Luci e sopratutto ombre della coalizione di Pannella alla luce del recente congresso.
6 novembre 2007
di Giuseppe Mele
Che sia Rimini, o Padova, i congressi si fanno dove ci sono le migliori offerte fieristiche; per cui riecco un anno dopo i radicali: stessa spiaggia, stesso mare, stessa città, stessi luoghi, stesse facce. O meglio, meno di prima in quello che sembra il prolungamento del congresso del 2006, con meno verve, più solitario e triste. Bastian contrario, da partito di governo, solo il Partito Radicale poteva perdere consensi, invece di acquisirne, e si potrebbe apprezzarne le evidenti incapacità lottizzatorie. Purtroppo la neotrasparenza sui costi della politica imposta da Stella, sottolinea il quasi intero sbarco della truppa radicale nelle consulenze ministeriali: in rapporto ai voti, solo gli ambientalisti fanno meglio. I radicali non sono più i moralizzatori della politica, sommersi da un lungo elenco di competitor. Quando Bordin la mattina recita Stampa e Regime, non si capisce più sotto quale dei due termini si collochi il PR. In fondo anche questo è il segno della grande debacle che il mondo laico nel suo insieme sta soffrendo.
Mancato trionfo
Non bastano nemmeno i pianti e gli applausi per la notizia del deposito all'Onu da parte di 71 Paesi della risoluzione della moratoria contro la pena di morte, a tirare su il VI congresso, omaggiato da questo “bel regalo” per dirla con la neosegretaria Bernardini. Il congresso sarebbe dovuto essere un trionfo, un’autocelebrazione per le notizie internazionali: Pannella aveva ragione su Saddam in esilio; di più, un manipolo guidato dal Marco e da un ex terrorista, riesce ad imporre un tema indigesto ad Usa e Cina, cioè a tutti. In altri tempi ci sarebbero stati tavoli per strada, manifesti e cotillon; oggi ci si lascia scippare dalla Comunità di Sant’Egidio e dai grazie di D’Alema che forse passerà alla storia per una cosa fatta bene (difatti non sua). Che italiani ed europei sulla pena di morte siano indifferenti, che l’Onu da 30 anni condanni l’esistenza di Israele, che le ambasciate siano restie non importa, ma le reazioni dei Diliberto e Mastella dettano spesso le divisioni interne sulle corsie dell’antiUSA (incredibile) o dell’antiterzomondismo. I radicali, dopo un anno di bagnoprodi, sono cambiati, più ancora di quando divennero “di destra”. Si sono fatti guardinghi, mediatori ed invisibili. Più che alle piazze, badano all’umore di Prodi ed al termometro dei suoi rapporti con i variegati alleati. L’invisibilità annunciata un anno fa a Padova è stata mantenuta e Prodi non ha avuto problemi veri di tipo“laicista”, dalle donne ai gay, dalle liberalizzazioni al welfare, per non dire di Cina e diritti umani. Di fronte allo scavezzacollo Capezzone, finito in mille iniziative accomunato al centrodestra, poi ci si è immersi sottoacqua. Il Pr, in epoca di welfare è finito nel gruppone antiradicali, dove per radicali bisogna intendere secondo una stampa paradossale e farsesca i comunisti.
Rosa radicale
Sul secondo congresso consumato al governo scompare il solito profilo tranchant, ed ecco il nuovo spirito rosa radicale della deputata Donatella Poretti: “Dopo molti anni i radicali sono tornati nelle istituzioni. Siamo in Parlamento, siamo in maggioranza e siamo al Governo. Ciò comporta una responsabilità da condividere con tutti i radicali”. Bisogna capirli, i radicali, sono al governo. A riportare il clima di Palazzo Chigi, c’è Emma, che porta buone notizie, per esempio nella finanziaria spendacciona dello scorso 28 settembre, anche 200 milioni per la finanziaria pubblica per l'internazionalizzazione (SIMEST) e per le imprese. Denaro per burocrazia ed imprese, un segno di cambiamento, non c’è che dire. Il Pr di governo, come fanno i postcomunisti, elegge per il Nord voci dalla cadenza inequivocabile: gli uni il pisano Letta ed il veneto Padoa Schioppa; gli altri a parte Emma, introducono un altro pisano, presentatore congressuale, il figlio di Sofri. Sofrino dopo Ferrara, libri, rubriche e riviste, dimostratosi una testa di legno, potrà aspirare ad una degna carriera, magari come vice Riotta. La facesse, si direbbe anche in quota di quale partito. Tutto, anche Sofrino, è il prezzo da pagare per essere partito di governo. In controluce, questo è lo slogan del congresso: niente elezioni anticipate, difendiamo il nostro ministro. Mito con qualche scalfittura, la Bonino non è mai stata tenera con le donne, vedove o lavoratrici; è l’unica voce a chiedere parità nel bene e nel male e non si fa chiamare ministra riscaldata come la Pollastrini. Una pasionaria già arrestata per azione pro aborto, che bada al merito e rifiuta le scorciatoie da madri, figlie, mogli ed amanti predilette da molte per iscriversi direttamente alle segreterie. E’ suo però il diktat sul mantenimento della triade rosa (Rita Bernardini segretaria, Elisabetta Zamparutti tesoriera e Maria Antonietta Farina Coscioni presidente) con motivazioni paradossali: le tre dirigenti "si sono meritate la loro posizione distinguendosi per la loro etica del fare, piuttosto che per una impronta mediatica che non appartiene alla mentalità radicale".
