martedì 11 marzo 2008

Protezionista o liberale? I dubbi del Pdl





• da Il Sole 24 Ore del 11 marzo 2008, pag. 12


di Guido Gentili







Il programma del Pdl è liberal-liberista o social-protezionista? Prevalgono le idee di Tremonti, il cui nuovo libro, La paura e la speranza, sta infiammando il confronto politico, o quelle della pattuglia Brunetta-Martino-Della Vedova? Infine: che cosa sceglierà di fare, o di non fare, Berlusconi?



Partiamo da un dato di fatto: la " Carta dei Valori", cioè l'ancora del programma del Pdl. Volendo semplificare, si può dire che la lettura delle sei cartelle riflette assai di più le tesi di Tremonti che non quelle del terzetto pro-globalizzazione (frutto a sua volta di convergenze diverse: Brunetta socialista, Martino liberale "friedmianiano", Della Vedova riformista radicale).Si legge nella "Carta" che il "modello sociale europeo" è quello cui occorre far riferimento e che la globalizzazione ha imposto «rapidi e non sempre positivi cambiamenti alla nostra vita sociale ed economica».

Da qui la sfida per «fondere armoniosamente le nuove forze di mercato con il dinamismo economico, il rispetto della persona umana, e la responsabilità sociale».Conclusione operativa: «Noi ci impegniamo a sostenere in sede europea politiche mirate a ridurre il volume delle regole non essenziali (tipo la fitta normazione sulle dimensione delle cipolle, ndr) e a difendere la nostra produzione dalla competizione asimmetrica che viene dall'Asia, dove è necessaria l'effettiva e paritetica applicazione delle regole di rispetto sociale e ambientale comunemente accettate e sottoscritte dai più importanti Paesi asiatici».Insomma, il Pdl preme perché l'Europa si difenda dalla sleale concorrenza asiatica con il sistema dei dazi e delle quote, concetto ripetuto nelle "missioni" del programma.

È l'idea forte di Tremonti, sulla scia dei programmi "difensivi" di McCain e Obama negli Usa. E l'idea della Lega, ieri come oggi.Il 20 febbraio è apparso su «La Padania» un documento a doppia firma Bossi-Tremonti così titolato: «La globalizzazione ha fatto esplodere il carovita e ha rovinato le famiglie coi mutui». Si parla di crisi dell"assolutismo capitalista", di «follia che ci ha staccato dai valori», di «ritorno alla materialità del duro lavoro, l'opposto dei salotti e dei loft della finanza».

Si consideri, poi, che lo stesso Berlusconi, in caso di vittoria, ha annunciato per Tremonti un ruolo da ministro dell'Economia. Il che dovrebbe spegnere ogni altra polemica sul senso di marcia (piaccia o non piaccia) della politica del Pdl.Ma ecco il problema: Berlusconi. Nel 2004, su pressione di Fini e Casini, costrinse proprio Tremonti, che criticava Pallora Governatore Fazio, a lasciare il ministero. Salvo poi ripescarlo, in finale di legislatura, dopo la breve parentesi di Siniscalco. E (piaccia o non piaccia) fu proprio Brunetta, consigliere di Berlusconi, uno dei critici più severi di Tremonti nel corso della passata legislatura.Oggi, dietro le quinte dell'interessante confronto culturale, lo schema si ripete.

Di qua Tremonti, di là i suoi critici, ma tutti sotto lo stesso tetto (fattosi più grande). Berlusconi galleggia sui contrasti e non arbitra la partita, finendo così per accrescere la confusione. E quando fischia il Cavaliere ecco scendere in campo il leader ultra dei tassisti romani Bittarelli e l'imprenditore Ciarrapico (fascista, ma anche nel recente passato ammiratore del Pd di Bettini e Veltroni). All'insegna, sconcertante, del tutto si tiene. Anche se tutto ha un limite invalicabile











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Quegli esclusi... con dolore




