teso a mettere i suoi riottosi alleati in un vicolo cieco, obbligandoli a confrontarsi col fatto che senza di lui non possono andare da nessuna parte? I politici, come tutti, fanno continuamente errori. Però, in genere, non conviene liquidare il loro agire come «irrazionale » dal momento che, in questo modo, si rinuncia a comprenderli.




Certo, Berlusconi sperava davvero di far cadere Prodi sulla Finanziaria e spera ancora che Lamberto Dini lo liberi presto dal governo in carica. Ma forse c'è dell'altro. Forse Berlusconi pensa già da tempo di avere di fronte a sé solo due strade: le elezioni anticipate o, in mancanza, la legge elettorale che uscirebbe dal referendum. In entrambi i casi, gli alleati sarebbero costretti a compattarsi dietro di lui. Può darsi che Berlusconi abbia riflettuto sugli sbagli commessi in passato (l'affossamento del referendum sulla quota proporzionale del 1999, il varo dell'attuale legge elettorale), sbagli grazie ai quali i suoi alleati ebbero modo di rialzare la testa e di contrastarlo. E che abbia deciso di cambiare registro. Contando oggi sul fatto che anche Walter Veltroni, piuttosto che ritrovarsi una legge elettorale che favorisca le formazioni medio-piccole, preferirebbe elezioni o referendum. In queste condizioni, chi pensa che un accordo fra i partiti da cui esca una buona legge elettorale sia nell'interesse del Paese che cosa dovrebbe augurarsi? Di sicuro, non che sia Romano Prodi a prendere l'iniziativa. Contrariamente a quanto pensa Andrea Romano (su La Stampa di ieri) quella non sembra una strada percorribile. Berlusconi non potrebbe mai sedersi a un tavolo a discutere con Prodi ancora premier. Per la stessa ragione per cui Prodi non poteva trattare con Berlusconi quando il premier era quest'ultimo. I suoi sostenitori nel Paese non lo avrebbero accettato. Non lo accetterebbero oggi i sostenitori di Berlusconi. Veltroni è un'altra cosa. Con Veltroni Berlusconi potrebbe seriamente trattare sulla nuova legge elettorale (e ha già mandato un primo segnale in questo senso). Ma, forse lo farà solo, come ha colto il senatore Willer Bordon ( Il Corriere, 18 novembre) se gli verrà offerta una data certa per le elezioni anticipate. Altrimenti, anche contro alcuni (ex) alleati, potrebbe scegliere il referendum.

FI/ CAPEZZONE: PROPOSTA BERLUSCONI E' FATTO DI NOTEVOLE INTERESSE

'Italia ha bisogno di 'rotture' rispetto a esistente'

da APCOM




Roma, 18 nov. (Apcom) - "La proposta lanciata oggi da Silvio Berlusconi mi pare di notevole interesse. L'Italia ha bisogno di fatti politici nuovi e di 'rotture' rispetto all'esistente". Lo afferma il parlamentare del gruppo misto Daniele Capezzone.

"L'unica cosa che il Paese non può permettersi - prosegue Capezzone - è rimanere nell'attuale paralisi politica. Eppure, larga parte della politica politicante sembra non comprendere questa drammatica esigenza di voltare pagina, di aprire un capitolo diverso, e resta prigioniera di dinamiche di Palazzo".

"Mi pare, invece, interessante e positivo - conclude Capezzone - questo scatto in avanti di Berlusconi. Immagino che presto vi saranno per tutti nuovi elementi per comprendere e valutare

sabato 17 novembre 2007

Tre cose da fare per tornare alle urne

sabato 17 novembre 2007
di Daniele Capezzone (Libero, 17/11/2007)

Da mesi, una parte rilevantissima dell'Italia potente (e prepotente) lavora per ricostituire la "Gioiosa macchina da Guerra", cioè l'equivalente di quella alleanza di poteri politici, economici, giudiziari e mediatici che nel '94 stava per "prendersi tutto" e che fu fermata dalla discesa in campo di Berlusconi.

Molte cose convergono in questo senso. Veltroni tesse la sua tela, e saprà farsi forte anche del vero e proprio esercito su cui può contare in 8000 Comuni, 110 province, 20 regionoi. I giornali "perbene" tuonano la grancassa un giorno sì e l'altro pure. Un pezzo di establishment economico-finanziario, quello del "salotto buono", è pienamente a supporto della manovra. Mps compie una megaoperazione bancaria mettendo un piedone nella zona strategica del Nord Est. Le Procure, da Milano a Palemo, tornano a scaldare i motori. Per carità, sono cose diverse tra loro, e non voglio confonderle o collegarle. Però ciascuno comprende cosa può accadere con un altro anno di tempo: il compiersi di una gigantesca saldatura di potere. ulteriormente facilitata dai quattrini a pioggia scialacquati in nuova spesa pubblica con la finanziaria.
E allora, è bene che si sappia che ogni rinvio delle elezioni ogni mossa per perdere e far perdere tempo, è un modo di preparare e aiutare il trionfo della Gioiosa Macchina da Guerra. Ogni volta che sentirete qualcuno parlare di "governo tecnico", di "governo istituzionale", di "larghe intese" (e quindi di lunghe attese...), tenete presente questo effetto collaterale: così si offre ad un blocco di forze screditatissime sul piano dell'opinione pubblica, ma ancora fortissime nei gangli reali del potere, la possibilità di organizzarsi per "vincere tutto", senza alcun contrappeso. Ecco perché Berlusconi non va lasciato solo, oggi, nella sua richiesta di elezioni a breve termine. Anche perché, per quanto il governo abbia superato la prova della finanziaria; la maggioranza non esiste più, e ormai potrà sopravvivere a se stessa solo puntando sul collante dell'antiberlosconismo, sulla paura delle elezioni anticipate, e su una accanita difesa di poltrone, poltroncine e strapuntini.