Cosa erano i Radicali e chi era Emma
A parte la querula polemica interna con l’ex, vengono alla memoria i sit in, i bavagli in Tv, le marce oratorie di 36 ore, la diretta radio aperta a chiunque, l’Emma commissaria europea che scende su una corda dall’elicottero sul peschereccio canadese, i cartelli giganti dei sabati davanti a Palazzo Chigi, gli arresti in conferenza stampa. Veramente i radicali non hanno mai cercato di attirare l’attenzione? Emma diventò un mito, con l’E4President: un 8% realizzato in un clima politico simile all’attuale nella previttoria berlusconiana del 2001.Si scopre nel congresso della governabilità che lo spirito radicale non fa scandalo, è moderato, pacato, più che a polemizzare, teso al fare. Se è così, allora è il tempo delle maestrine dalla matita rossa, quelle che a Roma fanno corifeo al Veltroni. La platea qualche dubbio deve averlo avuto, perché malgrado il sostegno del padre – Marco - e madre – Emma - della patria e l’assoluta assenza di qualunque voce stonata, il 30% ca. non le ha votate anche quando erano le uniche candidate (185 voti per la Zamparutti e 205 per la Coscioni su 271 ). La segretaria Bernardini almeno un oppositore, sia pur debolissimo, l’aveva, l’ostinato e poco desiderato piemontese Silvio Viale che malgrado le minacce di enne interventi perché rinunciasse, ha preso tra voti e fughe dalla sala e da Marco quasi 100 adesioni su 250. Un anno fa i problemi posti con inaudita gravità erano l’inattività parlamentare e di tesseramento del segretario Capezzone; un anno dopo il divorzio del figliol prodigo non li ha rimossi, anzi.
Fallimento
Il tesseramento affidato alla cura sapiente delle tre vestali di segreteria (verrebbe da dire attente come madri di famiglia) è precipitato, dato l’obiettivo di 200mila, a meno duemila (ca.1700). Nemmeno l’ex segretario era riuscito a tanto, ma lui aveva il pregio di riempire spazi di pregiati giornali, accademie e talk Tv. Quanto al controllo sulle presenze, è rimasto argomento dei soli radicali romani. Su tutto ciò l’accumularsi di scippi subiti senza reazione: una dietro l’altra le battaglie radicali passano in mano ad altri che le restituiscono spente. Mastella un anno fa si era preso indulto ed amnistia; poi Grillo e Stella, quella su sprechi ed illegalità. Poi gli scippi senatoriali (vera azione ad escludendum Pannella) e della stessa Rosa nel Pugno, per la quale la doppia tessera dei socialisti è oggi accondiscendenza. Non parliamo poi dello strumento referendario, ormai divenuto di uso comune e senza più quell’effetto shock che aveva al tempo dei blocchi della guerra fredda. Senza colpe e senza meriti, nell’anno delle pari opportunità, la gestione in rosa è stata da segreteria, con i manager in ferie, però. Un disastro, senza forza, immagine, proposizione, un’assenza ed ininfluenza cadute ovviamente a fagiolo di Emma che vuole occuparsi del ministero e di Marco che, tra antivatican, legge biagi, transnazionale e San Vincenzo laica, più che scegliere vuole restare padrone, assieme alle donne ed a reduci talvolta pienamente arteriosclerotici. Sembra di essere al corifeo delle Giuliani, delle Calipari, delle Moro e delle Dalla Chiesa: la presenza della Coscioni è un omaggio al marito, che a sua volta non era un politico ma un’icona; la Zamparutti segue a scia D’Elia che a sua volta seguì quella della buonanima della moglie Di Lascia, a sua volta vice Pannella negli anni ’90. La Bernardini è un’altra cosa: è molto chiederle di interpretare il filogovernismo prodiano a lei che ha un’impronta di sinistra antidc e giacobina al massimo grado. Storicamente impegnata su Roma, in queste condizioni è un’amministratrice fallimentare che segue disposizioni.
Mille politiche blu
Che non sono chiare. C’è il tam tam fatto precedere al congresso da Marco che pone la contrapposizione – aut aut - tra diritti umani e welfare, cioè Darfur e Dini. C’è uno dei due esegeti ufficiali di Pannella, Michele De Lucia. (l’altro è D’Elia ) che spiega :” La riforma Maroni era giusta ma dilazionata apposta per essere abrogata. La riformina pensionistica Prodi vale meno ma è un fatto perché vale subito. Quindi viva Prodi ed abbasso Berlusconi. Bisogna proseguire sviluppando appieno la legge Biagi, dividendo assistenza e previdenza, staccandone le presenze e spese superflue burocratiche.” Come dire staremmo a destra se fosse destra. La destra è però clericale. E si potrenne obiettare: invece il PD non lo è? Sul PD, a partire dalla candidatura Pannella, vero mistero italiano, rincara Rita: Il Partito democratico - spiega - deve poter federare realtà e interessi diversi, in particolare realtà vitali marginalizzate”. Qualcuno ci spieghi se il PD è l’alleanza cattocomunista da sempre avversata dai laici o no. Su tutto ciò, mentre Viale ricorda che Attila è alle porte, con l’obiezione di coscienza dei farmacisti, la Bernardini candidamente rilancia sul “diritto di famiglia, per completare il percorso iniziato nel 1975". Ancora De Lucia che splendidamente traccia un’agghiacciante ritratto dell’Inps, sorprendentemente simile a quello di Angeletti, ci spieghi come la sua analisi sposi le liberalizzazioni filo Coop di Bersani.La linea politica: una, nessuna e centomila.