• da L'Opinione del 11 marzo 2008, pag. 1


di Paolo Pillitteri



Diciamocelo: la battuta migliore, come (quasi) sempre, l'ha detta il Cavaliere alle prese con inclusioni (poche) ed esclusioni (significati­ve) dalia lista. "Ci vorrebbe il proporzionale, troppe esclusioni sono dolorose!". In effetti, le esclusioni motu proprio sono state non soltanto dolorose - per gli esclusi, ma non solo - ma soprattutto indicative, se non di un progetto "anti", per lo meno di una tendenza "versus". Quando infatti il Leader del Pdl ha messo in cima ai suoi pensieri l'entrata nel PPE intesa non solo come exequatur europeo per l'ex fascismo finiano ma anche in funzione di una ulteriore captatio benevolentiae della Chiesa ritenuta troppo spostata sul trio Casini-Pezzotta-Tabacci, in quel momento si metteva in disparte il cosiddetto partito liberale di massa, con annessi e connessi di casa laica, liberismo e libertarismo ecc. Scelta legittima, ben s'intende e, forse, utile. Quel forse è tuttavia inficiato da una serie di valutazioni che il complesso delle liste "nuove" - a destra come a sinistra - suggerisce. Intanto sorprende, e non favore­volmente, l'esclusione di Daniele Capezzone, già punta avanzata di una suggestiva posizione liberista che, con la sua uscita-esclusione dal clan di Pannella aveva messo in risalto le contraddizioni insanabili dentro il governo Prodi e contribuito alla sua crisi, sgretolando i consensi sul versante agenda Giavazzi, liberalizzazioni, club dei volonte­rosi. Se si pensa che nel campo opposto il Veltroni ha immesso nelle liste personaggi bensì dell'imprenditoria ma solo "pour epater", perché slegati da un preciso proget­to in chiave modernizzante e liberalizzatrice - come invece ha fatto per anni il lungimi­rante Zapatero portando, se possibile, an­cora più a maturazione i frutti del liberali­smo di Aznar - sorge una domanda: che fine farà la pattuglia radicale finita embedded dentro un Pd che quanto a laicismo è agli antipodi del vittorioso Psoe? Altre assenze, sempre su questo versante, sono non meno significative, se si pensa al disprezzo veltroniano per i socialisti, forse per timore del contagio del solo nome, proprio nel mo­mento in cui stravincono in Spagna. E che dire, a destra, della decimazione della pat­tuglia laico-liberale di Jannuzzi, Del Penni­no, Biondi, Sterpa e altri ancora? Il lamento berlusconiano per le amputazioni necessarie si salda con l’implorazione per quel proporzionale, cancellato proprio dal calderoliano "Porcellum" che ha sostituito la scelta dei parlamentari da parte dell'elettore con una semplice nomina dall'alto. Una pacchia, per i capipartito, ancorché dolorosa... E dell'e­sclusione di Mastella, prosciolto dopo un massacro media­tico "a la Craxì", per dirla alla francese, la­sciato solo da amici antichi e nuovi che, pure, si erano spesi in promesse? Che la sua, di fermarsi un giro, appare come una delle risposte più di­gnitose all'impe­rante "menefre­ghismo". Dal "me ne frego" di squadristica memoria che accomuna la politica e l'anti­politica in nome del tirare a campare. Per vincere. E per governare?

Casini 2008 vs Casini 1994. Perché è utile il “voto utile”


di Daniele Capezzone



Roma, 11 mar (Velino) - Pierferdinando Casini e la sua Udc allargata (o un po’ allargata) sono molto irritati dal richiamo berlusconiano al voto utile: ne temono la valenza delegittimante rispetto alle loro velleità terzopoliste, e ne temono soprattutto la forza elettorale. Insomma, a Via Due Macelli si paventa una brutta sorpresa elettorale, nonostante le ostentazioni di sicurezza fatte in tv da tutti gli esponenti centristi (peraltro, a reti unificate: Casini e i suoi sono infatti i più coccolati, finora, dal sistema televisivo).

Ma il leader Udc, in realtà, ha poco di cui lamentarsi. In realtà, scegliere tra Pdl e Pd è positivo e razionale, innanzitutto, perché incoraggia una logica di semplificazione, una spinta verso un tendenziale bipartitismo, come avviene in tutti i Paesi dell’Occidente avanzato.

Da questo punto di vista, non si tratta solo di un “voto utile”, ma soprattutto di un “voto che decide”, di un “voto di Governo”. Tutti gli altri voti - e in primo luogo il voto all’Udc - sono certamente rispettabili, ma non decideranno sul Governo.