E allora diciamo pure tre cose chiare.
1. A metà gennaio, la Consulta sarà chiamata a decidere sull'ammissibilità del referendum elettorale, che ci avvicinerebbe a un modello bipartitico, allontanandoci dal caos degli attuali 44 partitini. Guai se la Corte dovesse respingere il quesito (non vi sarebbero ragioni giuridiche, ma solo politiche): sarebbe un favore, l'ennesimo, a chi vuole solo tirare a campare per evitare nuove elezioni. Non solo la Cdl, ma tutte le persone libere dovrebbero sin d'ora vigilare sulla Consulta.
2. Se la Corte ammetterà il referendum, come sarebbe sacrosanto, la consultazione potrà tenersi dal 15 aprile in poi. Un mese dopo, si potrebbe andare alle elezioni politiche.
3. Se le forze politiche vogliono trovare un accordo sulla legge elettorale, padronissime, ma anche in questo caso non prendiamoci in giro. Bastano poche settimane per accordarsi: dopo di che, va ridatala parola agli elettori. Elezioni nel 2008, dunque, e possibilmente già in primavera è questo, a mio avviso, un punto politico irrinunciabile. Chi non ci sta, temo, o è uno dei piloti della Gioiosa Macchina da Guerra, o, tutt'al più, aspira a fare il meccanico nella "scuderia".

No alla pena di morte L’Italia vince all’Onu

• da La Stampa del 16 novembre 2007, pag. 12


di Maurizio Molinari

Con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti le Nazioni Unite danno il primo via libera alla moratoria sulla pena capitale al termine di una battaglia diplomatica che ha visto la coalizione di Paesi guidata dall’Italia restare compatta di fronte all’assalto di un agguerrito fronte pro-pena capitale. Sarà adesso la plenaria dell’Assemblea Generale a esprimere in dicembre il voto definitivo.
La vittoria per la moratoria è maturata quando la terza commissione del Palazzo di Vetro ha respinto uno dopo l’altro gli ultimi emendamenti-killer contro la risoluzione presentati da Egitto e Malaysia. Battuti con una differenza sempre superiore ai 20 voti, i diplomatici del Cairo hanno tentato di evitare in extremis la moratoria presentando tre emendamenti anti-abortisti al fine di snaturare la votazione.
Ma l’iniziativa egiziana, sostenuta da Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Libia, Iran e Sudan, non ha avuto esito perché la coalizione guidata dall’Italia ha tenuto su un fronte di oltre ottanta voti, senza mai incrinarsi. E lo stesso è avvenuto quando Singapore ha tentato di far leva sulle procedure per rimandare l’approvazione allontanando il voto finale.
In occasione di ogni scontro la coalizione pro-moratoria si è mossa facendo attenzione a non apparire troppo occidentale o europea: mentre gli ambasciatori dell’Ue mantenevano un profilo basso, sono stati Messico, Filippine, Colombia e Gabon a difendere la risoluzione dagli attacchi di arabi e caraibici, che invocavano una solidarietà terzomondista contro «il disegno dell’Ue di imporci i suoi valori» come detto da Sudan e Barbados.
Durante l’ultima fase delle votazioni gli Stati Uniti sono usciti allo scoperto contro la moratoria: il rappresentante di Washington prima ha concordato con gli egiziani la mossa anti-abortista, poi l’ha sostenuta con un intervento a molti apparso in contraddizione con il fatto che l’aborto è legale negli Usa. «Siamo contrari a vietare l’aborto - ha detto una feluca americana - ma abbiamo scelto di sostenere l’emendamento anti-moratoria».
Seduto al posto dell’Italia, l’ambasciatore Marcello Spatafora ha coordinato le mosse della coalizione, preparate in anticipo dagli 86 co-sponsor. «Tutto è andato secondo lo schema studiato - ha detto l’ambasciatore a successo acquisito - e in questa maniera abbiamo evitato autogol dell’ultima ora». Proprio Spatafora ha pronunciato in aula la dichiarazione di voto concordata con i co-sponsor, augurandosi che «l’approvazione sia un momento di inizio per lavorare assieme, per costruire e non dividerci».
Quando sul cartellone luminoso è apparso il risultato della votazione, l’aula della terza commissione ha risposto con l’applauso corale dei co-sponsor e il gelido disappunto dei contrari. Il plauso del governo è arrivato dal presidente del Consiglio Romano Prodi, che ha parlato di «successo per la battaglia condotta dall’Italia» mentre per il sottosegretario Gianni Vernetti, impegnato a New York nella maratona negoziale, si tratta di «un omaggio all’inalienabile diritto alla vita che apre la strada all’approvazione definitiva da parte dell’Assemblea Generale».
«E’ un voto storico perché segna la fine dello Stato Caino» ha aggiunto il radicale Sergio d’Elia, spiegando che «si afferma nella comunità internazionale il principio che lo Stato non può disporre liberamente della vita dei cittadini».
In coincidenza con le votazioni all’Onu la Corte Suprema Usa ha bloccato l’esecuzione in Florida di Mark Dean Schwab, condannato per l’omicidio del giovane Junny Rios-Martinez. La decisione è dovuta alle obiezioni contro il metodo dell’iniezione letale, già più volte espresse. Tale orientamento è, per molti giuristi, ad una moratoria di fatto.

lunedì 12 novembre 2007

Bondi e Della Vedova: Ci batteremo per i salari bassi.