La scomparsa dei radicali al Nord
A Padova non è stato affrontato purtroppo il tema delle incapacità, tanto che è toccato proprio all’ottimo ma timido Valerio Federico , dell’associazione Enzo Tortora, voce radicale di Milano e del Nord (con Viale, Manfredi e pochi altri) sbracciarsi a citare consolanti nuovi 20, 30, 40 iscritti. L’incapacità della gestione rosa si declina soprattutto per lo smacco subito a Milano dove i radicali sono stati cancellati. E Grillo non ha neanche protestato. Federico a Milano, cioè nel nord, non ha più una sede ed epocalmente rischia di non avere più un partito. Lo sforzo fatto dal PR “di destra” nella Seconda Repubblica per raccogliere l’antipolitica del Nord, con il suo carico di partite Iva, di nuovi lavori, di nuovo welfare, di federalismo, di antiburocratismo, è stato tutto prosciugato. Tutti i giovani leader tirati su sono finiti, o meglio rimasti, con gli slogan liberali, da viva l’America all’antisindacalismo. Non ci sono più Palma, Taradash e Della Vedova, ora in Forza Italia, non ci sono più gli amici di Daniele, concentrati su decidere.net. Di quella stagione non c’è più niente L’antipolitica del Nord è rimasta nelle mani di Berlusconi e Bossi, tra i quali siede oggi Della Vedova, domani Capezzone. Cappato e Dell’Alba stanno a Pannella come Battilocchio a De Michelis: fintanto che stanno in Europa, non sapremo che farebbero in Italia. A Milano un fronte solo, l ’ira antiProdi, accomuna Moratti, Giannino, i sindacalisti della UIL, dello Snater e dell’UGL: così niente pietà per chi è rimasto con il governo romano, da parte dei liberali che si sentono traditi, dei ciellini che non si fidano, dei leghisti antigarantisti. Al Nord, che aveva premiato l’E4P, è ora scempio della presenza radicale rimasta. Epocalmente i radicali milanesi sono stati sfrattati con la forza prima del congresso, in tempo di governo anche radicale. Tutte le Affittopoli e le Svendopoli del mondo, di gran moda a Roma e Napoli, e denunciate in questi giorni dai socialisti di Forza Italia, hanno prodotto il solo topolino di sfrattare dopo 27 anni i radicali dalla storica sede di Porta Vigentina. In un commovente e comico scambio di lettere tra il Giornale e Federico, il secondo ricordava le meritorie battaglie intraprese. Il quotidiano oggi di Giordano ribatteva seccamente: pagavate 40 euro l’anno. Sullo sfondo più grave e massivo delle speculazioni consumate all’ombra veltroniana, tra cui il riciclaggio camorristico alla conquista del centro dell’Urbe, denunciato dalla Bernardini, stride che l’unica applicazione di severità cada sui radicali milanesi. Eppure è ormai vero il pensiero Giordano: per il cittadino, anche le battaglie meritorie non meritano una lira delle sue tasse. Potesse, il cittadino farebbe chiudere tutte le strutture dedite al bene altrui e che gli schiacciano le spalle. Non è però per questi motivi, che la chiusura simbolica ( e speriamo temporanea) dei radicali a Milano rimanga inosservata da tutti, inclusi congressisti. Fosse stato chiuso con l’uso della medesima forza un centro sociale, ben altra sarebbe stata la baraonda politica.
L’antipolitica mancata
In fondo forse a Pannella non dispiace. Senza Nord ( e non potendo con onestà intellettuale essere al Sud) il PR è più che mai solo Torre Argentina. Il problema dell’identità oggi non si pone. Più è alto il fallimento politico o l’ambiguità di idee più è facile galleggiare al governo. Di Pietro, Realacci e Mastella insegnano. Un’identità non sembra averla più nessuno; il bipolarismo italiano voluto da Segni, ma anche da Pannella, non crea blocchi per programmi ma per amicizie personali e corporative. Anche i radicali in fondo sono un clan che in gran parte è dedito all’autosopravvivenza. Per gli altri, per noi, divenuto evidente che il mondo socialista è al collasso completo, è importante che tornino centrali non al governo ma nel mondo laico. Un qualche dialogo con la Uil, ultima realtà di massa di quel mondo sarebbe notevole, fuori dal bagno prodi che sta consumando i radicali ancor peggio di quando sciolsero il partito.