O, peggio ancora, rischierebbero di consegnare ad alcuni capipartito una delega in bianco, per costruire Governi dopo il voto, senza o contro la volontà degli elettori.

Ecco perché le scelte sono due: o di qua, o di là.

Tra l’altro, la scelta di Pierferdinando Casini contraddice la giusta decisione che lui stesso prese nel 1994, quando, mentre un pezzo della vecchia Democrazia Cristiana (con Martinazzoli) si metteva di mezzo, Casini comprese che doveva schierarsi in uno dei due Poli. Perché oggi capovolge quella giusta scelta di 14 anni fa?

Mai liste così modeste. Unico criterio: la fedeltà al capo





• da Il Sole 24 Ore del 11 marzo 2008, pag. 15


di Stefano Folli





Ora che la battaglia delle candidature è finita, si può verificare quanto siano mediocri le liste approntate dalle due maggiori formazioni, Popolo della libertà e Partito democratico. Salvo rare eccezioni, la pessima legge elettorale in vigore ha permesso ogni sorta di abuso ai vertici dei due partiti. Basta scorrere l'elenco dei candidati «blindati», cioè sicuri dell'elezione. Sono stati svuotati gli uffici stampa e le segreterie, saccheggiati i ruoli degli «assistenti parlamentari». Il seggio garantito è un'elargizione offerta dal capo-partito ai suoi subalterni fedeli.



Appunto la fedeltà è l'unica dote richiesta. Non la preparazione professionale o la conoscenza del diritto e della macchina dello Stato, tanto meno il senso politico. Niente di tutto questo, ma l'assoluta fedeltà ai voleri del leader. Difatti si va in Parlamento quasi esclusivamente per premere il pulsante nelle votazioni. Non per svolgere attività legislativa, mettere a punto disegni di legge e interrogazioni, alimentare il dibattito sui grandi temi. E nemmeno ci si va per tenere qualche discorso di rilievo in aula (peraltro quasi sempre semi-deserta).



Nella remota e vituperata Prima Repubblica il lavoro parlamentare assorbiva energie spesso di prim'ordine. Anche quando il sistema politico stava degenerando, alla Camera e al Senato agiva un piccolo esercito di professionisti della vita civile, oppure di professionisti della politica: in entrambi i casi erano personaggi in grado di lasciare un'impronta nella legislatura. E gli errori di fondo (ad esempio, le leggi che gonfiavano la spesa pubblica) erano il frutto di scelte politiche sbagliate, quasi mai nascevano dalla cattiva qualità del singolo legislatore.



Ora è diverso. Complice la legge Calderoli, i due leader, Berlusconi e Veltroni, hanno riempito le liste con le figure più stravaganti. Tanto nessuno deve prendersi la briga di raccogliere voti, fare campagna elettorale, convincere gli italiani. Non ci sono collegi, se non pro-forma. Non c'è più alcun rapporto fra gli elettori e l'eletto. Le radici territoriali sono sempre meno importanti. C'è una deputata altoatesina di Forza Italia, molto nota a Bolzano, che si è ritrovata spedita in Campania.



Per certi aspetti, si registra anche sui criteri delle liste una curiosa simmetria fra i due principali contendenti. Che procedono per categorie: le donne, i giovani... Ma in realtà le figure davvero rappresentative della società (le scienze, l'università, il mondo produttivo) non sono più di una ventina. Il resto serve solo a far da contorno ai capi. Infatti si voteranno i leader, non i candidati. Mai campagna elettorale è stata così centrata sui due personaggi-simbolo, Berlusconi e Veltroni. Tutti gli altri svaniscono sullo sfondo, una volta esaurita la loro breve funzione simbolica.



Per il resto avremo chi porterà in Parlamento l'inesperienza, come ha detto una simpatica ragazza veltroniana. Viceversa, dalle Camere resteranno fuori molti esponenti della cultura liberale (lo ha notato su queste colonne Salvatore Carrubba). La penosa polemica intorno a Ciarrapico e alla sua fede fascista la dice lunga sulla sensibilità di chi ha compilato le liste. Nell'Italia del 2008 avremo in Parlamento Ciarrapico, ma non Capezzone. E nemmeno un vecchio leone come Marco Pannella ha trovato ospitalità (nonostante il gesto del socialista Boselli). L'argomento dell'età è servito a eliminare personaggi scomodi e soprattutto poco allineati ai due leader di partiti che ormai sono solo macchine per raccogliere il consenso.