Corriere della Sera del 12 novembre 2007, pag.10



Caro Direttore,
la relazione del governatore della Banca d’Italia al Convegno “Consumo e crescita in Italia”, ha richiamato con forza l’attenzione sul rapporto tra consumi e reddito nel nostro paese. L’arresto della crescita dei consumi pesa assai negativamente sulla dinamica dell’economia italiana. La discussione potrebbe essere su questo punto molto ampia, coinvolgere gli effetti dell’introduzione dell’euro e le variabili demografiche, ma l’aspetto che ci preme qui evidenziare è quello del redditi, in particolare dei salari e degli stipendi dei lavoratori. In Italia le retribuzioni mensili nette sono, nella media, inferiori anche del 25% a quelle di paesi europei comparabili con il nostro. Questa “emergenza salariale” dovrebbe rappresentare la principale preoccupazione, assai più della cosiddetta “precarietà”, che invece costituisce la bandiera ideologica della sinistra massimalista e la principale e costosissima ipoteca sulle scelte dell’attuale governo. Il confronto europeo, infatti, evidenzia come in Italia la diffusione del lavoro “atipico” (non a tempo indeterminato) sia in linea con quelli dei grandi paesi dell’UE, e spesso inferiore. L’attacco alla Legge Biagi come causa delle storture del nostro mercato del lavoro non solo è infondato, ma anche fuorviante rispetto alle questioni
più urgenti e insolute. Come, appunto, quella dei bassi salari.
Come il Governatore non ha mancato di sottolineare, al fondo vi è un problema di bassa produttività, che investe il sistema economico nel suo complesso e che richiama la necessità, tra le altre, di una riforma del sistema dell’istruzione.
Tuttavia, accanto al problema della produttività del lavoro vi è anche, chiamiamolo così, il problema della produttività del sindacato. All’inizio degli anni novanta, mentre alla crisi economica del paese faceva riscontro la gravissima crisi istituzionale e finanziaria dello Stato, i sindacati barattarono, per ragioni di mera opportunità, la moderazione salariale con la partecipazione al governo dell’economia. La concertazione e la politica dei redditi cessarono ben presto di essere strumenti straordinari di governo delle relazioni politico-sociali. In cambio di un rinnovato ruolo pubblico i sindacati confederali rinunciarono alla “lotta” – cioè, mutatis mutandis, al confronto esplicito nel mercato delle relazioni industriali – e pretesero la co-gestione della politica economica. In questo modello neo-corporativo, cambiarono sostanzialmente gli obiettivi e gli interlocutori del sindacato: non più “i padroni”, nell’interesse dei lavoratori, ma lo stato e le associazioni delle imprese, “nell’interesse generale del paese”.
Il resto è storia quotidiana: contrattazione centralizzata che appiattisce le retribuzioni verso il basso, potere d’acquisto sacrificato in nome di Maastricht di Mastricht o dell’Europa, mancata corrispondenza tra crescita della produttività e dei salari. Proprio questo insegna la vicenda esemplare dell’imprenditore marchigiano, che ha aumentato di duecento euro netti il salario dei suoi dipendenti. Ma quell’aumento, potrebbe, anzi dovrebbe, essere ottenuto su di un piano negoziale, se la contrattazione si dotasse di strumenti più efficienti.
Come ha avuto modo di dire qualche giorno fa Renato Brunetta: "Buttiamo a mare la contrattazione centralizzata e la relativa moderazione salariale. Leghiamo, invece, le retribuzioni ai guadagni di produttività, spostando il baricentro delle relazioni sindacali in favore di più contrattazione decentrata, con il risultato inevitabile di liberarsi anche dell’intermediazione dei governi”.
In una società liberale ognuno deve fare il proprio lavoro, se non lo fa le cose non vanno bene. Così succede quando il sindacato, anziché contrattare aumenti salariali almeno dove essi sono possibili, s’ingegna per difendere i pensionandi dal “rischio” di lavorare fino a sessant’anni o per scongiurare qualunque riflessione su uno Statuto dei Lavoratori, nato per un mondo che ormai, in larga misura, non c’è più e che ormai produce un mercato del lavoro duale e sfavorevole ai giovani. Così continuerà a succedere fino a che leader sindacali come Epifani penseranno che per aumentare i salari dei lavoratori dipendenti basti “defiscalizzarne” una parte, compensando i costi finanziari con una maggiore tassazione del risparmio, del lavoro autonomo o dell’impresa. Non può essere lo Stato o la spesa pubblica a rimediare all’inefficienza del sindacato e del modello di contrattazione che continua burocraticamente a difendere.
Quella dei salari è una sfida che Forza Italia ed il centrodestra, in chiave liberale, intendono assumere come prioritaria non appena questa stagione inconcludente finirà e a Silvio Berlusconi toccherà di nuovo l’onere e l’onore di guidare il paese.

Sandro Bondi e Benedetto Della Vedova

mercoledì 7 novembre 2007

Daniele Capezzone si dimette dalla Presidenza della Commissione e dal Gruppo della RNP

In una conferenza stampa tenuta oggi alla Camera, Daniele Capezzone ha annunciato le sue dimissioni dalla Presidenza della Commissione Attività produttive e dal Gruppo della Rosa nel Pugno, inoltrando la richiesta di aderire al Gruppo Misto. Di seguito la lettera inviata da Capezzone al Presidente della Camera Bertinotti e ai presidenti dei Gruppi della RNP e Misto.






Alla cortese ed urgente attenzione
del Presidente della Camera dei Deputati

e, per doverosa e opportuna conoscenza,
al Presidente del Gruppo parlamentare della Rosa nel pugno
e al Presidente del Gruppo parlamentare misto

Roma, 7 novembre 2007

Signor Presidente,

vi sono circostanze nelle quali il rispetto delle istituzioni, il rispetto di se stessi e il rispetto delle proprie idee ed obiettivi politici impongono scelte difficili e costose.

Questo è a maggior ragione necessario ed opportuno se riteniamo che non tutto sia “Casta”, e che sia invece ancora possibile -anche in Italia- vivere l’impegno politico e civile come momento alto, nel quale il piano delle convinzioni non sia sovrastato da quello delle convenienze, dei tatticismi, dei piccoli calcoli di parte o personali.

E’ anche un messaggio per le generazioni più giovani, affinché non perdano la speranza di contribuire a costruire un Paese diverso, più moderno, più libero, e non rinuncino -magari comprensibilmente nauseati, distanti, indifferenti- ad un impegno diretto in una politica che vivono come lontana e, in ultima analisi, infrequentabile.

Nel nostro Paese, l’istituto delle dimissioni vive una curiosa vicenda: le dimissioni vengono annunciate, ventilate, minacciate, magari richieste, ma -nella maggior parte dei casi- non si presentano, non si danno. E prevale, anche nei luoghi teoricamente meno sospettabili, un tetragono attaccamento al potere, o alle briciole di potere più o meno fragilmente e provvisoriamente conquistate.

Tutto ciò premesso, Le scrivo per comunicarLe le mie dimissioni dalla Presidenza della Commissione attività produttive della Camera.

Il motivo di questa mia decisione è molto semplice: considero esauriti, starei per dire esausti, la fase e l’assetto politici che determinarono anche quella mia elezione. Qualunque cosa accada infatti al Senato nelle prossime settimane o mesi, il Governo e la maggioranza -di fatto- non esistono più, politicamente, o comunque non sono assolutamente in condizione di svolgere alcuna funzione positiva. Lo ripeto a scanso di equivoci: non solo l’attuale Governo, ma l’attuale maggioranza politico-parlamentare.

Come Lei ricorderà, sin dalla legge finanziaria dell’anno scorso (drammaticamente sbagliata, a mio avviso, perché tutta centrata su un intollerabile inasprimento della pressione fiscale, e senza alcun taglio di spesa, senza alcuna riforma strutturale), ho marcato una distanza sempre più netta dall’Esecutivo (pur cercando di svolgere in modo scrupoloso e imparziale le mie funzioni istituzionali); da molti mesi, dalla crisi del febbraio scorso, non voto la fiducia al Governo; oggi, alla luce del fatto che nulla mi appare modificato rispetto a questa situazione, compio un atto politico conseguente. Invano ho atteso che giungessero non parole o “segnali”, ma fatti politici rilevanti, in particolare dalle componenti cosiddette riformiste di Governo e maggioranza, che sono state e continuano ad essere travolte e umiliate punto su punto, sistematicamente.

Mi pare infatti che in tanti, in troppi, siano meramente protesi a una logica di sopravvivenza, di continuismo, di trascinamento dell’esistente. Per questo, occorre invece che qualcuno compia atti chiari di discontinuità e di rottura, sia pure a proprie spese: di qui, la mia decisione. E aggiungo che la pur ragionevole questione della riforma elettorale non può tramutarsi in un alibi, in un pretesto, in un escamotage, per rinviare il momento elettorale alle calende greche (o a quelle …italiane). Bastano pochi giorni, al limite alcune settimane, per capire se esiste davvero la volontà politica comune di cambiare la legge: dopo di che, le forze politiche farebbero bene a non protrarre un’agonia al solo scopo di cercare di togliere agli elettori la possibilità di decidere.

E la mia preoccupazione cresce se si considera che questo obiettivo di trascinamento, che in qualche caso sembra sconfinare nell’accanimento terapeutico, viene perseguito dal Governo anche attraverso un uso politicamente assai grave del denaro e della spesa pubblica. Non io o personalità a me vicine, ma autorevoli economisti non certo ostili all’attuale maggioranza, hanno parlato di “tax push”: è il ben noto meccanismo per cui, quando le entrate fiscali aumentano, queste risorse aggiuntive vengono subito spese, rendendo ancora più vasta la voragine della spesa pubblica. E questo è il punto drammatico: proprio dopo un anno di pressione fiscale (a mio avviso, lo ripeto ancora, eccessiva e sbagliata: e oggi lo riscontriamo in termini di mancata crescita), quando ci si rende conto di avere denaro in cassa, anziché usarlo per ridurre fortemente le tasse o il debito pubblico, che si fa? Si spende, si spende, si spende.

Per tutte queste ragioni, dunque, lascio la Presidenza della X Commissione della Camera. E’ stato per me un autentico onore presiederla, in questo anno e mezzo. Desidero ringraziare tutte e tutti i colleghi, di maggioranza e di opposizione, con i quali abbiamo lavorato in modo a mio avviso ammirevole, pur in un contesto politico così poco facile. Mi auguro che i cittadini possano sapere (lo ripeto: anche in condizioni politicamente negative) quale e quanto sia l’impegno di tanti parlamentari, e quale sia stata -non di rado- la capacità dei diversi gruppi di misurarsi in Commissione in una sfida in positivo nella direzione liberale e riformatrice. Con autentica gratitudine rivolgo il mio pensiero anche alle funzionarie e ai funzionari della Commissione e del Servizio studi, esempio di una eccellenza professionale, oltre che di una straordinaria disponibilità personale, che onora il Parlamento della Repubblica, e che non potrò dimenticare. E lo stesso vale per tutte e tutti i dipendenti della Camera che ho incontrato in questi mesi, ad ogni livello: esempi di professionalità e correttezza assolute.

Mi permetto di affidare a Lei e al Presidente del Senato un frutto importante di questo lavoro di Commissione: è la proposta di legge bipartisan, di cui ho l’onore di essere primo firmatario, per l’apertura immediata delle imprese, per la sburocratizzazione, e per un nuovo rapporto tra cittadini e Pubblica Amministrazione. L’abbiamo approvata a vastissima maggioranza sia in Commissione che in Aula alla Camera; al Senato è passata sostanzialmente all’unanimità in Commissione, con lievi modifiche, ed è ora già calendarizzata in Aula al Senato. Basterebbe pochissimo al Senato, e davvero poco di nuovo alla Camera (sarebbe forse, in tempi netti, un lavoro di poche ore!) per condurre in porto un provvedimento che è atteso dal mondo produttivo e da tanti cittadini. Lavorerò con tutto me stesso, con tanti altri colleghi di ogni appartenenza, perché questo obiettivo di riforma possa essere centrato.

Contestualmente alle mie dimissioni da Presidente di Commissione, comunico anche la mia decisione di lasciare il Gruppo parlamentare della Rosa nel pugno, e di chiedere di aderire al Gruppo misto. Il Gruppo della Rosa nel pugno sopravvive oggi, di fatto, pressoché esclusivamente come strumento tecnico attraverso il quale diverse organizzazioni e realtà partitiche perseguono i loro attuali (e fra loro diversi) scopi e traiettorie, in larga misura da me non condivisi, ma soprattutto (visto che ciò che sembra unire le diverse componenti è lo schiacciamento, l’appiattimento sul Governo, in qualche caso addirittura “a prescindere”…) assai lontani dai toni e anche da molti contenuti della campagna elettorale. Corrisponde ad un ulteriore elemento di chiarezza che io prenda atto di questo radicale cambiamento della situazione e mi comporti di conseguenza.

Grazie, e un cordiale saluto.

Daniele Capezzone

"Il Partito Radicale e' solo Torre Argentina"

Luci e sopratutto ombre della coalizione di Pannella alla luce del recente congresso.