"E' l'uomo giusto": così Letta ha spinto Silvio a candidarlo




• da La Stampa del 11 marzo 2008, pag. 3


di Augusto Minzolini



Sul nume tutelare che ha imposto nelle liste della Pdl il nome di Giuseppe Ciarrapico e sui motivi di questa scelta ieri se ne sono dette tante. Si è parlato di Cesare Previti, già parlamentare e ministro di Forza Italia e avvocato fidato di Silvio Berlusconi. Mentre tra le congetture la più gettonata è stata quella che inquadra la candidatura del Ciarra, fascista non pentito che negli anni si è ritrovato alla corte di Andreotti con una grande passione per i giornali e le acque minerali, come un’operazione «anti-Storace». In realtà il personaggio che lo ha voluto in lista a tutti i costi, visto che Gianfranco Fini ha smentito la paternità della scelta come pure mezza Forza Italia, è stato niente poco di meno che il gran visir del Cavaliere, Gianni Letta. «E’ una cosa che dobbiamo fare», si è limitato a dire dall’alto della sua influenza alla commissione del partito che ha lavorato sulle liste. E così è stato. Né le dichiarazioni imprudenti sul fascismo (l’uomo ombra di Berlusconi ha fatto una lavata di testa al candidato), né le magagne che il «Ciarra» si porta appresso (l’ultima è del 31 gennaio con l’Agenzia delle entrate che lo ha iscritto a ruolo per un’evasione di un milione e mezzo di euro di imposte personali) gli hanno fatto cambiare idea o sorgere qualche dubbio sull’opportunità. Ma in fondo Letta qualche ragione ce l’ha. Ricorda con una punta d’ironia Mario Valducci, uno dei maghi del marketing politico del Cavaliere: «Negli anni in cui andava a braccetto con il principe Caracciolo e i suoi quotidiani in Ciociaria attaccavano il centro-destra, per Veltroni e i suoi Ciarrapico era un perfetto democratico. Ora che è venuto con noi è tornato fascista».

Cose che avvengono in questa strana campagna elettorale in cui può succedere di tutto. C’è chi come Ciarrapico è stato imposto dentro le liste da Letta e chi come l’ex presidente della Confindustria, Antonio D’Amato, rifiuta la candidatura quando, in realtà, è stato rifiutato. Sempre da Letta. Già, perché D’Amato ha dichiarato ai quattro venti di aver detto «no» al Pdl per questioni programmatiche, ma dalle parti del Cavaliere viene offerta un’altra versione: che alla fine chi ci ha ripensato non è stato l’industriale napoletano ma proprio Berlusconi che si è fatto due conti e ha capito che non valeva la pena di ingaggiare uno scontro mortale con Confindustria. Dall’attuale stato maggiore dell’associazione degli industriali, infatti, è arrivato recapitato al solito Letta un veto preciso sul nome di D’Amato: la sua candidatura sarebbe stata interpretata come una dichiarazione di guerra. Di fronte a queste controindicazioni, Berlusconi, spinto dal suo gran visir, si è stufato di andare dietro ad un candidato che da giorni la faceva difficile.

Appunto, la campagna elettorale è costellata di mezze verità. Un’altra riguarda il ritiro dalla politica di Romano Prodi. Qualche ingenuo ha scritto che la scelta del Professore poteva essere interpretata come un attacco al leader del Pd. Invece, è stato l’esatto contrario. Di sicuro Berlusconi e i suoi consiglieri la considerano un aiuto al centro-sinistra. La campagna elettorale del Cavaliere, infatti, è tutta impostata sul Leitmotiv: dietro a Veltroni e al Pd c’è l’ombra di Prodi. Con il suo annuncio l’attuale premier ha tentato di non essere più un «handicap» per i suoi. «Si è tolto di mezzo - ha spiegato ai suoi il Cavaliere - per alleggerire della sua zavorra Veltroni. Noi comunque continueremo a ricordare che è ancora a Palazzo Chigi». Del resto, sembrerà paradossale, il «ritiro dalla politica» era la mossa più politica che il Professore aveva a disposizione: il suo è un gesto nobile che lo colloca al di fuori della bagarre e con il quale acquisisce riconoscenza. Per il futuro si vedrà? A stare appresso alle dichiarazioni del passato a quest’ora Veltroni doveva avere in tasca un biglietto per l’Africa da un pezzo. Pochi glielo hanno rammentato. Se un giorno il Professore dovesse tornare in un modo o nell’altro in politica saranno sempre quei pochi a rinfacciargli il ritiro di oggi.