6 novembre 2007



di Giuseppe Mele





Che sia Rimini, o Padova, i congressi si fanno dove ci sono le migliori offerte fieristiche; per cui riecco un anno dopo i radicali: stessa spiaggia, stesso mare, stessa città, stessi luoghi, stesse facce. O meglio, meno di prima in quello che sembra il prolungamento del congresso del 2006, con meno verve, più solitario e triste. Bastian contrario, da partito di governo, solo il Partito Radicale poteva perdere consensi, invece di acquisirne, e si potrebbe apprezzarne le evidenti incapacità lottizzatorie. Purtroppo la neotrasparenza sui costi della politica imposta da Stella, sottolinea il quasi intero sbarco della truppa radicale nelle consulenze ministeriali: in rapporto ai voti, solo gli ambientalisti fanno meglio. I radicali non sono più i moralizzatori della politica, sommersi da un lungo elenco di competitor. Quando Bordin la mattina recita Stampa e Regime, non si capisce più sotto quale dei due termini si collochi il PR. In fondo anche questo è il segno della grande debacle che il mondo laico nel suo insieme sta soffrendo.

Mancato trionfo

Non bastano nemmeno i pianti e gli applausi per la notizia del deposito all'Onu da parte di 71 Paesi della risoluzione della moratoria contro la pena di morte, a tirare su il VI congresso, omaggiato da questo “bel regalo” per dirla con la neosegretaria Bernardini. Il congresso sarebbe dovuto essere un trionfo, un’autocelebrazione per le notizie internazionali: Pannella aveva ragione su Saddam in esilio; di più, un manipolo guidato dal Marco e da un ex terrorista, riesce ad imporre un tema indigesto ad Usa e Cina, cioè a tutti. In altri tempi ci sarebbero stati tavoli per strada, manifesti e cotillon; oggi ci si lascia scippare dalla Comunità di Sant’Egidio e dai grazie di D’Alema che forse passerà alla storia per una cosa fatta bene (difatti non sua). Che italiani ed europei sulla pena di morte siano indifferenti, che l’Onu da 30 anni condanni l’esistenza di Israele, che le ambasciate siano restie non importa, ma le reazioni dei Diliberto e Mastella dettano spesso le divisioni interne sulle corsie dell’antiUSA (incredibile) o dell’antiterzomondismo. I radicali, dopo un anno di bagnoprodi, sono cambiati, più ancora di quando divennero “di destra”. Si sono fatti guardinghi, mediatori ed invisibili. Più che alle piazze, badano all’umore di Prodi ed al termometro dei suoi rapporti con i variegati alleati. L’invisibilità annunciata un anno fa a Padova è stata mantenuta e Prodi non ha avuto problemi veri di tipo“laicista”, dalle donne ai gay, dalle liberalizzazioni al welfare, per non dire di Cina e diritti umani. Di fronte allo scavezzacollo Capezzone, finito in mille iniziative accomunato al centrodestra, poi ci si è immersi sottoacqua. Il Pr, in epoca di welfare è finito nel gruppone antiradicali, dove per radicali bisogna intendere secondo una stampa paradossale e farsesca i comunisti.

Rosa radicale

Sul secondo congresso consumato al governo scompare il solito profilo tranchant, ed ecco il nuovo spirito rosa radicale della deputata Donatella Poretti: “Dopo molti anni i radicali sono tornati nelle istituzioni. Siamo in Parlamento, siamo in maggioranza e siamo al Governo. Ciò comporta una responsabilità da condividere con tutti i radicali”. Bisogna capirli, i radicali, sono al governo. A riportare il clima di Palazzo Chigi, c’è Emma, che porta buone notizie, per esempio nella finanziaria spendacciona dello scorso 28 settembre, anche 200 milioni per la finanziaria pubblica per l'internazionalizzazione (SIMEST) e per le imprese. Denaro per burocrazia ed imprese, un segno di cambiamento, non c’è che dire. Il Pr di governo, come fanno i postcomunisti, elegge per il Nord voci dalla cadenza inequivocabile: gli uni il pisano Letta ed il veneto Padoa Schioppa; gli altri a parte Emma, introducono un altro pisano, presentatore congressuale, il figlio di Sofri. Sofrino dopo Ferrara, libri, rubriche e riviste, dimostratosi una testa di legno, potrà aspirare ad una degna carriera, magari come vice Riotta. La facesse, si direbbe anche in quota di quale partito. Tutto, anche Sofrino, è il prezzo da pagare per essere partito di governo. In controluce, questo è lo slogan del congresso: niente elezioni anticipate, difendiamo il nostro ministro. Mito con qualche scalfittura, la Bonino non è mai stata tenera con le donne, vedove o lavoratrici; è l’unica voce a chiedere parità nel bene e nel male e non si fa chiamare ministra riscaldata come la Pollastrini. Una pasionaria già arrestata per azione pro aborto, che bada al merito e rifiuta le scorciatoie da madri, figlie, mogli ed amanti predilette da molte per iscriversi direttamente alle segreterie. E’ suo però il diktat sul mantenimento della triade rosa (Rita Bernardini segretaria, Elisabetta Zamparutti tesoriera e Maria Antonietta Farina Coscioni presidente) con motivazioni paradossali: le tre dirigenti "si sono meritate la loro posizione distinguendosi per la loro etica del fare, piuttosto che per una impronta mediatica che non appartiene alla mentalità radicale".

Cosa erano i Radicali e chi era Emma

A parte la querula polemica interna con l’ex, vengono alla memoria i sit in, i bavagli in Tv, le marce oratorie di 36 ore, la diretta radio aperta a chiunque, l’Emma commissaria europea che scende su una corda dall’elicottero sul peschereccio canadese, i cartelli giganti dei sabati davanti a Palazzo Chigi, gli arresti in conferenza stampa. Veramente i radicali non hanno mai cercato di attirare l’attenzione? Emma diventò un mito, con l’E4President: un 8% realizzato in un clima politico simile all’attuale nella previttoria berlusconiana del 2001.Si scopre nel congresso della governabilità che lo spirito radicale non fa scandalo, è moderato, pacato, più che a polemizzare, teso al fare. Se è così, allora è il tempo delle maestrine dalla matita rossa, quelle che a Roma fanno corifeo al Veltroni. La platea qualche dubbio deve averlo avuto, perché malgrado il sostegno del padre – Marco - e madre – Emma - della patria e l’assoluta assenza di qualunque voce stonata, il 30% ca. non le ha votate anche quando erano le uniche candidate (185 voti per la Zamparutti e 205 per la Coscioni su 271 ). La segretaria Bernardini almeno un oppositore, sia pur debolissimo, l’aveva, l’ostinato e poco desiderato piemontese Silvio Viale che malgrado le minacce di enne interventi perché rinunciasse, ha preso tra voti e fughe dalla sala e da Marco quasi 100 adesioni su 250. Un anno fa i problemi posti con inaudita gravità erano l’inattività parlamentare e di tesseramento del segretario Capezzone; un anno dopo il divorzio del figliol prodigo non li ha rimossi, anzi.

Fallimento

Il tesseramento affidato alla cura sapiente delle tre vestali di segreteria (verrebbe da dire attente come madri di famiglia) è precipitato, dato l’obiettivo di 200mila, a meno duemila (ca.1700). Nemmeno l’ex segretario era riuscito a tanto, ma lui aveva il pregio di riempire spazi di pregiati giornali, accademie e talk Tv. Quanto al controllo sulle presenze, è rimasto argomento dei soli radicali romani. Su tutto ciò l’accumularsi di scippi subiti senza reazione: una dietro l’altra le battaglie radicali passano in mano ad altri che le restituiscono spente. Mastella un anno fa si era preso indulto ed amnistia; poi Grillo e Stella, quella su sprechi ed illegalità. Poi gli scippi senatoriali (vera azione ad escludendum Pannella) e della stessa Rosa nel Pugno, per la quale la doppia tessera dei socialisti è oggi accondiscendenza. Non parliamo poi dello strumento referendario, ormai divenuto di uso comune e senza più quell’effetto shock che aveva al tempo dei blocchi della guerra fredda. Senza colpe e senza meriti, nell’anno delle pari opportunità, la gestione in rosa è stata da segreteria, con i manager in ferie, però. Un disastro, senza forza, immagine, proposizione, un’assenza ed ininfluenza cadute ovviamente a fagiolo di Emma che vuole occuparsi del ministero e di Marco che, tra antivatican, legge biagi, transnazionale e San Vincenzo laica, più che scegliere vuole restare padrone, assieme alle donne ed a reduci talvolta pienamente arteriosclerotici. Sembra di essere al corifeo delle Giuliani, delle Calipari, delle Moro e delle Dalla Chiesa: la presenza della Coscioni è un omaggio al marito, che a sua volta non era un politico ma un’icona; la Zamparutti segue a scia D’Elia che a sua volta seguì quella della buonanima della moglie Di Lascia, a sua volta vice Pannella negli anni ’90. La Bernardini è un’altra cosa: è molto chiederle di interpretare il filogovernismo prodiano a lei che ha un’impronta di sinistra antidc e giacobina al massimo grado. Storicamente impegnata su Roma, in queste condizioni è un’amministratrice fallimentare che segue disposizioni.

Mille politiche blu

Che non sono chiare. C’è il tam tam fatto precedere al congresso da Marco che pone la contrapposizione – aut aut - tra diritti umani e welfare, cioè Darfur e Dini. C’è uno dei due esegeti ufficiali di Pannella, Michele De Lucia. (l’altro è D’Elia ) che spiega :” La riforma Maroni era giusta ma dilazionata apposta per essere abrogata. La riformina pensionistica Prodi vale meno ma è un fatto perché vale subito. Quindi viva Prodi ed abbasso Berlusconi. Bisogna proseguire sviluppando appieno la legge Biagi, dividendo assistenza e previdenza, staccandone le presenze e spese superflue burocratiche.” Come dire staremmo a destra se fosse destra. La destra è però clericale. E si potrenne obiettare: invece il PD non lo è? Sul PD, a partire dalla candidatura Pannella, vero mistero italiano, rincara Rita: Il Partito democratico - spiega - deve poter federare realtà e interessi diversi, in particolare realtà vitali marginalizzate”. Qualcuno ci spieghi se il PD è l’alleanza cattocomunista da sempre avversata dai laici o no. Su tutto ciò, mentre Viale ricorda che Attila è alle porte, con l’obiezione di coscienza dei farmacisti, la Bernardini candidamente rilancia sul “diritto di famiglia, per completare il percorso iniziato nel 1975". Ancora De Lucia che splendidamente traccia un’agghiacciante ritratto dell’Inps, sorprendentemente simile a quello di Angeletti, ci spieghi come la sua analisi sposi le liberalizzazioni filo Coop di Bersani.La linea politica: una, nessuna e centomila.

La scomparsa dei radicali al Nord

A Padova non è stato affrontato purtroppo il tema delle incapacità, tanto che è toccato proprio all’ottimo ma timido Valerio Federico , dell’associazione Enzo Tortora, voce radicale di Milano e del Nord (con Viale, Manfredi e pochi altri) sbracciarsi a citare consolanti nuovi 20, 30, 40 iscritti. L’incapacità della gestione rosa si declina soprattutto per lo smacco subito a Milano dove i radicali sono stati cancellati. E Grillo non ha neanche protestato. Federico a Milano, cioè nel nord, non ha più una sede ed epocalmente rischia di non avere più un partito. Lo sforzo fatto dal PR “di destra” nella Seconda Repubblica per raccogliere l’antipolitica del Nord, con il suo carico di partite Iva, di nuovi lavori, di nuovo welfare, di federalismo, di antiburocratismo, è stato tutto prosciugato. Tutti i giovani leader tirati su sono finiti, o meglio rimasti, con gli slogan liberali, da viva l’America all’antisindacalismo. Non ci sono più Palma, Taradash e Della Vedova, ora in Forza Italia, non ci sono più gli amici di Daniele, concentrati su decidere.net. Di quella stagione non c’è più niente L’antipolitica del Nord è rimasta nelle mani di Berlusconi e Bossi, tra i quali siede oggi Della Vedova, domani Capezzone. Cappato e Dell’Alba stanno a Pannella come Battilocchio a De Michelis: fintanto che stanno in Europa, non sapremo che farebbero in Italia. A Milano un fronte solo, l ’ira antiProdi, accomuna Moratti, Giannino, i sindacalisti della UIL, dello Snater e dell’UGL: così niente pietà per chi è rimasto con il governo romano, da parte dei liberali che si sentono traditi, dei ciellini che non si fidano, dei leghisti antigarantisti. Al Nord, che aveva premiato l’E4P, è ora scempio della presenza radicale rimasta. Epocalmente i radicali milanesi sono stati sfrattati con la forza prima del congresso, in tempo di governo anche radicale. Tutte le Affittopoli e le Svendopoli del mondo, di gran moda a Roma e Napoli, e denunciate in questi giorni dai socialisti di Forza Italia, hanno prodotto il solo topolino di sfrattare dopo 27 anni i radicali dalla storica sede di Porta Vigentina. In un commovente e comico scambio di lettere tra il Giornale e Federico, il secondo ricordava le meritorie battaglie intraprese. Il quotidiano oggi di Giordano ribatteva seccamente: pagavate 40 euro l’anno. Sullo sfondo più grave e massivo delle speculazioni consumate all’ombra veltroniana, tra cui il riciclaggio camorristico alla conquista del centro dell’Urbe, denunciato dalla Bernardini, stride che l’unica applicazione di severità cada sui radicali milanesi. Eppure è ormai vero il pensiero Giordano: per il cittadino, anche le battaglie meritorie non meritano una lira delle sue tasse. Potesse, il cittadino farebbe chiudere tutte le strutture dedite al bene altrui e che gli schiacciano le spalle. Non è però per questi motivi, che la chiusura simbolica ( e speriamo temporanea) dei radicali a Milano rimanga inosservata da tutti, inclusi congressisti. Fosse stato chiuso con l’uso della medesima forza un centro sociale, ben altra sarebbe stata la baraonda politica.