Del resto in campagna elettorale tutto è permesso. Basta un candidato sbagliato per scendere nei sondaggi e una battuta ad effetto per risalire anche se tutti gli studi dimostrano che la gente è stufa, che del 25% di indecisi il 18% ha già deciso di disertare le urne. E da una settimana all’altra le tendenze cambiano, segno della confusione che regna nell’elettorato. Certo la differenza tra la coalizione che sostiene Berlusconi e quella di Veltroni si aggira sempre tra il 9-10% (il 9,4% per l’esattezza secondo i sondaggi del Cavaliere). Solo che il Pd, sempre nei dati che sono sulla scrivania del leader del centro-destra, ha recuperato la flessione della scorsa settimana (è salito di un punto e adesso è al 33,5%) riprendendo quello che aveva perso nei confronti di Casini (la costituente di centro è tornata al 5,1%) e rosicchiando ancora qualcosa alla sinistra di Bertinotti (la sinistra è scesa al 6,8%). Alla Camera il Pdl (ora al 39,6%) ha perso invece un mezzo punto a favore della Lega. Mentre al Senato i due maggiori partiti - grazie al voto disgiunto - hanno percentuali superiori: il Pdl ha il 41,4% mentre il Pd il 34%. Visto che nell’opinione pubblica ormai si è fatta avanti la convinzione che questa è la battaglia decisiva, nelle intenzioni di voto per Palazzo Madama si accentua il processo di polarizzazione verso i grandi. Naturalmente questi alti e bassi rendono ancora più difficile prevedere cosa succederà al Senato: il Cavaliere è sicuro di strappare una buona maggioranza («almeno quindici senatori»); Veltroni è tornato a sperare («non so se riusciremo a pareggiare al Senato, ma ormai un buon risultato, un 35-36%, è a portata di mano»). Entrambi, quindi, sono convinti di farcela. Motivo? L’ottimismo è d’obbligo in campagna elettorale.

Il laico Zapatero




• da La Stampa del 11 marzo 2008, pag. 1


di Gian Enrico Rusconi





Una serena, ferma e dignitosa difesa dello Stato laico vince elettoralmente in una democrazia matura. Questa è la semplice lezione del successo di José Luis Zapatero.

Sappiamo che le varianti in gioco nelle elezioni spagnole erano e sono molte. Sappiamo che le differenze tra l’Italia e la Spagna sono grandi. Ce ne siamo dimenticati, anche per una certa provinciale supponenza che per decenni ci ha illuso di «essere più avanti» degli spagnoli. Adesso ci stanno dando molte lezioni: dal dinamismo economico all’impegno nelle istituzioni europee. Da qualche tempo ci offrono pure l’esempio di uno Stato che ha riscoperto il gusto della propria autonomia e dignità nel dimostrare con i fatti di essere l’unico depositario dei criteri dell’etica pubblica.

Il plusvalore della laicità ha certamente rafforzato la prospettiva «socialista» della politica zapateriana, che punta sulla valorizzazione della «cittadinanza sociale». Solo l’eutanasia del socialismo nel nostro Paese impedisce di cogliere il nesso fecondo tra socialismo della cittadinanza e diritti civili.

Nel merito si può essere d’accordo o no su questa o su quella iniziativa di legge (dalle nuove regole sul divorzio ai matrimoni gay), ma non c’è dubbio che il governo socialista sta sviluppando una strategia efficace. Consente all’opposizione cattolica ed ecclesiastica di dispiegare tutto il suo potenziale di protesta pubblica, senza farsi intimidire. Soprattutto non si lascia dettare lezioni su che cosa sia la «vera laicità dello Stato». Il risultato è che nulla fa infuriare di più i clericali spagnoli del sorriso disarmante di Zapatero quando annuncia e ribadisce le sue misure di laicità.