L’antipolitica mancata

In fondo forse a Pannella non dispiace. Senza Nord ( e non potendo con onestà intellettuale essere al Sud) il PR è più che mai solo Torre Argentina. Il problema dell’identità oggi non si pone. Più è alto il fallimento politico o l’ambiguità di idee più è facile galleggiare al governo. Di Pietro, Realacci e Mastella insegnano. Un’identità non sembra averla più nessuno; il bipolarismo italiano voluto da Segni, ma anche da Pannella, non crea blocchi per programmi ma per amicizie personali e corporative. Anche i radicali in fondo sono un clan che in gran parte è dedito all’autosopravvivenza. Per gli altri, per noi, divenuto evidente che il mondo socialista è al collasso completo, è importante che tornino centrali non al governo ma nel mondo laico. Un qualche dialogo con la Uil, ultima realtà di massa di quel mondo sarebbe notevole, fuori dal bagno prodi che sta consumando i radicali ancor peggio di quando sciolsero il partito.

martedì 6 novembre 2007

Lo slogan di Marco ed Emma

di Arturo Diaconale


Fai un bilancio mediatico del congresso che i radicali hanno celebrato la scorsa settimana a Padova. E sei costretto a prendere atto che, a differenze del passato quando le assise nazionali dei seguaci di Marco Pannella erano un trionfo di trovate, battute, provocazioni, illuminazioni, proposte che bucavano il tradizionale muro di indifferenza eretto attorno agli avvenimenti radicali della grande stampa conformista, questa volta la tradizionale girandola di buchi si è risolta in due soli e modesti buchetti. Che poi si sono rivelati essere sempre lo stesso, piccolo ed isolato buco. Tutto è scattato con l’affermazione di Marco Pannella secondo cui i radicali saranno gli “ultimi giapponesi di Prodi”. Ma perché, ci si è chiesto, i nostri cari amici radicali dovrebbero continuare a combattere fino all’ultimo ed anche dopo la resa a discrezione dell’attuale Presidente del Consiglio? Per i Dico che sono stati abbandonati? Per i diritti civili che sono stati dimenticati? Per la Cina che per il governo è un mercato e non un paese dittatoriale? Per la moratoria sulla pena di morte che è stata scippata da Massimo D’Alema? Perché proprio durante la legislatura in cui per la prima volta nella storia i radicali sono entrati nella stanza dei bottoni il cardinal Ruini si proclama vincitore? La risposta agli interrogativi posti dalla affermazione di Pannella, che ha aperto il primo buchino, l’ha dato Emma Bonino, che ha sciolto tutti i dubbi ed ha dato forma al buco mediatico congressuale. Invece di illustrare i "risultati" della storica presenza dei radicali al governo, la combattente di tutte le battaglie laiche e libertarie ha definito il preannunciato taglio dei ministeri una “stronzata epocale”. Così l’indifferenza mediatica è stata finalmente forata ed il congresso di Padova ha avuto il suo slogan efficace. “Tengo poltrona!”.

giovedì 1 novembre 2007

E Romano gode con Spinelli




di Daniele Capezzone (Libero, 01/11/2007)


In una lettera pubblicata l'altro ieri dal giornale su cui solitamente scrive, La Stampa di Torino, Barbara Spinelli, prendendo le distanze da un recente fondo del direttore Giulio Anselnti, ha difeso a spada tratta il governo Prodi. E ieri, su Repubblica, Eugenio Scalfari ha molto lodato l'opinione della Spinelli e ne ha tratto lo spunto per difendere non solo il governo, ma la stessa opportunità che la legislatura prosegua fino alla fine. Usque ad finem, verrebbe da dire. Ecco, io non so se effettivamente Prodi cadrà presto o no. Credo però di sapere diverse altre cose, o almeno di essermi formato un’opinione in merito.

I tempi del decesso

1. Sia che cada sia che non cada nei prossimi giorni o settimane, l'esecutivo Prodi è già comunque politicamente morto. Se fossimo in un telefilm americano, qualcuno avrebbe già chiamato il "coroner", per accertare tempi, caratteristiche e modalità del decesso. Chiunque segua con un minimo di senso della realtà l'attività del governo, e soprattutto il suo ricasco parlamentare, infatti, sa che le cose stanno così. Ormai, per far passare qualcosa al Senato, il governo può solo puntare su un decreto, mettere la fiducia, e accompagnare il tutto con preghiere o riti scaramantici, a seconda dei gusti e delle convinzioni di ciascuno.