Con buona pace dei nostri clericali, non si può dire che «la sfera pubblica» spagnola sia condizionata dal laicismo di Stato. Nulla impedisce ai cattolici spagnoli, che seguono le direttive della gerarchia, di manifestare senza restrizioni i loro convincimenti con il massimo di pubblicità. Ma le loro ragioni non convincono la maggioranza degli spagnoli. È quindi sbagliato affermare che le iniziative di Zapatero fanno violenza alla buona popolazione spagnola. Semplicemente la gente, credente o non credente, è laicamente più matura dei suoi rappresentanti clericali.

Non so se il risultato elettorale spagnolo cambierà qualcosa nel nostro Paese nelle strategie politiche (tali sono anche quelle della Cei) in previsione di misure di legge che rientrano sotto i criteri della laicità dello Stato. Oggi in Italia è in atto una tregua elettorale, dettata dalla convenienza politica e da un calcolo di aritmetica elettorale. È il segnale di un intreccio intimo e strumentale tra i meccanismi democratici e la volontà di una parte del mondo cattolico di condizionare dall’interno (a cominciare dal Pd) i processi della decisione politica.

Non siamo dunque in una situazione spagnola, neppure per quanto riguarda «la sfera pubblica», che da noi è saldamente presidiata dalle forze cattoliche in linea con la dottrina o meglio con la strategia della Chiesa. Ma la linea intransigente dettata dalla parola d’ordine della «non negoziabilità dei valori», confondendo la dottrina della Chiesa con una strategia politica, mette in difficoltà la democrazia o quanto meno la sua funzionalità.

Non ci stancheremo di ripetere che in democrazia «non negoziabili» sono soltanto i diritti fondamentali, tra i quali al primo posto c’è la pluralità dei convincimenti, pubblicamente argomentati. Ad essa deve essere subordinato l’impulso a far valere i propri valori (per quanto soggettivamente legittimi) nei confronti degli altri cittadini. Dopo di che, evidentemente, si apre lo spazio al confronto - anche duro - delle ragioni che sono condivise o che dividono, e quindi alle regole del gioco democratico.

Non so se un futuro ipotetico governo Veltroni proporrà leggi non gradite alla gerarchia ecclesiastica, sostenendo il principio dell’autonomia dello Stato laico e il primato costituzionale del pluralismo etico. Dovrà prima fare i conti con alcune componenti interne del suo stesso partito, che non mancheranno di ricattarlo. Da questo punto di vista, anche se lo volesse, Veltroni non potrebbe agire con la fermezza di Zapatero. Si è già messo nelle condizioni politiche di non poterlo imitare, ammesso che lo voglia fare. Non aspettiamoci dunque un Veltroni-Zapatero. Non potrà e non saprà farlo. Lo apprezzerà magari a parole, ma da lontano. Nel suo stile.

Bloccata la marcia per il Tibet Il Dalai Lama denuncia la Cina





• da Corriere della Sera del 11 marzo 2008, pag. 16




La polizia di Dharamsala, nel nord dell'India, ha bloccato centinaia di tibetani in esilio, in marcia verso il Tibet per protestare contro l'occupazione cinese della regione himalayana e lo svolgimento delle prossime Olimpiadi a Pechino. Tra i manifestanti anche il parlamentare dei radicali e segretario di Nessuno tocchi Caino, Sergio d'Elia. La marcia — prevista in sei mesi, dall'India al Tibet — era iniziata ieri in coincidenza con l'anniversario della fallita rivolta contro il governo cinese in Tibet, che obbligò il Dalai Lama ad andare in esilio nel 1959. Atul Fulzele, capo della polizia di Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio, ha spiegato che un ordine che vieta ai manifestanti di lasciare l'area è stato deciso dal governo indiano. Più di mille dimostranti hanno sfilato a Nuova Delhi, alcuni di loro avvolti in garze sporche di sangue finto e con la sagoma degli anelli olimpici al collo (foto), a rappresentare delle fiaccole olimpiche insanguinate. Il Dalai Lama ha poi denunciato con forza la repressione cinese in Tibet, con dichiarazioni insolitamente dure. Il premio Nobel per la Pace 1989 e leader spirituale dei tibetani ha attaccato le «enormi e inimmaginabili violazioni dei diritti umani» commesse dalla Cina in Tibet, che arrivano a «negare la libertà religiosa», ha detto Tenzin Gyatso.