2. La vera partita inizierà un minuto dopo la caduta di Prodi. E allora parliamoci chiaro. E' vero, è sacrosanto che sarebbe meglio cambiare la legge elettorale prima di tornare a votare, ma è altrettanto vero - credo - che questo argomento ragionevole non può trasformarsi nell'alibi, nel pretesto, nell'escamotage per rinviare tutto alle calende greche, e per non andare mai alle elezioni.
Siamo onesti: per capire se c'è o no la volontà e l'effettiva possibilità di cambiare la legge elettorale, bastano pochissimi giorni, al massimo alcune settimane. Dopo di che, se ci si riesce, bene; se non ci si riesce, non mi parrebbe serio prolungare un'agonia in modo indefinito. E la cosa più preoccupante è che qualcuno, ingannando -temo - se stesso e gli altri, parla addirittura di riforme costituzionali (che richiedono quattro passaggi parlamentari!): ecco, ve lo immaginate un provvedimento di questo tipo che riesca a ottenere in questo clima due voti alla Camera e altri due al Senato? Non scherziamo.

3. Diciamocela tutta. Anche nel centrosinistra e in pezzi rilevanti dell'establishment italiano, ci si è resi conto del fatto che l'esecutivo Prodi è impresentabile, e quindi si vorrebbe archiviare presto questa pagina poco gloriosa. Ma Prodi resiste, ed è pronto a difendersi con tutti i mezzi. Lo si è capito a Milano sabato scorso, quando, nella festa camomillizzata del Partito democratico, Prodi ha pronunciato un discorsetto che assomigliava ad un avvertimento, anche e soprattutto per i capi ulivisti seduti in prima fila, Veltroni incluso.

Stampa "demogradiga"

4. E tuttavia, come si diceva, pare difficile che Prodi possa restare in sella. Ma un minuto dopo, Veltroni, i pezzi di establishment di cui dicevo, la stampa "demogradiga", pezzi di magistratura perennemente "in lotta", e insomma, tutta la solita compagnia cantante, saranno concordi nel preferire un governicchio, destinato (a parole) a durare poco, ma (nella realtà) a far passare almeno un annetto. Pur di evitare nuove elezioni subito.

5. In quell'annetto, ripartirà il circo giustizialista, da Milano a Palermo; Veltroni si consoliderà o comunque si accomoderà su tutte le tv più o meno a reti unificate (come già sta facendo: pur precisando, chiaramente, che lui non vuole andarci...); cementerà (sempre grazie alla stampa "demogradiga") il rapporto oggi sfaldato con il Nord e i ceti produttivi: insomma, riallestirà la gioiosa macchina da guerra (il blocco del potere e dei poteri italiani) che nel 1994 furono sconfitti dall' "imprevisto" rappresentato da Silvio Berlusconi.

Può darsi che siano mie fantasie, mie illazioni. Ma non credo di sbagliare se ipotizzo che questo è lo scenario accarezzato da tanti, da troppi. E non credo di sbagliare se dico che a questo punto i fautori (sia quelli consapevoli sia quelli inconsapevoli; non mancano neanche questi ultimi, come sempre) del governicchio, del rinvio delle elezioni, delle "lunghe attese", sono o rischiano di diventare collaboratori del progetto "Gioiosa macchina da guerra 2". E stavolta il pilota sarà molto più abile di Achille Occhetto.

E per questo che, se dovessi dare un consiglio (non richiesto) non solo al centrodestra, ma più in generale a tutte le persone libere, a chi non ha interessi precostituiti da difendere, suggerirei non solo di fare il possibile per sventare queste manovre dilatorie, ma soprattutto di ricordare che nel 1994 l'allora Polo delle libertà vinse perché seppe dare a se stesso contenuti e caratteristiche innovative, facendo comprendere agli italiani che il vecchio allignava proprio in quel centrosinistra del potere e dei poteri.
Oggi sarebbe necessario qualcosa di analogo: riprendere in mano bandiere importanti di cambiamento, di trasformazione, di modernizzazione (in primis, l'abbassamento drastico della pressione fiscale, e magari il passaggio a una tassa piatta, come non mi stanco di ripetere).
Tagliare le tasse, tagliare le tasse, tagliare le tasse. Altrimenti, prevedo tempi grami...

La libertà di giudizio

P.S. Un'ultima cosa, laterale e marginale. Non è la prima volta che la Spinelli difende il governo, e non è la prima volta che si trova a commentare anche l'attività del ministro dell'Economia Padoa Schioppa. Sono certo, anzi certissimo che lo faccia con piena convinzione e con assoluta libertà di giudizio. E sarei pronto a contestare chiunque dovesse metterlo in dubbio, perché non c'è bisogno
di pettegolezzi o di cadute di stile. Certo, però, un qualunque giornale americano che si trovasse ad ospitare articoli di quel tipo chiarirebbe, per dare al lettore un elemento in più di conoscenza e di valutazione, il tenore dei rapporti tra i due protagonisti. Ma l'America è lontana. Tanto lontana da qui, purtroppo.

Epifani: Proposta nuova,ma ricetta vecchia!


Epifani,nella sua proposta al Corriere della Sera di qualche giorno fa , dimostra di essere sempre piu il leader di un sindacato buracratico che si muove con una logica da ente parastatale, incapace di qualsiasi vera innovazione.

Anziche' riflettere sull'inefficienza della contrattazione collettiva,sui guasti di una superata normativa sul mercato del lavoro e su un sistema previdenziale "generoso", Epifani propone un contributo statale di cento euro a ciascun lavoratore dipendente e pensionato, nella forma di un aumento della detrazione sul lavoro dipendente, attraverso la riduzione degli sprechi e la tassazione sulle rendite.

Il leader della Cgil in sostanza propone di alzare le tasse ai lavoratori autonomi ,imprese e risparmiatori per ridurle ai lavoratori dipendenti,invece di una generale riduzione delle tasse a tutti.

Epifani dovra' pure spiegare come si fa a parlare di ridurre gli sprechi,quando il sindacato non e' mai in prima linea quando si parla di merito e mobilita'o di cacciare i fannulloni dal lavoro pubblico.Oppure come si fa a parlare di riduzione del prelievo fiscale ,quando poi la Cgil sostiene l'assunzione in blocco dei precari nelle pubbliche amministrazioni?

Oggi il sindacato e' sempre piu una potente lobby elettorale in cerca di prebende pubbliche per i suoi iscritti, pagati dalla totalita' dei contribuenti.

W.O.